Salviamo Banksy, sì. Ma dalle istituzioni

A proposito del murales realizzato da Banksy a Venezia nel 2019 in occasione della Biennale Arte

Torna ad infiammare periodicamente il dibattito social di base: sempre più di rado compare un’opera. Troppo spesso apre da qualche parte una sua mostra (quasi mai autorizzata). A cadenza annuale si promette di essere vicini a svelarne l’identità. 

Questo è il fenomeno Banksy, ovvero da oltre 20 anni l’emblema di come il Sistema dell’arte (ma non solo) e soprattutto le logiche del mercato possa ingurgitare, digerire, inglobare e riproporre in forma di brand praticamente ogni cosa. Ce l’ha mostrato e rispiegato in prima (forse?) persona anche nel suo mockumentary Exit Through the Gift Shop, datato 2010 ma per niente scaduto. Fantasia, mistero e un sapiente gioco di indizi lanciati ogni tanto stimolano e mantengono continuamente l’hype intorno alla sua figura. 

Immagini accattivanti, contenuti potenti e di immediata comprensione, sono diventate Patrimonio comune della cultura pop globale.

Tutto questo nuoce forse a qualcuno? Ni.

Perché, al netto della frustrazione infinita degli addetti ai lavori di ritrovarsi almeno una volta nella vita a lavorare / scrivere / orbitare intorno ad un progetto Banksy, fino agli amici / conoscenti da fuori settore che ci tengono TANTISSIMO a farti sapere che è il loro artista preferito, provocando reazioni varie che vanno dal sorriso isterico al calo di zuccheri repentino (se poi il pendent è con Frida Kahlo, possono subentrare episodi di epistassi a getto e svenimenti), il dibattito è arrivato ora fino alle alte sfere della nostra politica: Banksy va salvato.

Nello specifico, va salvato il murales comparso a Venezia dipinta sulla parete di un palazzo vicino a Campo San Pantalon nel maggio 2019 in occasione della Biennale Arte, rivendicato su Instagram dallo stesso writer che pare (con mille condizionali che concorrono sempre a creare l’atmosfera) fosse presente in città, mimetizzato nella folla di art lovers.

È di pochi giorni fa la notizia dell’impegno della Regione che ha accolto l’appello per il Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi per il restauro del “Bambino migrante”.

Nobile intento, per un enorme controsenso.

Venice in Oil, Banksy, 2019

In primo luogo per l’idea stessa da cui è nata la street art, di cui il writer di Bristol con Shepard Fairey, Space Invader e mille altri nomi meno noti e blasonati sono esponenti. Non stiamo parlando di un murales commissionato, ma di vera arte di strada: frutto di un blitz solitamente notturno, il più rapido possibile. Ribelle, non autorizzata, tecnicamente illegale. Colori e segni che nascono sulla pelle della città, inglobati nel suo ritmo, destinati a modificarsi, fino anche a scomparire, se serve. È questo il destino dell’arte urbana e di opere che, una volta di troppo, dopo gli strappi e le esposizioni nei musei, le vendite in galleria gli viene negato.

Storpiandola, depotenziandola, snaturandola, privandola del suo valore disobbediente.

Per cosa?

Per poter vendere anche a Venezia il brand Banksy, un ulteriore meta di pellegrinaggio Instagram, in una città che davvero non ne ha bisogno.

Un pin sulla mappa, un click dal telefono.

Altro giro, altra corsa, altra opera nel mondo di Banksy da cercare, da fotografare.

E solamente quello.

La macchina del Sistema ha fatto il suo corso, il marchio atterra in isola, nuovo presidio della cultura di massa come fosse uno Starbucks o un Apple Store qualunque, destinato a diventare un #mustsee e un soggetto con lo stesso entusiasmo con cui si fotografa un Frappuccino o il cono gelato di Amorino, gli obiettivi sono tutti per lui.

Per un bambino che chiede aiuto. Per un contenuto che nessuno più ricorda.

Perché questo, personalmente e umanamente, è l’aspetto che trovo più atroce: la perdita del suo messaggio.

Un messaggio che arriva da un bambino migrante in mare, che non chiede una foto. Chiede a tutti noi di essere visto e di essere salvato. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) nel 2019 sono stati più di 1.500 i morti nel Mediterraneo. Non è un caso se quell’anno Christoph Buchel esponeva la nave affondata al largo delle coste libiche nel 2015 nella quale trovarono la morte quasi 1.000 persone.

Barca Nostra, Christoph Buechel, 58esima Biennale d'Arte di Venezia

Nel 2021, l’anno più nero, le vittime sono state oltre 3000.

Nel 2023 sono quasi 300 i bambini morti nei viaggi della speranza. Nel naufragio di Cutro, di cui ormai ci è rimasta solo memoria del titolo di cronaca nera, erano 33. Ho provato a fare una somma, con il solo risultato di ottenere una cifra enorme, insensata. Numeri a cui abbiamo fatto l’abitudine, togliendo umanità, volti, nomi, vite.

L’ennesimo sfregio che si possa fare alla street art, dopo averla idolatrata, venduta, istituzionalizzata è proprio voler ignorare volutamente il suo messaggio fortemente politico.

L’ennesima offesa che si può fare alla memoria e a alla sofferenza di queste persone è ridurre un simbolo ad un oggettino esteticamente piacevole.

Una volta per tutte: lasciamo andare Bansky, liberiamolo dalle istituzioni.

E poi investiamo energie, tempo e risorse per salvare le persone, non i murales.

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Chiara Vedovetto
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