Mattia Agnetti. Gestire la cultura come “bene comune”.

In questo articolo non trattiamo di critica d’arte in senso stretto, di produzione artistica o tantomeno di ricerca o storia dell’arte. Parliamo del management delle istituzioni culturali, della gestione del patrimonio culturale nel senso più ampio: un aspetto forse meno glamour rispetto ai contenuti di una rivista d’arte contemporanea come la nostra, ma altrettanto importante. È il motore che muove il nostro settore, mette in relazione il presente con il passato e lo proietta nel futuro. Ne abbiamo parlato con Mattia Agnetti, Segretario Organizzativo di Fondazione Musei Civici di Venezia, che questo argomento lo “respira” da anni al punto di averlo trasformato in una passione, anzi oserei dire una missione.

L’abbiamo incontrato proprio in occasione del primo di una serie di appuntamenti dedicati al management della cultura e organizzati al Museo Fortuny nella cornice di MUVE Academy.

Cominciamo questa intervista dall'appuntamento di oggi, 24 novembre: in cosa consiste questo incontro?

È il primo di una serie cui abbiamo voluto dare il titolo Incontri intorno al Management della Cultura. Sono appuntamenti che Fondazione Musei Civici di Venezia promuove nel quadro di MUVE Academy. La nostra iniziativa non ha la pretesa di avere un ruolo accademico, sia ben chiaro, ma si offre piuttosto come una piattaforma di confronto attivo e di riflessione sui temi legati alla gestione del patrimonio culturale nelle sue diverse declinazioni, e cerca di farlo con un approccio multidisciplinare, partendo dalle professionalità coinvolte. Nel primo incontro infatti abbiamo invitato un giornalista, Luca Zuccala, un professore di Economia e Management della cultura, Francesco Casarin, un manager museale (che sono io) e un giurista e dirigente pubblico, Antonio Leo Tarasco, da poco più di un anno capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Cultura, autore di un libro che interessa tutto il nostro settore, Diritto e gestione del patrimonio culturale. Come gestiamo il nostro patrimonio culturale, in quale quadro normativo, con quali risorse o con quali “non risorse”, ha un risvolto molto importante ed è un tema attualissimo.

Di cosa parla il libro e perché è così importante?

Tarasco, utilizzando informazioni che riguardano i musei a gestione statale, per i quali esistono dei dati a livello aggregato, si focalizza sul settore museale cercando di stimolare una riflessione rispetto a come favorire l’accesso dei cittadini al patrimonio culturale efficientandone al tempo stesso la gestione. Vengono quindi formulate proposte rispetto alla natura dei costi e dei ricavi. Solitamente nei fora di discussione del mondo della cultura ci si ferma all’articolo 9 della Costituzione, ovvero alla promozione e lo sviluppo della cultura, al favorire il più possibile l’accesso ai cittadini, elemento ovviamente imprescindibile per chiunque operi nel nostro settore. Ma pochi si spingono oltre con la riflessione: nella Costituzione c’è anche l’articolo 97 che sostanzialmente obbliga l’Italia ad adeguarsi alla normativa dell’Unione Europea in materia di equilibrio dei bilanci pubblici e di adeguamento degli uffici pubblici a obiettivi di gestione efficiente della cosa pubblica. Tarasco sostiene in sintesi che l’obiettivo è quello dell’articolo 9, ma ci si deve arrivare cercando di rendere il più efficiente possibile la gestione del patrimonio culturale. E ciò riguarda tutte le articolazioni istituzionali pubbliche della gestione del patrimonio culturale, dallo Stato, alle regioni, agli Enti locali e territoriali, ecc…

Chiara Dynys, Enlightening Grimoires, Palazzo Fortuny
Cosa significa efficientare la gestione del patrimonio culturale? Tagliare i costi?

Assolutamente no! Significa in primis partire da utilizzo più efficiente del patrimonio culturale pubblico. Il libro approfondisce ad esempio il tema dei mancati ricavi (e quindi introiti) per lo Stato dai canoni concessori per l’utilizzo degli spazi, delle immagini, lo sfruttamento dei marchi e così via, avanzando anche delle ipotesi e dei calcoli e facendo una comparazione – cosa altrettanto interessante – con altri sistemi nazionali. Come quello francese, che è concettualmente molto vicino all’Italia ma dove ci sono differenze gestionali rilevanti: ad esempio la separazione tra chi ha il ruolo di legiferare, normare, controllare e monitorare, e chi poi deve operativamente realizzare i programmi e i progetti. Questa riflessione sui mancati ricavi nel settore pubblico museale fa emergere una dipendenza eccessiva dei ricavi dalla finanza pubblica oppure dalla bigliettazione, Inoltre i ricavi da bigliettazione, in Italia, sono modesti rispetto ad altri sistemi museali europei e soprattutto rispetto all’enorme ricchezza affidataci. Nel 2017 i musei, i siti archeologici e gli istituti della cultura dello Stato nel loro insieme, e sono oltre 400 tra grandi, medi e piccoli (includono grandi attrattori come il Colosseo e gli Uffizi) hanno registrato due terzi dei ricavi dei primi 15 musei inglesi, che sono ad ingresso gratuito! Nel 2018 la percentuale di gratuità degli accessi era superiore al 50% Quindi cosa si sostiene nel libro? Che ci sono troppe gratuità, e che iniziative come le “Domeniche gratuite al Museo”, vanno forse ripensate in quanto potenzialmente penalizzanti per le entrate dello Stato. Perché domeniche e non altri giorni della settimana? perché rinunciare ad introiti che sarebbero comunque destinati solo ed esclusivamente alla conservazione e alla tutela del patrimonio? perché non pensare a soluzioni ad hoc per le diverse sedi? Allo stato attuale, potremmo dire per assurdo che l’entrata ai musei è gratuita, e poi che c’è una percentuale minore di visitatori che paga. I dati ci dicono questo. La riflessione va avviata e deve interessare gli amministratori pubblici in primis. Per questo vogliamo che i nostri incontri siano molto tecnici, proprio per contribuire a dare alla politica gli strumenti per prendere le decisioni.

Un nobilissimo intento. Vogliamo azzardare un giudizio sul sistema museale italiano?

Se parliamo di gestione del patrimonio museale, l’Italia ha imboccato la giusta direzione nel 2014 con la riforma del Ministero della Cultura e la costituzione dei musei e degli istituti autonomi. Diciamo con un ritardo di circa 20 anni rispetto ad altri paesi europei e di 30 rispetto al mondo americano e anglosassone. Tuttavia, è provato che una maggiore autonomia, una responsabilizzazione maggiore del management e una maggiore capacità operativa portano risultati positivi. Abbiamo oramai ampia bibliografia al riguardo. Ci sono studi della Banca d’Italia, di società di consulenza internazionali che hanno dedicato approfondimenti al tema, quali ad esempio quello del Forum Ambrosetti presentato la scorsa estate: con dati alla mano che comparano le performance prima e dopo l’avvio del processo di autonomia della governance e gestionale. Siamo ancora lontani dalla migliore gestione del nostro patrimonio ma credo si sia proprio imboccata la via giusta. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio, all’articolo 115, chiede alle amministrazioni pubbliche di fare una valutazione economico-finanziaria rispetto ad una gestione diretta o indiretta del proprio patrimonio. Queste valutazioni generalmente non vengono fatte. Non esiste un’unica soluzione per tutte le realtà museali. Pensate alla varietà del mondo dei musei civici che sono la più parte del sistema italiano. Molto spesso ci si limita a reclamare maggiori risorse economiche. Scelta condivisibile, ma poi come vengono impiegate e spese? Come facciamo a generarne di nuove? queste sono alcune delle domande a cui il libro cerca di rispondere.

Palazzo Fortuny, primo piano, il giardino d’inverno, ph. Massimo Listri
Immagino che questo passi anche per le persone, e ultimamente si parla molto dell’esigenza di professionalità codificate nel mondo dell’arte. Anche questo incide?

Il tema delle professionalità, che mi è molto caro, è un tema fondamentale. Però oggi c’è uno scollamento tra l’offerta didattica a livello universitario o post-universitario legato al mondo della gestione del patrimonio culturale, e il mondo del lavoro. E tutti questi ragazzi che si formano, che studiano, che sono appassionati, entusiasti, non riescono a trovare uno sbocco lavorativo adeguato. I motivi a mio parere sono due. Il primo: una sostanziale mancanza di dialogo e di concreto collegamento tra il mondo universitario e il mondo del lavoro, nel caso specifico quello dei musei – anche se ci sono comunque degli esempi virtuosi, tra i quali mi permetto di inserire i Musei Civici di Venezia con il progetto di MUVE Academy che favorisce la realizzazione di stage, tirocini e contratti di apprendistato. E poi il sistema di reclutamento. Soprattutto nelle amministrazioni pubbliche, che sono ancora oggi la stragrande maggioranza dei soggetti che amministrano il patrimonio culturale, vi è un sistema di reclutamento per concorso pubblico che riguarda quasi sempre figure tecnico-amministrative generiche, lontane quindi dalle specializzazioni dei ragazzi e spesso dei corsi di laurea ma soprattutto lontane dal fabbisogno reale dei musei. Se io oggi voglio uno Web Specialist o un Social Media Manager e sono un’amministrazione pubblica, lancio un bando pubblico per un profilo amministrativo. È questa la risposta? È questa la soluzione?

E MUVE Academy?

MUVE Academy è una piattaforma che da un lato propone iniziative come gli Incontri intorno al Management della Cultura, dall’altro, nella sua attività più core, genera e gestisce contatti e accordi con diverse università e istituzioni formative nazionali (es. Università veneziane , Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali del MIC), anche internazionali (es. l’Ecole du Louvre), che danno la possibilità ai ragazzi di effettuare stage nei nostri musei durante o dopo il loro periodo di formazione accademica, e tramite l’istituto dell’apprendistato di Alta Formazione, di essere assunti. Va anche detto che Fondazione riesce ad avviare questi percorsi in forza dell’applicazione di un CCNL non pubblico, quale Federculture. In questo caso la selezione dei candidati è demandata all’ ente universitario che, tramite una procedura pubblica, conduce una prima selezione e definisce una lista ristretta di candidati. Sta funzionando molto bene. Sono molti gli studenti e i laureati di corso triennale o magistrale, che sono motivati e che hanno la possibilità di lavorare in un contesto di pregio con contatti internazionali e sviluppando le professionalità tipiche del mondo museale. Allora la domanda sorge spontanea. Ma ci sono le risorse per finanziare queste scelte? le risorse vanno create ed il nostro patrimonio, inteso come asset di valore, può certamente generarne. Penso all’utilizzo dei marchi, ad un migliore sfruttamento delle concessioni pubbliche per l’uso degli spazi, delle immagini, penso all’esperienza del Museo Victoria&Albert Londra che costituisce un dipartimento dedicato alle touring exhibitions (mostre itineranti), crea progetti itineranti partendo dalle proprie collezioni, dà lavoro a oltre 10 persone che operano full time e genera risorse per coprire i costi di funzionamento e creare ulteriori introiti tramite exhibition fees. Questo è un esempio concreto che Fondazione ha iniziato a seguire ma che necessariamente implica una decisa scelta di politica gestionale. Piccoli tasselli, partendo dalla diversificazione delle attività, con l’obiettivo di tutelare il nostro patrimonio, valorizzandolo con una gestione efficiente. 

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