IA, l’opera nell’epoca della sua autoproducibilità tecnica

In attesa di un “Nuovo Artista” siamo tutti artisti della “digital art brut”.

Un uomo davanti uno schermo fornisce, attraverso una tastiera, la descrizione di un’immagine a un’intelligenza artificiale text to image che, elaborando tra le migliaia a sua disposizione – a volte reperite in rete senza l’autorizzazione degli autori ma qui si aprirebbe un capitolo fin troppo ampio che merita ben altro spazio -, restituisce una serie di opere rispondenti a un principio di verosimiglianza che ricerca nel “compromesso” la sua estetica. L’uomo interviene qui, a posteriori, adeguando le sue aspettative all’offerta finita del calcolo combinatorio (replicabile, però, un numero infinito di volte!), in quel punto del processo creativo di formalizzazione dell’idea: l’uomo è assente nella produzione, nell’esecuzione tecnica che nel fare umano, dove la forma può farsi sostanza, diventa essa stessa idea.

torm 03, courtesy of Davide Quayola

E’ artista, il faber cui è richiesto solo di fornire un prompt che attraverso l’IA, intendendosi per essa i programmatori che hanno dato vita al sistema informatico, crea un’opera nuova?

Se da un lato, in questo processo di democratizzazione della tecnica dove l’opera-prodotto, non più relegata alla sua funzione sociale, pone l’artista quale mero fruitore del la sua stessa opera che però a sua volta si riappropria del suo valore simbolico – la macchina esclude il processo di “umanizzazione” che la tecnica richiede nel passaggio da modello di concetto a manufatto-, dall’altro, ciò che scompare è l’artifex: nell’era della autoproducibilità tecnica, in cui la pratica non è più limite e proprietà dell’opera, tutti possono essere artisti; e se tutti possono essere artisti allora nessuno è artista. L’ipotesi però è che, esaurita l’impressione per questa improvvida ondata di “digital art brut”, sia necessario riformulare l’idea di artista secondo questa nuova declinazione di Arte senza l’arte. Per far questo, però, è necessaria intuizione, conoscenza e creatività. Ed è indispensabile imparare il linguaggio di questo nuovo e altamente complesso strumento e farne esperienza. Come solo un artista può fare.

Alice Bucknell, The Martian Word for World is Mother

In attesa quindi di un Nuovo Artista c’è chi ha già provato a integrare nel proprio lavoro le intelligenze artificiali per sperimentarne le potenzialità: come Davide Quayola che nella sua personale “Ways of Seeing”, fino al 31 maggio presso CUBO Museo d’impresa del Gruppo Unipol a Bologna, presenta video e pitture digitali integrate da algoritmi e software per l’analisi e la manipolazione dei dati. Sono immagini ad altissima risoluzione che mostrano paesaggi naturali che l’artista ha realizzato a partire da una serie di riprese nei mari in tempesta sulle coste della Cornovaglia. O ancora, come Ian Cheng che già nel 2019 presentava alla Biennale BOB (Bag of Beliefs), una meta creatura dotata di intelligenza artificiale “destinata a migrare da una mostra all’altra cambiando continuamente personalità, fattezze corporee e sceneggiatura di vita”.

Immagine generata dall’autore con il programma Dall-E

O come i dodici artisti provenienti da tutto il mondo che indagano sul rapporto tra intelligenza artificiale e arte contemporanea nella terza edizione di Re:Humanism, dal titolo Sparks and Frictions, aperta fino al 18 giugno negli spazi del Wegil di Roma.

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Andrea Campo
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