120 artisti in Triennale. È la pittura italiana, bellezza 

Finalmente una mappatura intergenerazionale delle plurime sfaccettature del fare pittura oggi

Entrando nelle sale al primo piano della Triennale è difficile non pensare quanto Pittura italiana oggi sia una mostra istituzionale necessaria rispetto al panorama espositivo e critico del nostro paese. Infatti, nell’ultimo ventennio, a parte qualche eccezione, la pittura tout court è stata la Cenerentola dei musei di arte contemporanea della Penisola. E, probabilmente, la pittura italiana lo è tuttora. La mostra curata da Damiano Gullì, aperta fino all’11 febbraio 2024, si caratterizza invece per essere la prima iniziativa pubblica di rilievo a svolgere una ricognizione analitica su questo medium negli ultimi lustri. E detto francamente, tanto il pubblico quanto il nostro sistema dell’arte ne avevano un fottuto bisogno.

Questioni di visibilità

Molte le cause dell’ostracismo che tale mezzo espressivo ha sofferto, che spaziano dai postumi della sbornia degli anni Ottanta, alla lettura oppositiva che ne ha fatto generazionalmente una critica troppo vicina, anche dal punto di vista ideologico, alle istanze concettuali. Dobbiamo così quasi solo alle gallerie e alle fiere (il vituperato mercato!), a qualche spazio no profit o alle iniziative individuali/collettive di tanti artisti il fatto che nell’ultimo decennio la pittura in Italia sia stata mostrata, vista e avvertita come materia viva e capace di generare effetti nel presente. È scontato dire che invece, nei loro studi, gli artisti non hanno mai smesso di dipingere. E, visti molti dei risultati, dobbiamo dire per fortuna.

Installation view, foto di Piercarlo Quecchia, DSL Studio, © Triennale Milano

Tanti pieni

Pittura italiana oggi raccoglie centoventi artisti nati tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Novanta in maniera libera e asistematica. Le opere, che spaziano da classici lavori su tela a interventi ambientali e lavori site-specific, sono collocati in una mostra che si dipana come un serpentone negli spazi della Triennale. L’allestimento è stato progettato da Italo Rota, che ha intelligentemente impiegato una struttura modulabile per collocare i dipinti costituita da sei pannelli, che viene puntellata qua e là da alcune soglie rialzate con lo scopo – forse più nelle intenzioni dell’architetto che reale – di avvicinare l’osservatore ad alcune delle opere. È una carrellata continua, a tratti ubriacante per il visitatore, poiché il ritmo incalzante e la continua giustapposizione stilistica generano rumore e fanno desiderare anche dei vuoti con cui pulirsi gli occhi. Dato che molti pittori hanno evidentemente ceduto alla sicurezza psicologica di proporre in mostra un pezzo di grandi dimensioni, la sensazione è che forse sarebbe stato necessario dello spazio ulteriore. Ma, a dire il vero, tutto questo non impedisce la lettura delle opere.

Esplorazioni

Come scrive il curatore in catalogo “Pittura italiana oggi nasce da anni di ricerche, studio visit e incontri, umani e professionali, con artiste e artisti che, in tutta Italia, dipingono. […] Ne è derivata una mappatura intergenerazionale, restituzione prismatica delle plurime sfaccettature del fare pittura oggi”. La mostra si caratterizza infatti per essere una sorta di compendio, in cui il curatore sceglie di non scegliere approcciandosi agli artisti senza alcuna preventiva matrice interpretativa di ordine tematico, iconografico o stilistico, come lo stesso allestimento evidenzia. Non c’è quindi una volontà analitica, quanto desiderio di trasmettere l’energia della complessità attraverso ciascun lavoro. Il metodo è semplice: un lavoro per ciascun artista, come da tradizione da salon, con tutti i rischi di scarsa rappresentatività della poetica dell’artista, come puntualmente segnala in catalogo Davide Ferri, e talvolta di qualità (tra tutti il caso di Pietro Roccasalva – artista eccellente – presente alla Triennale con un quadro non certo indimenticabile; per non parlare poi delle assenze importanti).

Installation view, foto di Piercarlo Quecchia, DSL Studio, © Triennale Milano

La mostra

Pittura italiana oggi apre con le opere di Gianni Politi, Andrea Kvas, Maria Morganti e Davide D’Elia, le cui pratiche esplorano i bordi concettuali e materiali del dipingere, per poi spostarsi verso pratiche più strettamente figurative, che paiono in maggioranza tra i lavori selezionati. Difficile delineare modalità ricorsive, stili o approcci, anche se la tendenza a una pittura che ha forti legami con il surreale pare inarrestabile negli ultimi anni (come giustamente osserva nel suo saggio Suzanne Hudson). Lo dimostrano le opere di Michele Bubacco, Marta Spagnoli, Gugliemo Castelli, Paola Angelini, Pesce Khete, Oscar Giaconia, Alessandro Pessoli o Fulvio Di Piazza. Ma sono presenti altresì in mostra lavori aniconici, concettuali e ambientali, come rispettivamente Alberto Di Fabio, Stefano Arienti e Benni Bosetto, mentre, se si esclude la pittura senza supporto di Eva Chiara Trevisan, la pratica processuale è stata a torto sostanzialmente ignorata. Sorprendono invece la qualità delle proposte di Thomas Berra, Luca Pancrazzi, Michele Tocca e Beatrice Meoni, mentre Luca Bertolo realizza forse l’unico lavoro strettamente politico. È un corteo con delle persone che scendono in piazza e un monumento censurato, indicativo forse di una possibile sincronicità del medium pittorico col nostro tempo, aspetto da cui la maggioranza di artisti rifugge, ripiegati talvolta in un compiaciuto intimismo.

La necessità di aprire un dibattito

Se si esce dalla mostra con una forte eccitazione visiva, si ha però la percezione che Pittura italiana oggi sia un progetto a metà, poiché difficilmente centoventi artisti possono stare insieme senza il confronto tra più criteri metodologici e più persone. In particolare, rispetto alla supposta unicità/separazione del medium pittorico, al campionamento degli artisti, alla rappresentatività delle opere scelte, all’età, alla geografia o perfino alle scuole (una decina dei selezionati, ad esempio, hanno frequentato i corsi dell’Atelier F presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia). La sensazione di chi scrive è che il progetto alla Triennale non si sia messo al riparo dalle sviste, e forse indica un certo isolamento vissuto delle istituzioni museali oggi, cui è forse necessario porre rimedio. Ma è però benvenuto, perché apre finalmente un dibattito sull’altra metà della pratica artistica, che ci si auspica possa avvenire attraverso incontri, articoli, altre mostre. Rimane un peccato solo che manchino le opere – la lista è squisitamente personale – di artisti come Paolo Bini, Mirko Baricchi, Sabrina Casadei, Nebojša Despotović, Tiziano Martini, Andrea Mastrovito, Alessandro Roma, Andrea Salvino, Caterina Silva o Esther Stocker.

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Daniele Capra
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