La nostra vita è un’onda. A tu per tu con Diango Hernández

Da Cuba a Düsseldorf, dal concettuale all’Olaismo. In dialogo con Diango Hernández, fresco della sua ultima personale alla Wizard Gallery di Milano e del suo solo show a Miami.

La tua storia personale è costellata di spostamenti. Ce la puoi raccontare?

Sono uscito di casa quando avevo dieci anni, nel 1980, e non sono più tornato. Ho cambiato boarding school e provincia molte volte a Cuba, contrariamente a tanti miei amici. Terminati gli studi universitari, nel 1994, ho iniziato a viaggiare, vivere e lavorare per periodi anche di sei mesi in molti luoghi, dal Sud al Nord America e poi all’Europa. Sono arrivato in Italia nel 2003 con l’idea di stabilirmi a tempo indeterminato in Europa, ma sono rimasto a Trento solo due anni e poi mi sono spostato in Spagna e, un anno dopo, a Düsseldorf, dove attualmente vivo. In realtà non mi è mai interessato viaggiare, non mi ha mai veramente interessato il mondo. Più che altro a interessarmi è il “mio mondo”, la mia casa, le mie strade, i miei amici e soprattutto quel mondo infinito che ho scoperto molto presto dentro di me.

Ti senti a casa in Europa? Non senti la nostalgia di Cuba?

Davvero non lo so. Mi sono isolato da tutto, non so nemmeno più dove sono o dove sia casa mia. Vedo crescere mio figlio, vedo la mia amata moglie ogni giorno, guardo dalla finestra di casa il fiume Reno e mi sento completo, senza bisogno di ulteriore spazio. Non mi manca nulla. Cuba è come la matematica, che adoravo tanto da bambino: è dentro di me, io respiro, e anche Cuba respira.

Ricordo che le prime tue opere che ho visto erano disegni e installazioni. La tua ricerca era ascrivibile al concettuale, anche se di natura poetica e “calda”. Poi, progressivamente, la tua attenzione si è concentrata sull’immagine, in maniera più astratta…

Sin da quando ho iniziato a occuparmi di arte sono stato consapevole che gran parte del mestiere dell’artista è imparare, cosa che non si finisce mai di fare. I miei primi anni di attività artistica e le prime mostre sono stati il frutto della collaborazione artistica Ordo Amoris Cabinet. Provenivano da una pratica che aveva dichiaratamente lo scopo di indagare la nostra realtà e i processi di conversione di quella realtà in linguaggio artistico. Ero conscio fin dall’inizio che il disegno e l’installazione erano strumenti di proiezione e di natura didattica… 

E poi cos’è successo?

Solo successivamente che mi sono sentito in grado di avvicinarmi all’opera come un’opera finita, totale e invariabile, durante la mia seconda personale The Book of Waves alla Marlborough Gallery di Londra, nel 2015. La cosa curiosa di questo cambiamento è che ci sono molti tendono a leggere il lavoro iniziale come un lavoro “finito”, mentre in qualche modo sentono più distanti le opere successive. Quando mi chiedono le ragioni di questo cambiamento, o di altri avvenuti nel corso della mia carriera, nemmeno io ho una risposta, ma so che sono processi ingovernabili e che non posso tenere a freno la mia volontà e la mia passione.

Diango Hernández, Cantos des Sirenas, 2023, installation view, Wizard Gallery, Milan, ph. Antonio Maniscalco
L’onda, in maniera particolare nella sua elaborazione grafica semplificata, è diventata in questo modo un tuo elemento distintivo. Come si è sviluppato tutto questo studio?

Fin da quando ero molto piccolo a Cuba ascoltavo la radio. Poi da adolescente sono diventato ossessionato dalle onde FM e dalle stazioni radio che trasmettevano da Key West, che avevano bisogno di antenne speciali che avevo imparato a costruire. Il primo lavoro dedicato a quegli anni è stato Waves inside my room, che è stato esposto alla galleria Alexander and Bonin di New York nel 2009. Attraverso queste stazioni radio ho scoperto la musica e ho anche imparato la lingua inglese. Ascoltandole immaginavo tutti i prodotti, oggetti e servizi che pubblicizzavano e che a Cuba non esistevano. Le onde della radio sono così diventate qualcosa di essenziale per me e la mia generazione. Nel 2014 ho sentito di poter trasformare tutto ciò in un simbolo, in qualcosa che permettesse, come le onde radio, di aggiungere al mondo il “mio mondo”.

Nel contempo l’onda è diventata anche un dispositivo visivo con cui percepire il mondo, come testimoniano anche le ultime opere esposte alla Galleria Wizard a Milano nella mostra Cantos de Sirenas…

Aprendo il mio cuore si è aperto anche il mondo. Le onde sono già dentro di me. Penso e sento attraverso questo flusso. È qualcosa che so bene non essere mio, che non mi appartiene, e credo che questo sentimento così potente sia lo stesso che provavo da bambino, quando vedevo le prime opere d’arte. All’improvviso non era più come prima, non ero più io.

Diango Hernández, Cantos de Sirenas 3, 2023, oil on canvas, 200 x 200 cm, dettaglio, ph. Antonio Maniscalco, courtesy Wizard Gallery, Milan
Non pensi invece che nell’uso di tale elemento, nella sua iconicità, nel suo essere declinabile tanto in un’immagine bidimensionale quanto in forma scultorea, ci sia in qualche modo un’eredità delle avanguardie moderniste europee e latinoamericane? Anche nella tua idea di farne un movimento, l’Olaismo, c’è forse il desiderio di rendere questo dispositivo qualcosa non solo esclusivamente tuo…

La mia onda ha molto della Bauhaus così come del Barocco, e questo in qualche modo risponde al mio desiderio di universalizzare il linguaggio dell’arte. Nei Caraibi tutto è mescolato, ed è grazie a questo incredibile sincretismo che lì si comprende l’arte e la vita. La nostra modernità a Cuba è stata una rivoluzione sociale che ha fatto sì che tutto si mescolasse ancora di più. Quella miscela, verso cui sono debitore, è qualcosa che mi permette di non vedere i confini e le distinzioni in maniera così netta come forse si vedono in Europa. La parola Olaismo non è altro che uno strumento di comunicazione, poiché non corrisponde a un movimento artistico, ma è qualcosa che mi permette di sintetizzare e trasmettere ciò che faccio. Alla fine, le parole che usiamo oggi come impressionismo, futurismo, astrattismo, realismo, non sono altro che marchi.

Chi è l’artista oggi? Ha un ruolo pubblico nella società?

L’artista dialoga principalmente con gli altri artisti, non con la società. Oggi esistono tante tipologie di artisti, non ha senso ridurre questa complessità a una sola definizione. Più passa il tempo e più comprendo il grande valore del lavoro e della vita di ogni artista. Che apre uno spazio e lo illumina affinché tutti possiamo esistere veramente.

LINKS
Daniele Capra
Torna in alto