Anselm Kiefer e Nam June Paik attraverso l’obiettivo del documentario contemporaneo  

Art City Cinema 2024: al Cinema Modernissimo la rassegna curata dalla Cineteca di Bologna, nell’ambito di Arte Fiera, indaga le intersezioni tra cinema e arte

Dalla terza fila del Cinema Modernissimo di Bologna, mentre siedi su una poltrona rossa indossando un paio di spessi occhialini 3D, la percezione è quella di essere completamente inghiottita dallo schermo. Non c’è più alcuna distanza tra il pubblico e il film: lo spettatore si trova catapultato all’interno delle immagini proiettate sul grande schermo, e la dinamica è talmente ammaliante da farti dimenticare di essere in sala, costringendoti a un’immersione completa nei suoni, nei colori e negli ambienti che prendono vita davanti a te. Probabilmente è proprio questo l’effetto desiderato da Wim Wenders per il suo Anselm, documentario sull’artista tedesco Anselm Kiefer, accolto durante la rassegna Art City Cinema probabilmente con lo stesso entusiasmo riservatogli durante il Festival di Cannes 2023.

È raro oggigiorno che un film in 3D abbia un potere così totalizzante: a quindici anni di distanza dal fenomeno Avatar, la tridimensionalità sullo schermo viene spesso percepita come una tecnologia obsoleta, a volte addirittura come un mero sovrapprezzo sul biglietto. Quando si tratta di Wenders, tuttavia, gli occhialini diventano il mezzo per esplorare l’artista da vicino e sperimentare le emozioni delle sue opere come se ci trovassimo nella stessa stanza. Non è la prima volta che Wim Wenders sceglie di giocare con le tre dimensioni: già nel 2011 aveva fatto uso del cinema stereoscopico nel film Pina, un documentario sperimentale dedicato alle coreografie del Tanztheater dell’amica Pina Bausch, scomparsa due anni prima.

Se, nel caso di Pina, la scelta della terza dimensione mirava a trasmettere allo spettatore tutta l’energia del Tanzteathervisto dalla prima fila di una platea, nel caso di Anselm l’obiettivo è chiaramente quello di coinvolgere chi sta guardando in un’esperienza meta-artistica fatta di tele gigantesche, commistioni di materiali, natura selvaggia e atelier di smisurate dimensioni.

Anselm Kiefer and Wim Wenders by Ruben Wallach, copyright 2023 Road Movies

La telecamera guida l’occhio del fruitore senza imporre giudizi, regalandogli il tempo di un’osservazione attenta e approfondita tanto delle opere quanto dell’autore all’opera; in questo senso, l’espressività del racconto documentaristico non deriva da una narrazione didascalica della biografia dell’artista ma da un accostamento evocativo di momenti di lavoro, racconto degli spazi, brevi spezzoni di materiale d’archivio, letture di poesie e rari momenti in cui, con pochissime parole, l’artista parla di sé. Nel suo ritratto di Kiefer, Wenders non si priva poi di qualche libertà artistica: la ricostruzione di alcuni ricordi di Anselm è affidata all’interpretazione di un bambino, incarnazione di un’infanzia vissuta in una Germania post-bellica ancora in preda a una vergogna troppo forte per affrontare la propria responsabilità nella Storia. Questo è, in fondo, il nucleo portante della poetica Kieferiana: scavare dentro alle ferite della Storia e suscitare reazioni forti, volte a fare i conti con il passato per non perderne mai la memoria.

Le parole del direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli sintetizzano alla perfezione tutta la potenza dello sguardo dei due giganti: Kiefer da una parte, Wenders dall’altra, uomini di poetica memoria che, condividendo un pezzo di storia, si sono finalmente uniti dando vita al «caso raro di due artisti che si guardano negli occhi».

Lo sguardo tagliente dell’arte è peraltro il fil rouge che attraversa tutta Art City Cinema, rassegna  curata dalla Cineteca di Bologna nell’ambito di Arte Fiera che in questa edizione ha indagato le feconde intersezioni tra cinema e arte attraverso tanti ritratti d’artista: dal più classico Guercino al controverso Jeff Koons, due e più linguaggi si contaminano per dare forma e voce a racconti di vita, a nuove opere d’arte e alla prorompenza espressiva di uomini e donne che con l’originalità della loro prospettiva sul mondo ne hanno cambiato la storia.

«My problem is how to communicate better», scriveva non a caso un giovane Nam June Paik in uno dei suoi diari già nel 1956. La questione comunicativa e le sue infinite soluzioni sono infatti i temi dai quali l’ormai battezzato padre della video-arte parte, ancora ventenne, per dare avvio alla sua personalissima ricerca artistica. Un’indagine che nasce da una Corea in piena guerra, per poi approdare per un breve periodo in una Germania post-bellica in fermento, e infine raggiungere gli Stati Uniti, terra della libertà d’espressione, della sperimentazione tecnologica e artistica e dei nuovi, scintillanti mezzi di comunicazione.

Sul potere «dittatoriale» che questi ultimi possono esercitare, sulla loro fenomenologia e sulla loro reiterata decostruzione operata da Nam June Paik nei suoi cinquant’anni di attività artistica si focalizza Nam June Paik: Moon is the Oldest Tv, documentario d’esordio della regista Amanda Kim proiettato in anteprima italiana al Cinema Modernissimo all’interno proprio di Art City Cinema. Seguendo il noto motto dell’artista «I use technology so I can hate it properly», il lavoro della regista ricostruisce le coordinate dei principali periodi di attività di Paik attraverso testimonianze di storici dell’arte, contemporanei e amici, che raccontano il genio dell’inventore del termine electronic superhighway (poco dopo sarà inventato l’information highway, aka internet) alternandosi a ricchissimi e rari materiali d’archivio: video, foto, diari – elegantemente letti in voice over dall’attore coreano Steven Yeun – capaci di restituire al pubblico la cifra realmente rivoluzionaria dell’arte e della vita di Paik.

Nam June Paik ©️ Elliott Erwitt Magnum Photos ©️ 2023

Ribattezzatosi «terrorista culturale» più per necessità autobiografiche che per una mera volontà anti-sistemica, Paik era nato da una delle famiglie più agiate di tutta la Korea ed era rimasto traumatizzato dalla violenza dell’occupazione giapponese a Seoul, a causa della quale la famiglia si trasferirà poi a Tokyo. Dopo un dottorato in musica rinascimentale e uno in filosofia, Paik si sposta a Monaco per imbattersi nella musica d’avanguardia di John Cage e Karlheinz Stockhausen, che proprio in quegli anni se ne andavano in giro a sperimentare sintetizzatori audio e a realizzare performance sonore che andavano contro qualsiasi canone musicale riconosciuto. Per Paik sarà una rivelazione: la destrutturazione dei modelli occidentali e la predilezione per forme comunicative così dissonanti e liberatorie saranno infatti l’anno zero della sua poetica artistica, la cui attenzione si rivolgerà rapidamente verso il video, complice anche la diffusione dei primi videotape recorder portatili e il boom del medium televisivo come mezzo di comunicazione di massa. Attorno alle opere più legate alla multiformità del dispositivo televisivo ruota, infatti, il documentario: pericolosa e insieme potentissima, proprio per le sue sterminate potenzialità manipolatorie nei confronti del pubblico, la televisione, così come tutta la tecnologia, si erige a strumento perfetto da manipolare a sua volta, per trasmettere l’idea di libertà espressiva e restituire alla comunità un mezzo finalmente privo di stereotipi e norme imposte. Da qui le innumerevoli performance, opere e installazioni artistiche rivoluzionarie e all’epoca incomprese: da Zen for Film a Moon is the Oldest TV (1965), per passare da Tv Cello (1971), TV Glasses (1971), TV Bra for Living Sculpture (1969), TV Buddha (1974) fino ad arrivare ai lavori più pionieristici, capaci di predire tecniche, tecnologie e tendenze in uso ancora oggi, come nel caso dell’Electronic Superhighway (1995) o del Global Groove (1974), video che giustappone varie fonti in un montaggio psichedelico realizzato dall’artista, che anticipa nientemeno che le tecniche di creazione dei videoclip degli anni ’80 -’90, per non parlare della modalità di creazione di contenuti sui social media a noi contemporanei.

Questo e tanto altro passa dunque sullo schermo durante le due ore dell’opera di Amanda Kim, alla quale si potrebbe forse rimproverare una certa pedissequità narrativa, un’eccessiva adesione ai canoni didattici classici del documentario su-vita-di-artista che probabilmente non sarebbero piaciuti a Nam June Paik, ma che visto il valore intrinseco e documentale del prodotto ci sentiamo, tutto sommato, di abbonare.

Articolo scritto in collaborazione con Martina Bazzanella.

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Letizia Cilea
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