Giulio Alvigini, molto più di un giovane artista (italiano semplice)

Questa intervista è stata fatta a un tavolino dell’area ristoro dell’ultima edizione di Miart nel giorno dell’opening. Una volta che ho riascoltato la nostra conversazione mi sono accorto che abbiamo parlato per più di due ore. Avrei voluto riportarvi tutto integralmente purtroppo però i limiti editoriali mi impongono di limitare l’intervista alle domande che mi ero preparato, voglio però lasciarvi un piccolo extra di un suo commento su Miart 2023.

“Se tu mi avessi intervistato sulla fiera ti avrei detto che le opere siamo noi che passeggiamo nella fiera: non guardiamo le opere, sono loro che osservano noi mentre transitiamo e passeggiamo in questo enorme tapis roulant. La fiera è un momento dove ci salutiamo e ci incontriamo. Se prendessimo delle recensioni scritte negli anni passati le frasi e i commenti sarebbero sempre gli stessi: “Miart è la fiera che sale”, “edizione frizzante”, “sempre meglio”. Ma è giusto così, non c’è niente di male, perché la produzione artistica è sempre la stessa. Io credo che potremmo vivere meglio ammettendo queste verità. Il mondo dell’arte è anche questo: fiere che provano a fare La Biennale e La Biennale che non è altro una fiera che ce l’ha fatta.”

Giulio Alvigini_Foto di Davide D'Ambra
Dopo aver rotto il ghiaccio con questa premessa spumeggiante immergiamoci nell’intervista e scopriamo chi è Giulio Alvigini?

Nato nel 1995 a Tortona, dice di fare l’artista. Vive e lavora tra Torino, Milano e Genova, perché geograficamente è esattamente quella l’area geografica dove si colloca la città piemontese di origine. Dal 2014 ha esposto in gallerie, spazi istituzionali e indipendenti tra cui: la seconda edizione della Biennale del Kosovo 2019 a cura di Giacinto Di Pietrantonio e BienNoLo 2021 a cura di Carlo Vanoni, Gianni Romano, Rossana Ciocca e Matteo Bergamini.

Ha tenuto conferenze in diverse istituzioni museali e culturali italiane tra cui: il MAMbo e Fondazione Cirulli a Bologna; Università IULM, Accademia di Belle Arti di Brera e Viafarini a Milano; Università Ca’Foscari a Venezia; Wopart Fair a Lugano; Accademia Albertina di Belle Arti e IAAD di Torino; Accademia di Belle Arti a Novara; Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Nel 2020 ha pubblicato per la casa editrice Postmedia Books il suo “Manuale per giovani artisti (italiani semplici)”.

Nasci criticando il sistema, muori facendone parte, 2022. Courtesy: l’artista e MAG | magazzeno arte contemporanea
Giulio Alvigini che belva si sente?
Io mi sento “Fracchia, la belva umana”, il personaggio cinematografico interpretato dal mitico Paolo Villaggio. Non mi interessano gli animali, ma quegli uomini che diventano delle belve. Inoltre, mi reputo nietzschiano, quindi potrei correggermi e dirti che la mia belva di riferimento è Friedrich Nietzsche.
Artista, giovane artista, comunicatore, memer? Come ti definiresti? Oppure meglio non definirsi?
Ho sempre fatto a fatica a rapportarmi con le definizioni, perché tu cerchi di restituire un tuo punto di vista rispetto a quello che fai, ma alla fine le stesse prospettive prendono strade diverse. Tutte quelle definizioni che mi sono state attribuite nel corso del tempo, memer, comunicatore ecc. , le ho accettate e ho accettato anche le possibilità di interpretare tutti quei ruoli. Questo è quello che è accaduto anche con la definizione di “artista”. Innanzitutto, non è una cosa che uno si può dire da solo e seguo l’idea per cui “non sono un artista, ma lo faccio, o per lo meno ci provo”. Credo nella teoria istituzionale: sei artista se il sistema dell’arte ti definisce tale. È un po’ come la filastrocca dell’albero…per fare un albero ci vuole il seme e via discorrendo, ecco, anche per fare l’artista ci vuole il sistema, così come per fare l’opera ci vuole l’artista. Per me l’artista diventa in qualche modo l’oggetto di simulazione, ci sono degli step obbligati che vanno rispettati per poter essere chiamato artista. Quello che faccio con la mia pratica è decostruire questi elementi che compongono questo grande sistema, ecco perché sono nietzschiano, ma non lo faccio per andare contro, ma per cercare di guardare tutto da un’altra prospettiva. Quindi, dico di fare l’artista, ma lascio al sistema dell’arte giudicare e fare le sue valutazioni sul mio lavoro.
Il giro del mondo dell’arte, il gioco dell’oca dell’arte contemporanea, 2023, in collaborazione con Bonobolabo. Courtesy: l’artista e Bonobolabo
In una vecchia intervista dicevi "artisti come quelli là, no grazie"? Quelli là chi? Che tipo di artista è Giulio Alvigini?
Per me gli artisti sono produttori di carriere. Dico questa cosa a distanza di anni da quella vecchia intervista. Secondo me oggi l’artista non produce manufatti tradizionalmente intesi, ma crea un’opera a grande gittata, dove i manufatti stessi, le performance, le scelte fatte, le conversazioni, le pubbliche relazioni, la liturgia di questo mondo, gli step obbligati e i suoi comportamenti vanno a comporre “l’opera carriera”. Per utilizzare le categorie di Sun Tzu, generale e filosofo cinese del VI e V secolo a.C., “tattica” e “strategia”, la carriera è l’opera strategia, mentre l’opera tattica è l’oggetto o quello che si espone. Quindi la strategia è la somma di tattiche e questa teoria spiegherebbe perché la firma di un artista vale di più dell’opera stessa o perché la persona diventa l’elemento preponderante in questo sistema. Quello che hai costruito e come ti sei saputo muovere è più importante di quello che fai, e non lo dico in modo critico, ma con piena consapevolezza. Quindi, “quelli là”, riagganciandomi alla tua domanda, era una provocazione che oggi vedo con occhi diversi e non rinnego assolutamente, perché oggi mi sento esattamente come “quelli là”.
Possiamo dire che sei stato uno dei primi a gridare "il Re è nudo" nel mondo dell'arte? Dalla nascita di MIAGA ormai sono passati molti anni, lo rifaresti?
Questa domanda si inserisce perfettamente in quel ragionamento nietzschiano di decontrazione di questo mondo che facevamo prima. Non sono sicuramente uno dei primi a gridare il “Re è nudo”, nel momento in cui si parla di sistema e di gerarchia del mondo dell’arte in automatico si crea una categoria di critica istituzionale, ed è un fenomeno che risale ai primi del Novecento o anche prima; quello che ho fatto è stato forse quello di adottare un linguaggio nuovo, come quello dei Meme. Credo che con i meme stessi si possa far critica, dal momento che sono uno strumento e una forma di linguaggio. Posso farti una confessione? Al dire il vero non credo più nella critica, la vedo come una tisana, un caffè decaffeinato. La critica è una parola che viene dal greco, significa “dividere”, quindi non è un qualcosa che deve demolire o distruggere, oggi però è solo “confermativa”: si pensa una cosa e se ne dice un’altra. Lo stesso “Re nudo” dovrebbe provare una sensazione di frustrazione nel momento in cui viene deriso, ma non è così, lui gode a essere punzecchiato. Quindi la formula del “Re nudo” non funziona più perché anche lui sa di esserlo ed è perfettamente a suo agio in quella situazione. Ormai considero l’arte contemporanea come il centrotavola della società capitalista, è carta da parati per ricchi, è il deodorante dato sull’ascella sporca. Oggi, non ho più vocazioni utopistiche e di cambiamento, anche se forse non ce l’ho mai avute, perché ho usato la stessa “critica” per entrare in questo mondo, per attirare le attenzioni su di me e per prendere parte a tutto questo. Il sistema gode nell’essere attaccato e questo lo si vede nei progetti artistici che criticano il sistema capitalista, che solitamente sono finanziati con i soldi di coloro che vengono poi criticati. Insomma è un vero e proprio gioco di scatole cinesi dove ci si perde facilmente. Dobbiamo solo essere consapevoli di questa situazione. Per quanto riguarda al pagina “Make Italian Art Great Again” si tratta di un percorso inevitabile, è il comunicarsi del mio lavoro. Lo rifarei perché è un’opera tattica fondamentale.
Alla fine della fiera...,solo show nello stand della galleria MAG | magazzeno arte contemporanea, nell’ambito di ArtVerona 2022. Courtesy: l’artista e MAG | magazzeno arte contemporanea
Le opere di Giulio Alvigini e quello che è merchandising riescono a convivere?
C’è un intreccio incredibile. Solitamente il merchandising di un artista è qualcosa che arriva “alla fine”, dopo un preciso percorso, quello che è accaduto a me, invece, è stato quello di aver ribaltato questo ordine. Tale situazione è ciò che rende curioso il mio cammino, come per esempio aver scritto un libro, “Manuale per giovani artisti (italiani semplici)”, prima di diventare un artista affermato. Quindi questo “anticipo” del merchandising rispetto all’opera è anch’esso potenzialmente un’opera, ed è stato per me un modo per rispondere ai problemi del mio lavoro.
C’è del disincanto in queste tue parole?
Sì, assolutamente, c’è discanto ma non sono disilluso. Non c’è nessuna ferita. Il mio sguardo è sempre stato così perché sono molto cinico come persona. Non sono pessimista e tanto meno utopista, quello di cui parlo è una mia visione, uno sguardo parziale. Ovviamente le mie riflessioni sono il frutto di un preciso percorso. Si inizia come studente incantato e poi lentamente inizi a calibrare la tua visione di questo sistema, fino a quando non arrivi a quella consapevolezza della realtà che vivi. Sono interessato al sistema più che alle opere, perché sono fermamente convinto che l’opera d’arte sia il sistema stesso.
Leslie Nielsen o Francesco Bonami?
Tra i due Buster Keaton, un personaggio nettamente sottovalutato. La mia vita funziona così, incontro delle cose e me ne ossessione. Per esempio sono ossessionato dal mondo dell’arte, e così è stato anche per il cinema muto americano. Devo ammettere che Leslie Nielen è qualcosa di eccezionale, Bonami è geniale intendiamoci, però la trilogia della “Pallottola Spuntata” non è inferiore alla trilogia della “Critica” di Immanuel Kant.
Sogno nel cassetto: Padiglione Italia?
La vita dell’artista è un processo composto da step. Quello che mi interessa è diventare, ed essere, quello spettro presente nel sistema dell’arte italiano: girare per gli stand essere visto e riconosciuto con l’appellativo che uno preferisce: “Quello è Alvigini, quel coglione”; “Sì dai quello che fa i meme su Instagram”. L’importante, per me è essere quella presenza immateriale contro cui diventa inevitabile non scontrarsi.
1. Ilaria Bonacossa 6 la mia vita,2017.Courtesy:l’artista
Per correttezza di cronaca devo ammettere che una volta finita l’intervista si avvicina un signore e chiede a Giulio di farsi un selfie insieme. Evidentemente qualcuno lo aveva riconosciuto.
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Alessio Vigni
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