Fondazione Prada: capolavori dell’antichità “second hand”

Il riuso di opere d’arte greco romana e i loro rinnovati significati tra Medioevo e Barocco al centro della mostra Recycling Beauty alla Fondazione Prada

 

Upcycling, riuso, riciclo, sostenibilità sono temi all’ordine del giorno della contemporaneità con cui, inevitabilmente, anche il mondo della creatività ha dovuto confrontarsi: con possibilità e questioni ancora aperte nel design, in architettura, nella moda, che ancora affronta contraddizioni e difficoltà legate alla sostenibilità, fino alla pratica artistica.

Un’ondata di “riuso creativo” che, si scopre, è da annoverare tra idee e intuizioni che arrivano da lontano, con il reimpiego di manufatti provenienti dal passato, restituiti a nuova vita. Lo racconta la mostra Recycling Beauty, negli spazi milanesi di Fondazione Prada che ha come nucleo centrale il riutilizzo del patrimonio greco-romano in ambito post antico che diventa, come afferma Salvatore Settis, curatore della mostra con Anna Anguissola e Denise La Monica, “una chiave di accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo”.

Non solo quindi un’esposizione sul reimpiego di materiali, ma soprattutto un’indagine sugli slittamenti di significato che le opere dell’antichità, o parti di esse, hanno acquisito, una volta riattivate nelle epoche successive, in un tempo in cui l’arte classica non era solo oggetto di venerazione estatica, ma liberamente rimaneggiata.

Questa la vicenda comune ai sessantaquattro reperti, tra sculture, marmi e bronzi, avori e gemme, cammei, provenienti Musée du Louvre di Parigi, Kunsthistorisches Museum di Vienna, Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen, Musei Capitolini, Musei Vaticani e Galleria Borghese di Roma, Gallerie degli Uffizi di Firenze e Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inseriti nel layout concepito da Rem Koolhaas/OMA con Giulio Margheri.

Immagine della mostra “Recycling Beauty”, Ph. Roberto Marossi, Courtesy Fondazione Prada Milano

Nel pieno dello spirito del progetto anche l’allestimento, insolito per una esposizione di opere antiche, tra bancali, sedie e scrivanie che permetto la contemplazione a distanza molto ravvicinata, nasce a sua volta dal riuso parziale di certi elementi di mostre precedenti.

Opere che presentano stratificazioni dall’antichità romana imperiale e tardoantica fino al Medioevo, al Rinascimento, al Barocco, in cui simboli del potere imperiale e del paganesimo, ad esempio, diventano icone del cristianesimo. È il caso dell’imponente vaso in marmo raffigurante l’infanzia di Dioniso, dio dell’estasi e del vino, usata poi come fonte battesimale nella cattedrale di Gaeta; del ritratto dell’imperatore Antonino Pio, poi posto sul corpo di un sacerdote per diventare nel Rinascimento una statua di San Giuseppe; e ancora, del disco marmoreo raffigurante il trasporto di un guerriero morto, diventato una deposizione di Cristo, con l’aggiunta delle aureole sopra alle teste di ogni personaggio; del cammeo del IV secolo raffigurante la famiglia di Costantino, incastonato nella coperta dell’Evangeliario di Ada (opera carolingia, fortemente rimaneggiata nel 1499) fino all’equivoco di opere “moderne” scambiate per antichità, come la mastodontica testa di cavallo (“Testa Carafa”) di Donatello.

Fondazione Prada, "Recycling Beauty" Coperta dell'Evangeliario di Ada

Tra gli esempi più curiosi che rappresentano l’idea del curatore della “circolarità del tempo e della storia”, le due sedute di pietra al centro del Podium: una in pietra grigia, il trono di un sacerdote di Dioniso dall’Asia Minore (II secolo a. C.) divenuto nel Medioevo un seggio episcopale e ribattezzato a Mantova come “Trono di Virgilio”. Esemplare la vicenda della seduta in marmo rosso, proveniente dai Musei Vaticani: una latrina di età adrianea che dal Medioevo diventata il trono per le cerimonie di incoronazione dei papi.
Un equivoco che parte dal materiale (creduto di porfido, il simbolo per eccellenza del potere) e scambiata, forse, per una sedia da parto delle imperatrici, utilizzata quindi con il nuovo significato della personificava di una “funzione generatrice della chiesa”.
Un significato e una tradizione che andranno via via estinguendosi, dando invece adito alla leggenda, forse nata in seno ad un (ri)sentimento riformista e antiromano, secondo cui l’apertura nel sedile faceva parte di un bizzarro rito della per accertare il sesso maschile del pontefice.

Immagine della mostra “Recycling Beauty”, Ph. Roberto Marossi, Courtesy Fondazione Prada Milano

Recycling Beauty è soprattutto una mostra che parla di bellezza: l’unico motivo per cui le opere esposte, secondo il curatore Salvatore Settis, si sono salvate dal naufragio di gran parte dell’arte greco-romana.
Frammenti antichi che abbandonano la loro condizione autentica o di rovina e vengono reimpiegati, modificando cioè il loro contesto d’uso e manomettendone il profilo estetico per adeguarne i contenuti e il senso. È il caso celebre di due capolavori di Nicolas Cordier, la Zingarella e il Moro borghese, che nacquero dall’unione di antichi di bronzo, di alabastro e di marmo nero. Qui eccezionalmente in dialogo come erano originariamente nella collezione del cardinale Scipione Borghese nei primi del Seicento.

Fondazione Prada, "Recycling Beauty", Tazza Farnese

La mostra prosegue negli spazi della Cisterna, con manufatti di ogni formato: dal capolavoro in miniatura della Tazza Farnese, che dalla sua origine ellenistica di I-II secolo a.C viaggiò di corte in corte per mezzo mondo entrando in collezioni straordinarie, come quella di Federico II di Svevia e di Lorenzo il Magnifico; e poi il grande (letteralmente) protagonista, il Colosso di Costantino, una delle meraviglie dell’età tardo-antica, qui incredibilmente ricostruita da Factotum Foundation con Musei Capitolini, Fondazione Prada, alla presenza dei monumentali frammenti marmorei di un piede e di un dito superstiti. Elementi necessari non solo per l’impresa di ricostruzione, ma anche per offrire un confronto e occasione di studio sulla genesi stessa dell’opera, probabile rielaborazione di un’antica statua di culto, probabilmente di Giove. 

Immagine della mostra “Recycling Beauty”, Ph. Roberto Marossi, Courtesy Fondazione Prada Milano

Riutilizzo quindi, e anche riduzione dei consumi, che sono stati sinonimo di progresso e crescita costante nel secolo scorso. Quella di Recycling Beauty è una riflessione sulla visione circolare del tempo e della storia dove trasformazione e tradizione convivano, dove “cuore e stimolo del gesto del reimpiego è spesso, o forse sempre, ‘inserire il passato nel futuro”. 

Chiara Vedovetto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su