La Biennale “rovesciata” di Pedrosa

Una riflessione sulla Biennale di Adriano Pedrosa, il primo curatore openly queer e latino-americano dell’Esposizione Internazionale d’Arte

«Aujourd’hui, maman est morte.

Ou peut-être hier, je ne sais pas.»

Alber Camus, Lo straniero

Quella che Adriano Pedrosa ha presentato qualche giorno fa si preannuncia come una Biennale “sommessamente” eccezionale. Il ricorso all’ossimoro è diventato quasi un obbligo per descrivere eventi e fenomeni in un’epoca così contraddittoria come la nostra. Eppure, accostare lo smorzamento dei toni alla singolarità, può apparire inappropriato e perfino controproducente per una manifestazione così rilevante da essere obbligata a mantenere alti standard di comunicazione e produrre vasto interesse mediatico anche quando propone contenuti non immediatamente accessibili a tutti, o tali da richiedere un forte impegno di riflessione per la loro comprensione.

Ciò che è sommesso in questa Biennale è il modo in cui – stando alla presentazione alla stampa fatta da Pedrosa qualche settimana fa – la manifestazione si allinea all’attualità mondiale, attraverso un grande rispetto verso le tragedie in corso e che confrontate alla lunga storia dell’Esposizione Internazionale d’Arte appaiono come eterni ritorni, ritorni agli stessi errori umani che le artiste e gli artisti hanno costantemente denunciato nelle edizioni svoltesi almeno dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Non sembra esserci un clima di rivolta a questi errori, non c’è un accento alla contestazione, non c’è il tema del militantismo in questa Biennale… c’è invece la dimostrazione, sommessa ma irrevocabile e indiscutibile, che in un altrove ci sarà sempre nel mondo la duratura affermazione di diritti, di vite, di creazioni, di opere e di giorni che si contrappongono a quelli che le tragedie di questi giorni – e soprattutto quelle che esse sembrano annunciare un futuro ancora più fosco – ci costringono ad affrontare.

In questa prospettiva un ineffabile e silenzioso dialogo a distanza si stabilisce tra Biennale e Documenta, sia per la forma assunta dalla manifestazione tedesca nella sua ultima edizione, sia per le vicende che hanno condotto alla dimissione del comitato di selezione della prossima edizione. Quella della Biennale non è una risposta, ma ancora una volta la dimostrazione che universi paralleli possono esistere e anzi sono fondativi e proficui per il lavoro artistico e il modo in cui esso viene presentato contemporaneamente.

La nuova Biennale è unica perché sembra indicare la conferma e al tempo stesso l’accettazione di un passaggio epocale, che non è certo quello dell’influenza politica sui quadri dell’istituzione, ma quello più profondo della modificazione del concetto di novità. Anzi, semmai è proprio questa modificazione che può giocare un’influenza sulle strategie della nuova presidenza e nel dialogo tra inerzie e discontinuità dell’istituzione. Ma in cosa consiste questo un nuovo concetto di novità?  Non certo la “fine della storia” o il fatto che le news contino più dei fatti, che i flussi social finiscano di essere dominanti, o che il curatore si sia detto non concentrato sull’influenza dell’intelligenza artificiale o dei social media sulle arti.  Più semplicemente che, come se avessimo a che fare con un nuovo post-moderno, l’apparire dello sconosciuto, del giovane, dell’incessante, del mai detto, siano dichiarati tali perché in quanto “fuori luogo”, perché sono fenomeni inconsapevoli di cose già accadute altrove.

Claire Fontaine, Foreigners Everywhere – Spanish (2007) © Studio Claire Fontaine / Courtesy Claire Fontaine and Mennour, Paris

Tale affermazione appare banale, il post-moderno ce lo ha detto almeno mezzo secolo fa, che nulla è nuovo, che tutto ritorna, che la storia conta… Sì, ma ce lo aveva detto da un punto di vista classico, da un punto di vista occidentale, da un punto di vista di conferma delle strutture esistenti… Per questo è spesso stato considerato, il post-moderno, come un movimento reazionario e assimilabile (seppur non omologo) all’emergere delle forze politiche reazionarie, nostalgiche e nazionaliste apparse negli stessi anni in cui se ne parlava. Era quello il post-moderno volto ad affermare il locale come contrapposto all’affermazione del “moderno” come potenza coloniale, come omologazione, come occidentalizzazione, come anti-regionalismo…

Fuori di metafora il neo post-moderno che la Biennale del “primo openly queer” curatore (così si è definito Pedrosa nel corso della sua presentazione) e “primo latino-americano a curare l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, e di fatto il primo a risiedere nell’emisfero sud del mondo” (come disse Pedrosa a commento dell’annuncio del suo incarico), è un neo post-moderno geografico anziché temporale, internazionalista anziché localista. Regionale, locale, specifico e alternativo, perché desidera che dei valori non dominanti diventino universali. Per mostrare come questi valori non appartengano alle società dominanti egli si appoggia su un radicale ritaglio delle proporzioni tra artisti attivi e inattivi, tra “Nucleo Contemporaneo” e “Nucleo Storico”.

La sincronizzazione del tempo artistico, più che osservazione del passato per ispirare il presente, sembra dunque il modo attraverso il quale la questione tematica proposta – quella dell’essere ovunque “fuori luogo” – vuole essere affrontata da parte del curatore. 

Ciò che è passato in un luogo appare come novità in un altro e la novità si presenta sempre nell’immagine di una scoperta. Nella figura della scoperta abbiamo il meccanismo del rovesciamento di questa Biennale, a nume della quale tra tutti gli artisti Pedrosa ha citato Oswald de Andrade e il suo concetto di antropofagia come strumento per impadronirsi della cultura metropolitana, cannibalizzandola e producendo qualcosa di proprio, nonché evocando la pratica cannibalica degli indigeni Tupinambá nel Brasile pre-invasione.

Indagare un moderno non eurocentrico è un processo di ricerca affermato da molto tempo. Su questo aspetto si interrogavano infatti anche già molte delle più interessanti proposte della mostra di architettura dell’anno scorso. Ma la proposta di Pedrosa appare interessante non “perché i modernismi del Sud globale rimangono in gran parte sconosciuti e la loro conoscenza è limitata agli specialisti di ogni singolo Paese o regione”, ma perché anziché indagare la “declinazione del moderno nel locale” la visione del curatore sembra diretta a osservare i temi e le istanze del moderno insiti nelle culture popolari, native, e di quello che egli ha definito il “Sud globale”. Per renderci ancora più consapevoli di questo fatto, con un’abile mossa che non potremmo fare a meno di definire “politica”, la mostra include, nella sezione del Nucleo Storico, una sala dedicata alla diaspora artistica italiana nel mondo nel XX secolo. Mostrando come quel moderno sia stato anche quello degli stessi espatriati italiani che hanno colmato il Brasile nelle diverse ondate migratorie, facendone la più grande patria per persone di origine italiana, con oltre 31 milioni di persone.

Gaggiandre, ph. by Andrea Avezzù, Courtesy of La Biennale di Venezia

La Biennale, anche per il suo ritmo celere, tende ad essere identificata come in luogo in cui sono presentate le novità, o meglio ancora il luogo in cui le novità si consolidano – anche economicamente, e in maniera cruciale, nel caso specifico della esposizione d’arte – presso il pubblico specifico e non, e in quanto tale essa è stata vista nei decenni recenti come un luogo in cui evitare le mostre antologiche.

L’approccio di Pedrosa, ovviamente tutto da verificare negli spazi reali della mostra che aprirà ad aprile, indica un’altra strada. Una strada non priva di contraddizioni e forse, va detto, sempre presente, se è vero che anche Pollock non era certo una novità per i luoghi da cui proveniva rispetto alle Biennali in cui fu presentato all’Europa (salvo poi rivelarsi segretamente sostenuto dalla CIA come un efficace contrappunto all’oppressione sovietica nel gioco della Guerra Fredda, tanto quanto la proposta dell’architettura brasiliana come immagine del futuro nell’indimenticabile mostra al MoMA del 1943 in funzione anti Asse). Ma una strada lungo la quale sembra si voglia ispirare una diversa struttura del sistema creativo, lungo la quale istituzioni pubbliche consolidate come la Biennale invitano al reimpiego dei materiali e allo studio del già fatto come opportunità critiche e di riflessione sulla propria identità. Una strada nella quale si intravede la prospettiva in cui lavorerà l’istituzione quando i frammenti del progetto di ricentramento sul centro storico e di reimpiego attivo e permanente dell’archivio che prende definitivamente forma con i nuovi edifici all’Arsenale.

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Roberto Zancan
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