Un nuovo mito per Prometeo

La Biennale di Venezia si cimenta con il Prometeo di Luigi Nono in occasione del centenario della nascita del grande compositore

Il Prometeo di Luigi Nono, realizzato dalla Biennale di Venezia nel 1984 nella Chiesa di San Lorenzo, è uno di quegli spettacoli che hanno lasciato un segno e, come si ama dire, hanno “fatto la storia”.

Tutto il mondo lo ricorda per il carattere di rottura e per la straordinarietà degli intellettuali coinvolti in quella incredibile rappresentazione. Oltre al compositore Nono – di cui quest’anno si celebrano i 100 anni dalla nascita – : Claudio Abbado che diresse la musica, Massimo Cacciari che ne scrisse il testo, Renzo Piano che ne creò una straordinaria scenografia ed Emilio Vedova che ne diresse le luci. L’opera Prometeo fu rivoluzionaria, oltre che per la musica, proprio per l’architettura di Piano: la sua “arca” in legno influenzò successivamente il modo stesso di concepire i teatri dal punto di vista architettonico.

Dal punto di vista storico inoltre, il Prometeo di Nono, per i veneziani della mia generazione è come il mito del Teatro del Mondo di Aldo Rossi o come quello del primo carnevale di Maurizio Scaparro: eventi straordinari che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva della nostra città. Un grande rammarico per chi come me, non ha potuto essere un testimone di prima mano.

Luigi Nono nella Chiesa di San Lorenzo durante l’allestimento del Prometeo, 1984 - Foto Lorenzo Capellini / Courtesy Archivio Storico della Biennale di Venezia (ASAC)

Per i 100 anni di Luigi Nono la Biennale di Venezia come Progetto speciale dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC) in collaborazione con la Fondazione Archivio Luigi Nono, e con TBA21–Academy, ha riproposto il Prometeo del grande compositore veneziano nella Chiesa di San Lorenzo, e non ho potuto non andare a vederlo.

Per lavoro mi è capitato di seguire tra il 2019 e il 2022 la rinascita della Chiesa di San Lorenzo, uno degli edifici sacri più interessanti della Città (nonostante la chiesa sia da lungo tempo sconsacrata e di proprietà del Comune): sia per la sua insolita forma quadrata con altare al centro, sia per le “leggende” che la riguardano. Si narra infatti che conservasse le spoglie di Marco Polo, e infatti, prima del restauro, la chiesa presentava un enorme buco nel pavimento dove in molti avevano provato a scavare a caccia di qualche tesoro. La chiesa, superbamente restaurata per volere di Francesca Thyssen Bornemisza per collocarci la sua fondazione TBA21-Academy, ospita ora mostre d’arte contemporanea frutto di un lungo, coraggioso e lungimirante lavoro di ricerca sul tema degli oceani, spesso lontano dalle scelte mainstream di questo settore.

Dentro alla Chiesa non ho mai potuto esimermi dall’immaginare quel Prometeo: la sua presenza storica è sempre stata molto forte, quasi come se le sue mura siano rimaste impregnate in modo indelebile della memoria di quell’evento straordinario.

Prometeo. Tragedia dell’ascolto di Luigi Nono, ri-allestito 40 anni dopo nella Chiesa di San Lorenzo - Courtesy La Biennale di Venezia / ph. Andrea Avezzù

Tutti i nostalgici come me, sono stati appagati dalla nuova esecuzione del Prometeo, seppur con un allestimento inedito: una struttura ambientale immaginata da Antonello Pocetti e Antonino Viola con le luci di Tommaso Zappon. Un impianto essenziale e aperto che abbraccia il pubblico con una serie di piani in tubi innocenti in collegamento fra loro posti a tre diverse altezze, che, come moderne “cantorie”, ospitano in punti diversi dello spazio solisti, complessi vocali e strumentali. Inizialmente mi ha colpito negativamente il fatto che – dal momento in cui si è deciso di confrontarsi con un’opera complessa di tale portata – non ne venisse riproposta anche la parte scenografica. Il contributo di Piano e Vedova al Prometeo di Nono sono parti integranti dell’opera stessa: tanto far percepire svuotata di senso l’idea di proporne “solo” la parte musicale. Una volta assistito però al concerto, la scarna struttura di reti e tubi che sostiene l’orchestra – o meglio, i quattro gruppi orchestrali: due ensemble di solisti strumentale e vocale, coro e voci recitanti, 79 elementi in tutto, distribuiti in entrambe le navate – nonostante sia ridotta a un solo scheletro che corre lungo il perimetro dell’edificio, è perfetta. Questo Prometeo non potrà mai che essere un omaggio a quell’evento irripetibile di allora, e allora ben vengano i passi indietro, lasciando invece la scena alla magnificenza della Chiesa di San Lorenzo, unica vera quinta teatrale di questo spettacolo. E dando massima centralità all’ascolto, rigorosamente pluridirezionale, come auspicava Nono. Il risultato è un’esperienza di grande impatto, un’opera che acquista una incredibile nuova vitalità nella contemporaneità.

Prometeo. Tragedia dell’ascolto di Luigi Nono, ri-allestito 40 anni dopo nella Chiesa di San Lorenzo - Courtesy La Biennale di Venezia / ph. Andrea Avezzù

Al centro di quest’opera incredibile vi è anche la tecnologia. Marco Angius, il maestro italiano che più ha diretto e inciso Luigi Nono, può raggiungere e condurre i quattro gruppi orchestrali, coro e voci recitanti, attraverso un sistema di monitor. Inoltre il regista del suono Alvise Vidolin, testimone diretto del passaggio dalla tecnologia analogica del passato a quella tutta digitale del presente, dalle imponenti macchine create in seno allo Studio di Friburgo e all’Ircam nel 1984 alle dimensioni infinitamente ridotte dei potentissimi pc di oggi, ha comportato un immane lavoro di trascrizione dei dati dell’opera e della simulazione delle apparecchiature analogiche al Centro di Sonologia Computazionale dell’Università di Padova.

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Elena Casadoro
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