Kehinde Wiley a Venezia

La mostra di Kehinde Wiley An Archaeology of Silence alla Fondazione Giorgio Cini: tra eroi e i martiri black, è una delle rivelazioni di questa Biennale Arte.

Kehinde Wiley: An Archaeology of Silence è tra le mostre che animano l’Isola di San Giorgio Maggiore, ospitata negli spazi delle Sale del Convitto di Fondazione Giorgio Cini. Evento collaterale della 59^ Esposizione Internazionale d’Arte è curata da Christophe Leribault, Presidente del Musée d’Orsay e del Musée de l’Orangerie.

Kehinde Wiley, americano-nigeriano classe 1977, sull’isola veneziana porta la sua cifra stilistica inconfondibile, che unisce con disinvoltura i canoni della storia dell’arte europea e contemporaneità globale, barocco e ganstarap, ritraendo uomini e donne neri, immortalati nelle pose iconiche di modelli artistici classici. Una ricerca partita dai ritratti di uomini di strada e arrivata a coinvolgere grandi star (come il monumentale dipinto equestre a Michael Jackson o i rappers Notorious B.I.G e Ice T) fino alla consacrazione istituzionale e del pubblico globale, quando il presidente Barack Obama sceglie Wiley per il suo ritratto ufficiale di fine mandato alla Casa Bianca, nel 2017.

Kehinde Wiley, Front: “The Virgin Martyr Cecilia”, 2022, bronze. Back: “Young Tarentine II (Ndeye Fatou Mbaye)”, 2022, oil on canvas.

I lavori Wiley strizzano l’occhio a una ricerca estetica patinata e di grande bellezza, complice i raffinatissimi sfondi ornamentali, floreali e sgargianti, che avvolgono le figure. Ma, seppur con grazia e una buona dose di sensualità, il messaggio dell’artista è altamente politico: riempire un vuoto storico, quello dell’arte ufficiale, istituzionale e unicamente riconosciuta, priva di una rappresentazione nera.

Un messaggio che nel corpus di opere presenti a Venezia (che si collega al filone DOWN del 2008) è fortemente amplificato: grandi dipinti e monumentali statue in bronzo immortalano corpi riversi, eroi caduti dopo una battaglia, immolati, avvolti in un’aurea di morte e violenza. Sono i giovani neri uccisi nel mondo, martiri della violenza sistemica di quel passato coloniale che ha stabilito distanze nei diritti civili e iniquità ancora presenti. Pose che diventano l’emblema di una resa inevitabile, dolorosa, ma onorevole.

Kehinde Wiley, “Dying Gaul (Roman 1st Century)”, 2022, bronze.

Un racconto epico che si svolge tra capi streetwear alla moda e brand in bella vista, come moderni attributi iconografici di Santi dei nostri giorni, ad esaltare la bellezza nella tragedia. Tra le pose mutuate da fonti storiche dell’arte dell’Europa occidentale spiccano le figure riprese dal Corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il Giovane (1521) e l’inconfondibile Santa Cecilia in Trastevere del Maderno (1600). Elegie drammatiche e sublimi, monumenti alla resistenza di eroi caduti. Vittime di violenze e abusi che fanno parte parte della storia, ma che – ci ricorda Wiley – sono impossibili da tacere, ora che la tecnologia ci permette di essere testimoni diretti di queste atrocità. Wiley afferma: «Questa è l’archeologia che sto portando alla luce: lo spettro della violenza della polizia e del controllo dello stato sui corpi di giovani neri in tutto il mondo». Un anacronismo della storia dell’arte per raccontare l’attivismo black e il mondo di oggi. La mostra è organizzata dal Musée d’Orsay, Paris con il supporto della galleria TEMPLON e sarà aperta al pubblico fino al 24 luglio 2022.

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Chiara Vedovetto
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