Arte Fiera 2024: 50 anni e non sentirli

Un giro fra gli stand della “madre” di tutte le fiere d’Italia

Sabato 3 febbraio, ore 7:40 il regionale veloce parte da Venezia senza ritardo. Arrivo previsto 9:47 a Bologna centrale. Quant’è piacevole non avere nessuno nel sedile di fianco durante il viaggio?
Mi prendo tutto lo spazio necessario e apro il pc per iniziare a spulciare i primi articoli o le prime classifiche sugli stand da non perdere ad Arte Fiera. Quella di quest’anno è un’edizione un po’ speciale, perché la fiera più longeva della nostra Penisola compie 50 anni. Un traguardo unico in Italia.

Sempre bello tornare a Bologna, si mangia bene, il clima in questa prima parte dell’anno è sereno e ti concede dei tramonti pazzeschi. Il treno arriva puntuale, questa volta però non mi perdo ed esco dall’uscita principale della stazione. Quest’anno non avevo voglia di trattenermi per più giorni, quindi ho saltato la press preview e ho concentrato tutte le visite in una sola giornata.

Prima di andare in fiera mi incammino verso il centro. Alle ore 10 ho appuntamento all’Hotel più antico di Bologna per la presentazione di una piccola esposizione. Il Grand Hotel Majestic già Baglioni, prestigioso hotel 5 stelle lusso, oltre alle bellezze e agli affreschi che decorano tutto il palazzo, custodisce nei locali sotterranei una sezione stradale di circa dieci metri appartenente al sistema viario romano. In quel luogo, fino al 28 febbraio, si tiene la mostra personale dell’artista Sebastiano Pelli, vincitore della II edizione del Premio Sustainability Art Giorgio Morandi. In quel luogo dal forte valore simbolico, Pelli ha esposto le tre serie di opere che sono la diretta conseguenza della residenza che ha svolto nei luoghi di Morandi intorno a Bologna. Le opere rappresentano un percorso attraverso il quale l’artista ha cercato di esaltare i concetti essenziali della poetica di Giorgio Morandi, cioè l’acqua e la luce. Una piccola esposizione dove sculture e incisioni intime forniscono al pubblico una nuova interpretazione del rapporto tra uomo e natura.

Conclusa la ricca colazione (offerta) presso l’Hotel e visitata anche qualche altra mostra in centro città, la meta rimane solo una: Arte Fiera 2024.

Gina Pane, Action Psyché, courtesy Richard Saltoun

A differenza degli altri anni decido di iniziare dal padiglione 26, quello degli artisti storicizzati. Solitamente quelle gallerie me le lascio sempre per ultime e finisco per non prestargli mai abbastanza attenzione.

Appena entrato vengo colpito dall’immensa parete centrale della galleria londinese Richard Saltoun (Londra-Roma), dov’è stata allestita una ricca composizione di scatti di una delle più importanti performance di Gina Pane. Si tratta di Action Psyché, una pratica artistica estrema, che è stata immortalata nelle fotografie esposte. In quelle pose, si evoca il martirio di Santa Lucia, la santa della luce per il culto cristiano, che subirà un destino di violenza inaudita. A questa composizione si affiancano anche i lavori di Greta Schöld e Carla Accardi. L’allestimento, curato nei minimi dettagli, ci pone davanti a immagini forti e dense, di fronte alle quali è impossibile rimanere indifferenti.

Poco più avanti trovo il booth della Galleria Il Ponte (Firenze), una delle poche gallerie che ha portato in fiera una vera e propria mostra. Alla parete centrale si legge la scritta SKMP2. Quella che a prima vista può sembrare una formula chimica – e come tale doveva essere nelle intenzioni di Luca Maria Patella – è anche l’acronimo dei nomi dei cinque protagonisti lì esposti: Sargentini, Kounellis, Mattiacci, Pascali e Patella. Oltre ai lavori di grande interesse di questi cinque artisti quello che colpisce di più è sicuramente il film, girato da Luca Maria Patella in 16 mm, tra aprile e la fine di luglio del 1968. La pellicola, scandita in quattro episodi principali, viene proiettata per la prima volta in pubblico il 21 dicembre dello stesso anno, durante l’inaugurazione della celebre galleria L’Attico di Fabio Sargentini. Quello che propone Il Ponte è un pezzo della nostra storia d’arte contemporanea, in cui cinque grandi maestri compiono azioni, performances e coreografie spontanee, creando una serie di composizioni uniche e allo stesso tempo effimere.

Arte Fiera 2024, Galleria il Ponte

Attraverso il corridoio centrale e proseguo poco più avanti. Arrivo allo stand di Frittelli Arte Contemporanea (Firenze), una galleria che amo particolarmente perché cura con grande attenzione la selezione delle opere esposte in ogni fiera e porta sempre collettive dal grande valore artistico. Per Arte Fiera il gallerista toscano ha allestito – anche lui – una piccola mostra, intitolata Settanta. Si tratta di una celebrazione del Gruppo 70, attraverso l’esposizione dei lavori di alcuni dei suoi protagonisti. Alle pareti si vedono le opere di Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Eugenio Miccini, Luciano Ori e Lamberto Pignotti. Lo stand è un assaggio della mostra che Frittelli ha attualmente nel suo spazio espositivo e con la quale pone l’accento sul ruolo cruciale e pionieristico del Gruppo 70 e sugli effetti visivi e sociali prodotti dalla cultura di massa ai tempi del boom economico. Vedere in fiera un lavoro di ricerca di questo tipo sorprende ed evidenzia come in certi casi le logiche di mercato e il valore artistico non debbano essere necessariamente slegati.

Proseguendo il percorso e schivando opere e stand di cui non capisco come possa esserci un mercato o un pubblico interessato, mi dirigo verso la contemporaneità del padiglione 25.

Qualche rapido salto qua e là e mi trovo di fronte alla coloratissima Osart Gallery (Milano), che propone una collettiva di giovani artisti africani: una bella finestra luminosa e all’apparenza più leggera rispetto a quello che ho visto fino adesso. Mi colpisce in particolare la maestosa opera, Umthetho Wekhaya (2022), dell’artista sudafricano, classe 1994, Feni Chulumanco. Nei suoi dipinti Chulumanco si concentra sul concetto di svuotamento della figura umana, incasellandola in una scatola di vetro che ci rivela chiaramente la sua idea di individualismo. Ispirato dal proprio percorso personale e di crescita, Feni Chulumanco accompagna – anche in questo caso – gli spettatori in un viaggio pieno di ricchezza visiva, permettendo loro di riflettere sull’identità, sul valore della persona e sulle proprie soddisfazioni personali.
Osart Gallery compie una scelta Pop che però non sfocia mai in pura superficialità estetica, ma è capace di veicolare contenuti di grande valore con un’ortografia schietta e accattivante.

Feni Chulumanco, Umthetho Wekhaya, 2022, courtesy Osart Gallery

Entrando nello stand della Galerie Michaela Stock (Vienna) si percepisce un altro tipo di situazione. La galleria austriaca, che dal 2009 conduce una sapiente ricerca incentrata sulla sperimentazione nell’ambito della performance, della videoarte e della fotografia, presenta un progetto interamente dedicato a Giovanni Morbin (1956). Al centro dell’esplorazione dell’artista c’è la serie Ozionismo, manifesto orizzontale, un viaggio contemplativo che Morbin compie addentrandosi nei paradossi del pensionamento artistico. “Si può veramente staccare dalla propria essenza creativa o l’identità artistica è una parte indelebile del sé, che persiste anche nei momenti di percepita inattività?” È questa la domanda alla base di tutta la mostra.
Al centro dello stand, così come su una delle pareti esterne, colpiscono due fotografie che lo ritraggono in una posa capace di catturare tutta l’essenza dell’ozio. Queste due immagini, assieme alle sculture e alle installazioni (che lui definisce Dispositivi utili per l’ozio), invitano il pubblico a mettere in discussione le interpretazioni convenzionali dell’inattività. Chi conosce Morbin è abituato a rimanere scottato da quell’ironia che cela sempre al suo interno pesanti realtà.
Una ricerca molto attuale la sua, soprattutto se riflettiamo il momento storico che stiamo vivendo, dove la produttività incessante è esaltata come la massima aspirazione e la nozione di ozio emerge solo come una curiosa anomalia.

Alla fine del lungo corridoio di destra, si arriva a uno stand commissionato da Arte Fiera, e curato da Uliana Zanetti, curatrice delle collezioni al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. All’ingresso di quello spazio vi è la scritta Praticamente nulla da vendere. Si tratta del progetto dedicato alla performance di Arte Fiera 1976, in quanto quell’edizione concesse molto spazio ad azioni performative di vari artisti. I visitatori si trovarono ad assistere alle performance di artisti come Vincenzo Agnetti, Urs Lüthi, Hermann Nitsch, Franco Vaccari e non come parte di un qualche programma pubblico, bensì come proposta espositiva di alcune galleriste e galleristi lungimiranti. Si tratta di una storia poco nota e ancora meno documentata, che però grazie al lavoro di ricerca svolto da Zanetti è stato possibile ampliare significativamente, richiamando l’attenzione su documenti ancora poco studiati, che illuminano aspetti spesso trascurati nella storia della performance. Un progetto di livello museale che fa piacere trovare in fiera.

Praticamente nulla da vendere, courtesy Arte Fiera

Guardo l’orgoglio e sono già le 18:30. Dovrò fare in fretta perché tra 40 minuti ho un treno da prendere per tornare a Venezia. Si conclude qui la visita alla prima fiera dell’anno. Le persone che ho incontrato hanno parlato di un discreto numero di vendite già dai primi giorni e anche l’afflusso sembra essere stato degno della programmazione offerta.

Un nuovo anno di fiere è iniziato.
Prossima tappa Milano e il suo Miart.

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Alessio Vigni
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