Trentasei ore a Londra per Frieze

La fiera di arte contemporanea festeggia vent’anni e “resiste”, anche se parare i colpi della crisi internazionale è uno sport difficile anche per Frieze London

Basteranno trentasei ore per Frieze London? Ovviamente non ne basterebbero nemmeno 360, ma ce le facciamo bastare. L’edizione del ventennale infatti non si può mancare e la visita conferma le aspettative – e i timori: la fiera resiste, Londra resiste, ma è evidente che questi tempi non sono i migliori per chi vive di compravendite di opere d’arte. D’altro canto tutti, dagli addetti ai lavori ai semplici appassionati, siamo immersi nel ben noto flusso di notizie a base di conflitti, recessione e crisi di vario tipo, e l’arte fa presto a diventare da bene rifugio dei tempi d’oro ad asset in sofferenza, soprattutto in un segmento medio e medio-alto. Per quanto i numeri nei comunicati stampa cerchino di infondere coraggio: oltre 200 gallerie da 6 continenti tra Frieze London e Frieze Masters – la “sorella” dedicata all’arte antica – che rendono la Londra del 2023 la più internazionale di sempre. Alla faccia della Brexit.

Frieze London 2023. Photo Courtesy of Linda Nylind/Frieze.
E per quanto Londra faccia storia a sé, la città è accogliente, e si affronta la classica mist inglese quasi con gratitudine e senza gli abituali cappotti, che di solito costringevano a fastidiose sudate negli aeroporti continentali di partenza. In altre parole pioviggina, fa caldo, prima di attraversare la strada si guarda a sinistra, a destra, poi a sinistra una volta in più ma poco alla volta torna tutto il senso di essere a Londra per Frieze. Anche se l’atmosfera non è certo elettrica come un tempo e anche la parossistica ondata di entusiasmo post-Covid si è esaurita, lasciando scoperti i nodi reali.
 
La preview su invito è affollata come un giorno di apertura al pubblico (forse di più?) ma creano più disagio alla circolazione le tantissime giovani europee con passeggino che i collezionisti. Insomma, il pubblico c’è, ma non c’è la ressa da apertura dei cancelli: e chi compra è certamente già passato. Le gallerie hanno approcciato la fiera in maniera conservativa e giocano sul sicuro. Lo stand di Gagosian, come sempre in pole position, cerca di attirare i visitatori come api sul miele con una serie di nuovi dipinti di Damien Hirst, vere bombe di colore che esplodono di fiori lussuriosi e materici dripping su grandi tele. E la pittura in generale la fa da padrona: un tempo si veniva a Frieze per fare una scorpacciata di sculture e soprattutto installazioni di tutti i tipi e dimensioni, di performance, di stand audaci non in maniera gratuita: ma il 2023 non è certo l’anno giusto per rischiare tra post-Brexit, conflitti internazionali e un sistema fieristico sempre più concorrenziale tra Europa e States.
Frieze London 2023. Photo Courtesy of Linda Nylind/Frieze.
Per citare comunque gli stand meglio riusciti, Hauser & Wirth spicca per la raffinatezza dell’allestimento e delle grandi sculture in bronzo di Barbara Chase-Riboud mentre nella lista “opere che comprerei” ci sono sicuramente i potenti e allo stesso tempo raffinati dipinti della trentenne dello Zimbabwe Kudzanai-Violet Hwami da Victoria Miro, così come una vera chicca sono gli acquerelli su carta di Danielle Mckinney da Marianne Boesky Gallery.
 
Convince anche la sezione Artist-to-Artist con otto star internazionali chiamate a presentare ciascuna un artista per un solo show in fiera: da Tracey Emin che presenta da Carl Freedman Gallery gli ultimi dipinti di Vanessa Raw – conturbanti corpi femminili avvinghiati nella natura e offerti con naturalezza allo sguardo dei visitatori, a Olafur Eliasson che sceglie i lavori tessili e profondamente sociopolitici dell’artista tedesco Fabian Knecht dedicati alla resistenza ucraina per lo stand di alexander levy. Artist-to-Artist conferma indirettamente il crescente peso, anche economico, dell’artista (e non del binomio artista-gallerista, o artista-curatore) nel sistema dell’arte di oggi.
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