Uno spazio per l’arte contemporanea ai confini dell’Europa: il TEA a Tenerife 

Nel cuore di Tenerife, un centro per l’arte contemporanea che è un piccolo gioiello, progettato da Herzog & de Meuron

Un centro per l’arte contemporanea con un patrimonio di oltre 2.000 opere, a cui si aggiungono archivi fotografici storici, diverse collezioni tra cui quella del surrealista Óscar Domínguez; un edificio che sorge all’interno di piccolo canyon – o meglio, barranco – nel centro di una città, una sfida urbana, estetica, topografica, firmata dagli architetti Jacques Herzog e Pierre de Meuron (quelli della Tate, per intenderci) con una splendida biblioteca, immensa e frequentatissima, una piazza pubblica, strade che si intrecciano sopra e conducono al suo interno arrivando da più parti della città. Tutto questo in un’area geograficamente periferica dell’Europa, ma dove tutta l’Europa si incontra in fuga dall’inverno e dal clima ostile, non solo meteorologico, dall’inflazione, alla spasmodica ricerca di leggerezza. Un impegno quotidiano che l’offerta turistica e di vita prende molto seriamente. Insomma, dove meno te lo aspetti, cioè nel cuore di Tenerife, sorge un centro per l’arte contemporanea che è un piccolo gioello.

Del resto Santa Cruz de Tenerife, capitale delle Isole Canarie, non è nuova ad interventi architettonici di prestigio; affacciato sull’Atlantico sorge l’auditorium “Adán Martín” progettato da Santiago Calatrava, che si staglia con quasi 60 metri di tetto dalla forma particolare che evoca silhouette di una eclissi. Per non parlare della singolarissima piazza principale, Plaza España, con la sua enorme piscina circolare e una fontana che zampilla quattro volte al giorno, secondo la marea.

¿Cuánto dura un eco?, installation view

Questo grande centro cosmopolita è quindi in verità il luogo ideale dove far sorgere il cuore dell’arte contemporanea delle Canarie e il TEA – Tenerife Espacio de las Artes, non disattende l’attesa, ospitando progetti di ricerca di grande interesse.

Penso alla mostra in corso fino al 10 marzo 2024, ¿Cuánto dura un eco?  Curata da Violeta Janeiro Alfageme che fa parte della Sezione Ufficiale di Fotonoviembre, la 17^ edizione della Biennale Internazionale di Fotografia di Tenerife (sì, esatto, c’è una biennale di fotografia anche qui).

Una mostra nata attorno a una generazione di artiste che fotografarono il movimento femminile e il femminismo durante la seconda metà degli anni Sessanta e Settanta, nel momento in cui irruppero nel dibattito politico e nella sfera pubblica. Movimenti che furono decisivi in quel processo di “imparare a essere liberi”, per la costruzione di una massa critica in grado di assicurare che la dittatura di Franco non gli sopravvivesse, che cristallizzano e ci restituiscono un mondo, cronologicamente nemmeno così distante, che non contemplava in alcun modo la soggettività delle donne. Contestualmente, la mostra propone di creare un sistema di relazioni e di corrispondenze con altri artisti che si sono espressi, fino ai nostri giorni, nella narrazione di una pluralità di femminismi. Gli artisti in mostra sono quindi Irene de Andrés, Pilar Aymerich, Colectivo de Cine de Clase, Costa Badía, Cecilia Bartolomé Pina, Marcelo Brodsky, Cabello, Carceller, Cooperativa de Cinema Alternatiu, Colita, Teresa Correa, Maribel Domènech, Miriam Durango, Marisa González, Martha Graham, Juan Hidalgo, Lola Lasurt, Jana Leo, Manuel López, Helena Lumbreras, Paz Muro, Itziar Okariz, Ana Teresa Ortega, Paloma Polo, Diego del Pozo Barriuso, Maruja Roca, Florencia Rojas, Mireia Sentís, Gerda Taro, Anna Turbau, URA/UNZ, Villalba, María Zárragam, Aimée Zito Lema.

¿Cuánto dura un eco?, installation view

Assolutamente degno di menzione anche lo spazio miniTEA, ovvero la sezione dedicata ai più piccoli. Molto più di uno spazio Edu e di aula didattica, che sono comunque presenti con la possibilità di cimentarsi in attività di educazione artistica e visiva, ma un vero e proprio angolo di museo che ospita un’esposizione studiata, pensata e allestita per la fruizione e l’approfondimento da parte dei bambini. E il tema proposto (fino al 18 febbraio) è tutt’altro che banale: il lavoro.

Una riflessione che parte dalla domanda tipica rivolta ai bambini ¿QUÉ QUIERES SER DE MAYOR? (Cosa vuoi essere da grande?) a cui rispondono le fotografie di Henri Cartier-Bresson, Joan Fontcuberta, Angelika Von Stocki, Richard Avendon, Barbara Morgan, Evelyn Hofer, Val Terberg, Monika Czoskowska, Alberto Porres Viñes, Shadi Ghadirian, Juan Urrios, Martin & Sicilia, Chao Song, Lewis Wickes Hine, Julie Moos, Pedro Paricio, Mary Ellen Mark, Tito Alvarez da diverse prospettive: le condizioni di lavoro, quelle che costringono molte persone nel mondo a praticare attività pericolose, dure e potenzialmente dannose, dai minatori di Song agli operai delle piattaforme petrolifere di Avendon; le aspettative insoddisfatte, riflettendo sullo scollamento tra come può apparire pubblicamente un “lavoro dei sogni” di atleti, attori, cantanti con le reali implicazioni nella vita quotidiana; e ancora, una piccola sezione dedicata ai ruoli lavorativi di genere e quindi al lavoro domestico, non riconosciuto, non retribuito, non tutelato; le vocazioni, mistiche, religiose e quelle artistiche, gli stili di vita “alternativi”  di persone che conducono, ad esempio, una vita nomade per necessità. Il tutto in diciassette fotografie che fanno parte della Collezione del Museo, preziose riflessioni proposte in brevi ed efficaci spiegazioni, parte di un allestimento vivace, accattivante, semplicemente perfetto per veicolare e rendere accessibili dei messaggi non certo semplici, ma di vitale importanza per la formazione critica delle nuove generazioni e dei cittadini di domani.

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Chiara Vedovetto
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