Domenico de Chirico. Quel delicato equilibrio tra contenuto e immagine

Domenico de Chirico (Terlizzi, Bari, 1983) è uno dei curatori più interessanti oggi in circolazione, sia in ambito nazionale che internazionale. Le sue mostre portano un timbro riconducibile solo al suo stile, elemento importantissimo considerando tutto quello che di simile o uguale oramai c’è in giro. Sicuramente Domenico è uno di quegli addetti ai lavori da seguire in futuro.
C’è un'opera d’arte che ti identifica e che potrebbe descriverti meglio delle parole?

Ce ne sarebbero due così come potrebbero essercene una moltitudine, a seconda dell’umore che mi attende sfacciato e mutevole all’alba di ogni giorno. Oggi, quelle con cui più mi identifico sono decisamente “Bird in Space (L’Oiseau dans l’espace)” di Constantin Brâncuși (1932–40) e “Spider (Cell)” di Louise Bourgeois (1997). Da un lato, uno stelo aerodinamico di ottone, organicamente irregolare, saldo e sferzante, dalla forma elegante e longilinea, metafora di una ormai necessaria àncora terrestre cui aggrapparsi, in altre parole: a “project before being enlarged to fill the vault of the sky”; dall’altro, la tela del ragno, questa volta rappresentata come un recinto in cui si è invitati dapprima ad entrare per poi sedersi, nella speranza di poter beneficiare della tanto anelata protezione materna. Qui, persino la memoria può ritenersi salva da tutte quelle impurità intorbidanti che caratterizzano l’oltracotante mondo esterno.

Come hai iniziato la tua avventura lavorativa da curatore?

Passando per quella che tutti quanti noi conosciamo, almeno per sentito dire, come umilissima gavetta e, in termini pratici, dopo aver contemporaneamente lavorato in una galleria milanese per circa sette anni, aver insegnato allo IED di Milano per quattro anni ed essermi dedicato per cinque anni alla gestione della versione digitale della rivista DUST Magazine, ricordo con estremo piacere il momento in cui ho ricevuto la prima proposta di curatela, a seguito della quale ho avuto la possibilità di poter condividere la mia prima vera esperienza professionale con l’artista americana Donna Huanca e grazie alla quale abbiamo entrambi presentato due progetti espositivi differenti presso gli spazi della galleria parigina Chez Valentin, nell’ormai lontano 2015. Lì, Huanca ha esordito in Francia con un’importante mostra personale e io, in concomitanza, ho curato una mostra collettiva dal titolo “You will find me if you want me in the garden”, con opere di Alessandro Agudio, Stefania Batoeva, Sol Calero, Simon Dybbroe Møller, Carson Fisk-Vittori, Ditte Gantriis, Pakui Hardware, Daniel Keller, Spencer Longo, Matthew Smith, Anna Virnich e Andrew Norman Wilson. È stata certamente una collaborazione di estrema importanza poiché, in un certo senso, ha suggellato l’inizio della mia carriera da curatore indipendente a livello internazionale. Subito dopo ne ho ricevuta un’altra che ha sancito una nuova collaborazione con Nicodim Gallery, e così via.

Melodia, curated by Domenico de Chirico, Fonte, São Paulo, Brazil, 24 June 24 – 4 September 2023
Quando hai capito che poteva diventare un vero e proprio lavoro?

L’ho sempre saputo, l’ho sempre desiderato e ho fatto in modo che accadesse, con dedizione e disciplina, flessibilità e onestà.

Quando parli di arte, di cultura, senti una qualche responsabilità nei confronti di chi ti ascolta?

Assolutamente sì, sempre.

Secondo te è più importante l’immagine, o la qualità ed i contenuti nel tuo settore?

L’immagine è sovente lo specchio dei contenuti e viceversa. Pertanto, nessuno dei due elementi primeggia sull’altro. A tal proposito e in riferimento alla grande questione dilemmatica che riguarda sia l’emisfero soggettivo sia quello oggettivo, ciò che trovo più interessante oggigiorno, lavorando spesso con artisti internazionali giovanissimi, è una fortissima attinenza con ciò che conosciamo come stream of consciousness, ovvero quella modalità narrativa che tenta liberamente di “rappresentare la moltitudine di pensieri e sentimenti che attraversano la mente”, alla quale segue una riorganizzazione logica, e che in ambito artistico si manifesta inequivocabilmente attraverso il concepimento dell’opera d’arte. Pertanto, come si può pensare di poter distaccare, al di là del suo valore estetico, l’importanza dell’immagine da ciò da cui essa stessa scaturisce?

Quanta ricerca c’è dietro il tuo lavoro? Che studi hai conseguito?

Sostengo ab illo tempore una teoria del tutto personale secondo cui il modo migliore di formarsi e di operare sia legato all’imparzialità e ho sempre fatto del mio meglio per traslare tale principio nel mio operato di curatore indipendente, seguendo unicamente un criterio fatto sia di “giustizia” sia di credo estetico. La consistenza della ricerca, in quanto a temi, contenuti e scelta degli artisti, varia a seconda della tipologia di mostra e dell’ambito immaginifico di pertinenza della stessa, serpeggiando tra immagine e senso, verbo e percezione. Solitamente, il mio sguardo non sorvola su nulla, si posa su tutto e con attenzione così da poter successivamente fare delle considerazioni personali ponderate e, talvolta, laddove possibile, guidate dall’istinto.

La mia formazione si è dipanata nel corso degli anni attraverso un percorso di studi fortemente voluto e dedito alle cosiddette humanae litterae: partendo dalla maturità classica, mi sono laureato in Lingue e Letterature Straniere, con un focus speciale sulle lingue e culture dell’Europa dell’Est e con una tesi di laurea sperimentale in Storia Comparata dell’Arte dei Paesi Europei, scritta in tre lingue differenti e sviluppata a partire dal lavoro sagace, essenziale e memorabile dell’artista rumeno Dan Perjovschi in congiunzione con quello della sua compagna di vita e artista Lia Perjovschi. Sicuramente un interesse poco prevedibile, quanto meno rispetto alla mia esperienza, denso di un’incontinente curiosità nei riguardi del mondo, incapace di giudicare.

Tanning's Touch, curated by Domenico de Chirico, Belenius, Stockholm, Sweden, 6 September - 1 October 2022
Ci puoi raccontare brevemente come nascono le tue mostre?

Molteplici sono le fonti d’ispirazione e altrettanti gli artisti che mi suggestionano giorno per giorno, senza alcun tipo di occlusione, e svariati sono gli accordi lavorativi dettati dalle necessità sempre mutevoli di tutti i contenitori ospitanti che, in relazione alle mie necessità e ai miei desideri lavorativi del momento, conducono all’essenza di ciascuna mostra.

Cosa stai studiando adesso, hai altri progetti curatoriali?

In questo momento mi sento molto vicino al tema dell’inclusività, quella tendenza, oserei dire giusta, che consente di estendere a quanti più soggetti possibili il godimento dei diritti e della compartecipazione, tanto cara all’attivista e politica italiana Adele Faccio, tra le prime propugnatrici del diritto all’autodeterminazione delle donne su materie riguardanti il proprio corpo, la quale, durante una delle sue più note interviste televisive, affermò con intelligibile determinazione che noi «non siamo maschi e femmine tagliati col coltello». A tal proposito, ho di recente inaugurato una mostra presso Tube Culture Hall a Milano intitolata “Madame, madame”, in cui affronto il tema succitato, generosamente condiviso, in maniera eterogenea, dalle due artiste coinvolte: l’americana Laura Berger (*1979) e l’iraniana di nascita ma canadese d’adozione Azadeh Elmizadeh (*1987), le quali, mediante le loro pitture, rispettivamente tra corpi definiti, assommati e messi a nudo e foschi agglomerati di immagini sulfuree, contribuiscono ulteriormente a districare quell’aggrovigliata matassa che ancora oggi ammorba l’umanità e che più propriamente riguarda la condizione subordinata della donna in tutte le sue fasi di vita. Detto ciò, ne seguiranno molti altri improntati su temi sempre differenti.

Il progetto più innovativo incontrato fino a qui in base alla tua esperienza e di cui ci vuoi parlare?

Sono ancora molto legato alla fiera DAMA di Torino di cui ho curato tutte e quattro le edizioni, dal 2016 al 2019. Una grande esposizione o fiera curata che, ospitata nelle sale barocche di due palazzi storici torinesi, si è sempre avvalsa della collaborazione di un numero cospicuo di gallerie internazionali, spazi no-profit e di un live programme curato, a sua volta, da brillanti curatori e curatrici invitati/e di anno in anno. (https://it.d-a-m-a.com/archivehttps://artviewer.org/special-feature-dama/)

Prima di iniziare una mostra, cosa fai? Tic o altro di cui ci puoi dire?

Mi assicuro solo che tutto sia perfetto, se non altro dal mio punto di vista, e che il cappello sia diritto.

Gatto o cane?

Cane.

Ci puoi raccontare una cosa divertente che ti è successa nel tuo ruolo di curatore?

In questo momento non me ne sovviene alcuna.

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Francesco Liggieri
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