Contro (alcuni) art influencer

Se l’influencer cade, internet gongola, l’autorità si sveglia. E poi nulla cambia

A meno di non aver vissuto gli ultimi mesi come Tom Hanks in Cast Away o Maccio Capatonda ne Il Migliore dei mondi (OT, consigliatissimo) le parole Balocco – Pandoro – Beneficenza, oltre alle recenti feste natalizie, all’abuso personale di regali, dolci e bontà un tanto al chilo, dovrebbero accendere in tutti noi un flash sull’attualità. Quello a cui abbiamo assistito in questi mesi è stata, per molti o per come si è provato a raccontare, la Caduta degli Dei: una discesa dagli astri dorati dei social all’inferno della giustizia per la regina incontrastata degli influencer.

Come spesso accade nel nostro Paese, la fortuna mediatica va di pari passo con l’urgenza, prestandosi a un momento per colmare le immancabili lacune legislative con norme emanate sull’onda emotiva, risvegliando dal torpore uffici e agenzie che godono così del proprio momento di gloria. Ecco, quindi, che all’alba del Pandoro Gate L’AGCOM, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, definisce alcune linee guida per quelli con più di 1 milione di follower, con l’obiettivo di equipararli ai media tradizionali. Ammettendo, in pratica, di aver scoperto dopo almeno un quinquennio di strapotere di imprenditori digitali, nel migliore dei casi, l’esistenza di una popolazione nutrita di grandi e piccoli content creators che indirizzano comunità di utenti più o meno nutrite all’acquisto di prodotti e servizi, mischiando sponsorizzazioni a spaccati di vita privata. 

Ma la parte, credo, oltre ad aver posto un tetto numerico veramente assurdo, è l’essersi accorti con grave ritardo di quello che nel mondo della comunicazione è già stato assimilato da tempo: ovvero, la consapevolezza del potenziale comunicativo dei social, con l’accreditamento e la presenza sempre più importante di blogger, art influencer, al pari di esponenti della stampa tradizionale. Talvolta, per una richiesta da parte dei clienti, più spesso per ragioni di contingenza in quella zona grigia, una di molte, dove il lavoro delle testate, particolarmente quando l’informazione viaggia online, si sovrappone e spesso confonde alla comunicazione dei content creators. È poi innegabile che sia i contenuti social che l’informazione “tradizionale” abbiano uno straordinario bisogno l’una dell’altra: al netto dei loro milioni di follower, praticamente tutti gli utenti social che di questo vivono e prosperano, consolidano la propria reputazione attraverso la profila azione sulla buona, vecchia stampa old school.

Viceversa, la stampa – particolarmente nella sua diffusione online – trae innegabile beneficio dall’occuparsi di queste tematiche, aumentando il traffico generando spesso dibattiti creati ad arte, stuzzicando le communities di fedeli e fedelissimi. Il lato positivo, se vogliamo, è il fatto che ora ci sia un riconoscimento “ufficiale”. Credo renda giustizia al lavoro dei giornalisti che, a, differenza dei colleghi content creator, almeno fino ad oggi, devono operare nel Testo unico sui servizi di media audiovisivi, cioè l’insieme di leggi italiane che regolano l’attività di radio e televisione, quindi responsabili in prima persona di quanto viene pubblicato. 

Cristina Giopp, The Girl in the Gallery

Ma perché tirare in ballo ora gli influencer dell’arte? Ovviamente, per una riflessione sulla comunicazione in questo settore che, come qualunque altro, ha i suoi esponenti di spicco che macinano contenuti e raccolgono consensi di social. Nel più felice dei casi si tratta di operatori del settore, figure professionali competenti, che alternano progetti curatoriali, consulenze, articoli e interventi a un’attività divulgativa più leggera sui social. Non sono tuttavia isolati i casi opposti, ossia di personalità che si sono ricavati indubbiamente con tenacia e persistenza uno spazio in questa giungla, accreditandosi poi come figure di riferimento e interlocutori in questo settore.

Le attività dell’Art influencer spaziano tra racconti di mostre #unboxing #gifted condivisione di inviti a premio e opening #nuoviprogetti #staytuned, condito dall’immancabile incursione nelle vite personali. Sono figure chiamate in causa sempre più spesso da istituzioni, musei, fondazioni, gallerie, coinvolti a pieno titolo nei viaggi stampa delle anteprime, nelle preview, già entrati a pieno titolo come si diceva, da diversi anni nelle liste press (comprese le mie). Non posso tuttavia esimermi dal chiedere quale criterio, semmai ci possa essere, possa essere utilizzato per normare anche questo particolare segmento, estendendo anche ai piccoli content creators le stesse norme etiche e deontologiche dei colleghi giornalisti. Ovviamente non sto parlando di mettere sotto torchio i vari Art Sharers e art lovers, le sponsorizzazioni o collaborazioni poco chiare, ma credo che l’occasione vada colta per una necessaria presa di coscienza sulla qualità dei contenuti proposti dai creatori. 

Mi ricollego qui a un dibattito molto sentito fra gli addetti lavori, ossia la scomparsa della critica d’arte e delle vere recensioni di mostre che non siano un resoconto di quanto visto. A questo aggiungo, quindi, un altro fattore di appiattimento verso il basso: la totale mancanza di spirito critico del pubblico, a cui credo la condivisione smodata di “arte e bellezza”, termini abusatissimi e spesso fuori luogo, hanno contribuito a creare. Spulciando tra i vari profili quello che si nota è una sostanziale omogeneità di linguaggio, di contenuti. Quello che sapremo già di non trovare sarà una analisi, un pensiero che vada oltre la nozione, la lezione, il comunicato stampa. Troveremo anche l’entusiasmo (quello non manca mai!) per mostre mainstream, artisti celeberrimi, fino alla promozione di progetti di dubbio gusto, magari come partnership a tutela del creatore (praticamente rendendo noto che, con questa attività, ci sta pagando le fatture). Ma del resto, perché mai dovrebbero adeguarsi a una convenzione e a delle norme? Molti profili nascono manifestando quel pensiero base e un po’ naïf di condividere la cultura. Il successo, la monetizzazione sembrano essere, più che altro, confidenze fortuite e non il frutto di una costante ricerca di affermazione del proprio brand e di sé stessi. 

Ma se invece, da tempo, vengono considerati alla stregua dei giornalisti e della stampa di settore, non dovrebbe essere chiesto loro qualcosa di più? E mi chiedo, in definitiva: tutto questo farà poi davvero bene all’arte? Fa davvero bene alla cultura alle mostre, ai musei? Un esercito di (molto spesso) giovani e giovanissimi armati di pochi titoli e tanta buona volontà, rappresentano davvero il meglio per la divulgazione culturale? Arrivo agli estremi: selfie a profusione, la rincorsa alle foto più accattivanti, magari con outfit in palette alle opere in mostra, farà bene davvero alla narrazione della stessa e, soprattutto, al pubblico?Al netto del nobile intento di far conoscere l’arte ad un pubblico sempre maggiore, quello che trovo preoccupante è come queste operazioni rischino, sempre più spesso, di generare un appiattimento generale del linguaggio, dei contenuti.

La sto buttando in caciara, consapevole di farlo. E corro consapevolmente il rischio di passare per reazionaria nel rivendicare una comunicazione più curata ed elitaria. Ho ben chiaro di quali profili reputo immeritato il successo, ma dato che lavoro anche in questo settore, sono un po’ paracula e, soprattutto, non ho voglia di incrociare i threats con community incazzate a sostegno dei propri beniamini, mi astengo dal segnalarli. Già fatto, già visto. Non ho più l’età, la pazienza e soprattutto il tempo per lo shitstorm. Sono anche mamma di una duenne, quindi di cacca ne ho vista abbastanza.

Francesca Anita Gigli, Likeitalians

Colgo invece l’occasione per segnalare esempi di figure che invece stimo, che credo possano essere degli esempi positivi di una comunicazione di valore. Tra questi annovero certamente The Girl in the Gallery, aka Cristina Giopp, a cui riconosco uno stile sofisticato e coerente insieme a una ricerca sui contenuti dettati da una capacità inevitabilmente connessa ai suoi studi e alle competenze acquisite. Aggiungo a questi anche il profilo di Likeitalians guidato da Francesca Anita Gigli (contributor di Finestre sull’arte) con spirito di ricerca, approfondimenti e curiosità ben studiate. In questo circolo ristretto includo il gotha della comunicazione della storia dell’arte, il sempre verde Jacopo Veneziani che non deve certo la sua fortuna ai social ma che, comunque, fiorisce anche su questi canali grazie a uno stile e aplomb unici. Delle sue solidissime basi non c’è bisogno di fare menzione perché è patrimonio comune.

Ecco che allora proprio osservando degli esempi positivi vorrei finalmente, FINALMENTE e una volta per tutte, cestinare il termine “influencer” e content creator, in particolare pensando a quanti content sono, alla fine, rimescolamenti di comunicati stampa o spezzoni di agenzia, di enciclopedia online di contributi già esistenti a cui il creator associa una cornice, una narrazione, dettagli che lo rendano coerente con il proprio profilo, come preoccupazione principale. E allora per chi, in particolare, si occupa di comunicazione storico artistica rispolveriamo un termine desueto e più significativo: il divulgatore. Un diffusore di contenuti di spessore, non necessariamente propri, ma a cui sa dare autorevolezza grazie alla propria preparazione e presenza. Ma oggi il divulgatore è, per me, chi mette la faccia, chi sa dare una regia al pensiero e al lavoro anche di chi collabora al progetto. È chi si assume, realmente, le responsabilità di quanto scrive, racconta, diffonde, promuove. 

Jacopo Veneziani

 (Nota personale, divulgatore mi fa salire il Piero e Alberto Angela, la sigla di Super Quark in sottofondo, una lacrimuccia di nostalgia). A questo punto troverei indispensabile, come per la stampa, l’adesione a un codice etico, l’esimersi da dare visibilità a progetti non di valore semplicemente perché adv e “s’ha da fare”, mascherandosi dietro artifici linguistici per rendere commestibile l’immangiabile. Perché alla fine, è così che avveleni tutto. Lo scrivo e mi rendo perfettamente conto dell’assurdità di una simile pretesa, in un mondo come quello dell’arte, composto da mille zone d’ombra, da infinite commistioni professionali, da limiti indefiniti in cui non è anomalo essere più cose insieme – artista, curatore, advisor, giornalista, consulente, critico, influencer e oltre – senza che nessuno si interroghi su un possibile conflitto di interessi.

Concludo tornando sul caso mediatico dell’anno (il che la dice lunga su tante priorità dell’informazione…). Una riflessione nata dopo aver assistito alla partecipazione televisiva dell’inossidabile duo Wanna Marchi – Stefania Nobile in difesa di Chiara Ferragni.  Basterebbe solo questo per spiegare in che paese da sogno viviamo, ovvero dove due persone accusate di truffa e che hanno scontato una lunga pena per questo motivo, possono partecipare come opinioniste avendo questa realtà nel proprio curriculum che, a quanto pare, è tipo una coccardina di cui fregiarsi. Ho realizzato che in questo magnifico mondo c’è chi è capace di vendere di tutto ma – diavolo – c’è chi è capace di comprare di tutto. Compresa la fortuna. Quello che compri sono ora le vite degli altri, l’ostentazione e messa in mostra della vita quotidiana, fatta anche di piccole cose che rende tutto più veritiero e accessibile.

Con quale criterio si può sperare di creare un pensiero critico e una proposta di più ampio respiro intorno alla divulgazione culturale quando l’arte viene ancora trattata come una questione di gusti e di opinioni personali? Ben vengano ogni norma a tutela del consumatore, e ogni sforzo per individuare e arginare la truffa.  A tempo debito, sarà opportuno occuparsi anche della fuffa. 

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Chiara Vedovetto
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