Giovanni Morbin. Nel fermarsi la chiave per creare

Immagine, sostanza ed esperienza nella personale del body artist alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.

Visitare la mostra del vicentino Giovanni Morbin è come entrare nella sua dimora: ho avuto questa sensazione sin dai primi passi, accompagnato da opere differenti – performance e opere fisiche, che si intrecciano per creare un continuum che racconta la vita artistica di Giovanni Morbin, tra i più importanti nel panorama nazionale nel campo della body art – ma che riflettono la personalità di questo artista alternativo e antidivo. Una persona normale, spesso abusata locuzione, ma necessaria, per descrivere qualcuno che non ricorre a comportamenti sensazionalistici per mettersi in mostra.

L’entrata a Palazzo Tito a Venezia, lungo un placido canale vicino allo storico Ponte dei Pugni, è sormontata dalla prima opera, una scritta con il nome e cognome dell’artista a neon rosso, con un difetto indotto, ovvero il malfunzionamento della prima lettera, la M di Morbin, che va e viene. Il risultato, complice il caigo, ovvero la nebbiolina tipica veneziana, è stupefacente, perché da lontano questa luce appare come un richiamo d’altri tempi, trasportati negli anni Cinquanta – Sessanta in altri luoghi, non certo nella Serenissima. Avvicinandosi, l’apparire e scomparire della M gioca sulla parola ORBIN, che ricorda il termine veneto orbo, che indica una persona ipovedente.

Giovanni Morbin, Campo di ricerca, 2023, vista della mostra, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, foto Davide Stani

Entrati, sulle scale una gigantografia di Morbin seduto su una poltrona, lo sguardo assorto e le mani nella tipica posizione di chi si gira i pollici, oziando. Da qui parte il concetto di OZIONISMO, che recupera l’otium di età classica, come momento personale e di libertà, in opposizione alla cultura dell’obbligo dell’agire, tipico della nostra società. Ma non è forse dall’ozio che nascono le opere? Fermarsi, pensare, elaborare e produrre, perché senza progettazione, senza meditazione, senza ragionamento nessun lavoro si compie, in ogni campo. Dopo il manifesto dell’ozionismo, che ci accoglie all’entrata al primo piano, nelle prime due sale troviamo due filmati, con l’autore nella stessa posa intento a girare le dita, nel suo studio e sulla barca che porta le opere a Palazzo Tito, tra canali e rii veneziani. Il pensiero come faro guida, recuperare questo concetto che la nostra società ha cancellato, per sostituirlo con l’abnegazione cieca al lavoro.

Ma un artista come Morbin riesce a stupire anche usando un quotidiano come forma di espressione artistica: una pagina vuota del Gazzettino, circondata da un riquadro e con solo un codice, che sembra quello di un errore informatico. Chi l’ha vista che ha pensato? Ha visto un’assenza, ma questa assenza in realtà denota una presenza, quella al negativo delle scritte della pagina sul retro che emerge, come volesse passare il muro bianco del nulla, a voler rivendicare una sua valenza. Questo concetto ritorna in questa stanza, dove sono esposti degli strappi, ovvero delle porzioni di intonaco staccato, con una tecnica usata in restauro, da alcuni edifici. Cosa c’è dietro, da una visuale che non vedremmo mai, l’opposto che evidenzia l’assenza.

La terza sala (della Corporeità) affonda la ricerca nel corpo umano: le opere gravitano i loro baricentri sulla struttura meramente fisica, qui l’artista concede una parte di sé. Si va dal calco panificato del viso di Giovanni, che è la parte produttiva di una performance che vedeva l’autore distribuire pane ai passanti, come simbolo di solidarietà, in programma anche a Venezia durante questa esposizione ma purtroppo vietato inspiegabilmente dal comune. Ma ci si addentra ancora di più nel corpo quando emergono i solidi e i fluidi dell’autore, ossa e sangue. Una radiografia con frattura dialoga liricamente con un parallelepipedo di cemento osseo, usato in ortopedia per rinsaldare le fratture: ma se in medicina se ne usa pochissimo, fondendosi con le ossa, qui il volume è enorme per riempire lo spazio vuoto tra le due mani, di cui ci sono i calchi. Colmare uno spazio vuoto con materiale sintetico, ma del tutto uguale, con le stesse caratteristiche delle vere ossa al tatto, come una protesi esterna. Sulla parete opposta Autoritratto, un quadro astratto dove il pigmento è il sangue stesso dell’artista, lasciato coagulare sulla tela. L’artista che mette, letteralmente, anima e corpo.

Giovanni Morbin, Campo di ricerca, 2023, vista della mostra, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, foto Valentina Cavion

Identità è la sala seguente, dove la riflessione è totalmente rivolta al colonialismo, di ogni tipo. Al centro domina la scena una statua fatta di cappelli coloniali e veste kaki, il colore delle truppe di occupazione europee, che restituiscono al visitatore l’impressione di trovarsi di fronte ad un idolo primordiale di madre generatrice. A lato, l’amara riflessione di EU, due contenitori a forma di lettera trasparenti, al cui interno troviamo cartoline con vecchie foto di donne esotiche discinte, opere molto in voga tra le truppe europee, esotismo ed erotismo da conservare nel portafoglio. Chiude questa sala, anticipando la seguente, un’opera composita particolare: una cornice candida, strombata all’interno a disegnare un asettico corridoio, sul fondo un fascio rovesciato di tessuto. Siamo anche qui dietro, sembra di essere all’interno di un palazzo razionalista e, giunti alla finestra sullo spazio aperto, osservare quel simbolo così caratteristico da dietro, quasi irriconoscibile. Mi piace leggere anche il vuoto dietro a quello che rappresenta, testimoniato dal corridoio asettico e privo di carattere.

Volumi invisibili presenta una serie di foto scattate durante il fascismo, nelle quali sono sempre rappresentati uomini nell’atto di salutare col braccio teso. Ma qual è l’angolo giusto? Per indagarlo, una serie di ricostruzioni di ipotetici, anche qui asettici, cubi bianchi sotto le braccia tese in pose innaturali, che si spogliano della loro valenza. Un grande goniometro, però, ci indica la soluzione, un valore angolare vicino ai 45°, ma di poco inferiore, anche questo un numero che svuota di potere un gesto così legato a violenze e soprusi.

Giovanni Morbin, Campo di ricerca, 2023, vista della mostra, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, foto Davide Stani

L’ultima sala, Disimpegno, ospita l’opera “…after Szeemann”, che consta in un aspiratore folletto appoggiato distrattamente alla parete. Qui l’aspetto concettuale raggiunge il suo apice più alto, perché è quanto rimane di una performance dell’artista nella casa di Harald Szeemann. Morbin ha aspirato tutta la polvere e i residui che erano rimasti nel locale vuoto, dopo che fu venduto l’archivio del grande critico d’arte. Cosa rimane delle ore di studio, ricerca, meditazione, scrittura…polvere, un destino che accomuna tutti come a ricordare il noto “polvere eri, polvere tornerai”.

Una mostra toccante, ben curata dal critico Daniele Capra, con leggerezza e rispetto. Passeggiando tra le opere di Giovanni Morbin, cogliamo la sua ricerca continua, su tematiche sociali, sia legate all’interazione tra le persone, sia a grandi conti incredibilmente non ancora chiusi con la storia, passando per una profonda analisi del corpo dell’artista, materia e materiale artistico, non più solo esecutore delle opere.

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Michele Zanchetta
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