SUPER FRESH: Performing The Club

Performance e club culture si incontrano all’Azimut Club di Torino

Pensiero profondo parola protratta 

Pensiero profondo parola protratta

Trascino pensiero profondo parola

Pensiero profondo parola protratta

Lo spazio oscuro di quel luogo è riempito da questo mantra che rimbalza da una parete all’altra, creando un disorientamento acustico in noi che ascoltiamo. Sono all’Azimut Club di Torino, un punto di riferimento per gli amanti della vita notturna in città. Sembrerebbe il preludio di una serata qualsiasi, di un sabato sera all’interno di un club, dove un centinaio di persone si sono date appuntamento per ascoltare musica elettronica e dondolare le spalle in una coreografia confusa e anestetizzata.

Sarebbe tutto normale, se non fosse per quella luce rossa che illumina un tavolo al centro dello spazio. Sopra c’è una lingua, un’enorme lingua di manzo cotta a vapore, che inerme è stata adagiata sopra un tagliere.

Sono al bancone del bar e sorseggio un Negroni, da quella posizione ho una vista privilegiata. Il mantra continua, apro Shazam e cerco di capire di che brano si tratta, sullo schermo del cellulare mi appare la scritta: “Parola” di Donato Dozzy & Anna Caragnano. La musica diminuisce, il silenzio si riprende il suo spazio.  Tutti gli occhi si dirigono al tavolo. Dall’oscurità del locale esce una ragazza, giovane, ma il suo sguardo è determinato come quello di chi sa cosa sta per fare. I passi e i gesti sono decisi.  Si avvicina al tavolo, sposta la sedia, si posiziona e si aggiusta il microfono. La luce adesso risalta solo la figura lì seduta.

Il tavolo è coperto da una tovaglia con un motivo a quadri e fiori, è sbiadita e sembra essere stata rubata da una cucina di una qualsiasi casa italiana, dove la tovaglia è ancora il “costume” che trasforma il tavolo di cucina da semplice oggetto in un luogo di convivialità.

Sembra quasi di vederla quella cucina: a capotavola si siede il padre, sul lato vicino ai fuochi la mamma che dovrà alzarsi per servire le portate e sugli altri due lati i figli intenti a mangiare in un rigido silenzio, obbligati ad ascoltare la voce di una giornalista che dalla televisione enumera notizie senza prendere fiato.

Chiara Ventura, Mi chiamo fuori, Performing the Club, Azimut Club, Torino, ph. Emanuele Pensavalle

La performer, Chiara Ventura, impugna coltello e forchetta e inizia a tagliare la lingua in grossi pezzi che lentamente le riempiono la bocca. I denti incidono la carne cotta e si dà inizio alla masticazione. Quando la bocca è piena le corde vocali si tendono e provano a emettere un suono. La sua voce, censurata dalla masticazione della lingua e da un piccolo filtro sonoro che la rende simile a quella di un uomo, riesce ad emettere un suono: TERESA.

Ventura deglutisce a fatica, ma ecco che subito un nuovo pezzo di lingua riempie lo spazio vuoto della sua bocca.

GIULIA
MARTINA
ORIANA

111 nomi di donne e ragazze si ripetono in un nauseante rituale che sembra non avere fine.

Quello di cui sto parlando è la performance, Mi chiamo fuori, che Chiara Ventura ha presentato lo scorso 13 gennaio durante una delle serate organizzate del progetto Performing The Club, il soggetto di questo primo numero di SUPER FRESH 2024.

In quella serata, Ventura trascina tutti gli spettatori a riflette su un tema – purtroppo – ancora molto discusso, soprattutto negli ultimi tempi. Con la sua performance prova a penetrare dallinterno quel dramma attraverso una poetica straziante, dove i nomi delle vittime di femminicidio vengono consumati e – con difficoltà – digeriti.

Quei nomi non sono più numeri, diventano suoni, lettere che rompono il silenzio e lì restano.

Nonostante la crescente attenzione a questo fenomeno, dovuta anche alla maggior diffusione di notizie legate alla violenza sulle donne, il femminicidio” si conferma essere una grave emergenza diffusa nel nostro tessuto sociale, passando dall’annientamento morale alla categorizzazione del ruolo sociale fino all’eliminazione fisica della donna.

Ecco che si comprende che quella tavola con quella tovaglia non è solo il luogo della convivialità, ma diventa il simbolo di un’ipocrisia sociale, una dinamica domestica aggressiva, quella stessa tragica scenografia dove la maggior parte di quelle violenze avvengono.

Performing The Club compie una scelta coraggiosa con Chiara Ventura, e non è la prima volta che lo fa. Nato dall’idea di Cristina Baù, questo progetto mette a confronto due mondi apparentemente opposti, quello dellarte contemporanea e quello della club culture. Indagando il rapporto tra clubbing, musica, performance art, visual art e danza, attraverso il coinvolgimento del pubblico che vive in presa diretta ogni singola performance, si creano nuove prospettive che possono avvicinare appunto gli interessi e le passioni degli uni e degli altri, coinvolgendo un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo. Ripartendo da forme alternative di utilizzo di location non convenzionali, come ad esempio i club, lo spazio stesso diventa contenitore di forme di arti performative più elaborate e raffinate, in cui le emozioni di chi le esegue si fondono con le sensazioni di chi ne fruisce.

Chiara Ventura, Mi chiamo fuori, Performing the Club, Azimut Club, Torino, ph. Emanuele Pensavalle

Devo ammettere che inizialmente ero scettico, ma assistendo a quella performance capisco che è in luoghi come questo, frequentati – veramente – dalle nuove generazioni, che devono essere fatti questa tipologia di discorsi e riflessioni. Non ci sono dubbi. È quello lo spazio ideale dove tutto questo deve accadere.

Mi colpisce quello che Cristina mi dice a fine serata ed è lì che comprendo la vera essenza di Performing The Club: “Larte è un sismografo sensibile ai temi sociali, ci interroga sulla natura dellessere umano interpretandone follie collettive, sopraffazione e maschilismo, egocentrismo e narcisismo, fino a spingersi lontano, oltre i pregiudizi, per comprendere questossessivo fenomeno.”

Le performance che questo progetto ospita sono sempre pensate nell’ottica di creare momenti di riflessione, proprio nei luoghi della vita reale, lì dove frustrazione ed energia sono gli ingredienti dello stesso bicchiere.

ETLEVA
MICHELE
PATRIZIA

I nomi continuano.

I volti intorno a me sono attoniti.

In un religioso silenzio assistiamo a quel rituale.

Dagli occhi di qualcuno iniziano a scorrere le prime lacrime.

FRANCESCA
GIULIA

Quel nome a cui tutti noi sappiamo dare un volto.

VANESSA

Poi il silenzio.

Ventura si alza spostando la sedia e si immerge in quel buio da cui era uscita.

Ora non grido più, giunta al termine della mia voce, anche le botte sono finite e così finalmente anche la mia prigionia in questa cella di sordi, muti e ciechi, muoio in un paese invalido, che poco a poco ogni giorno sposta il mio sgabello… impiccata dalle mie corde vocali, ho smesso di lamentarmi.

(Chiara Ventura)

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Alessio Vigni
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