Un progetto corale che racconta il rapporto tra uomo e universo, incoraggiando una riconsiderazione delle attuali minacce politiche, sociali e umanitarie
Chiuderà poco prima della Biennale veneziana la 14^ Biennale di Shanghai, alla Power Station of Art (上海当代艺术博物馆): fino al 31 marzo la centrale dell’arte, adagiata nella riva sinistra del fiume Huangpu, sarà il quartier generale di Cosmos Cinema, ideata dal chief curator di origine moscovita (nonché cofondatore di e-flux) Anton Vidokle insieme a Zairong Xiang, Hallie Ayres, Lukas Brasiskis e Ben Eastham. Un progetto corale che racconta il rapporto tra uomo e universo, per illustrare come la galassia sia, in definitiva, il primo cinema originale, in cui tutti gli eventi passati sono immagazzinati come tracce di luce visibili. Un invito a pensare al cosmo come frutto di una grande “regia celeste” che mostra a noi, il suo pubblico, ammirato, inerte, meravigliato, fantasioso e mai uguale a sé stesso, immagini di migliaia di anni fa.
Nella contemplazione di stelle, astri, pianeti hanno preso forma sistemi e storie cruciali della vita umana: dalla mitologia, alla religione e al tempo, alla navigazione, all’agricoltura e alla medicina. Al kósmos è quindi dedicata questa riflessione, termine che indica non solo l’universo, ma anche bellezza e armonia che qui, in un necessario ponte culturale, si associa al termine cinese yuzhou 宇宙suggerisce tempo e spazio infiniti.
Tra luci e penombre, spazi vasti, trasformati in ambienti narrativi, non poteva che essere la Power Station of Art, ovvero la centrale elettrica Nanshi – la prima ad aver illuminato la Cina nel 1897 – a ospitare un simile progetto. Due parole, doverose, sullo spazio: nata dalla spinta propulsiva dell’Expo 2010, dopo solo due anni la PSA è diventata il principale organizzatore e luogo espositivo permanente della Biennale di Shanghai, evento nato nel 1996, la prima biennale internazionale di arte contemporanea nella Cina continentale ma, ancora oggi e senza esagerazioni, è una delle più influenti di tutta l’Asia.
La PSA è una delle rare istituzioni pubbliche dedicate al contemporaneo, nonché la prima sorta in Cina, finanziata dall’Ufficio della cultura e del turismo della città di Shanghai, in una città e in un paese che hanno visto, fino alle soglie dell’epoca Covid, la moltiplicazione dei musei nati da iniziative di collezionisti privati (dal bellissimo Long Museum al Tank Shanghai, la sterminata area interamente riqualificata dal magnate del karaoke, ma soprattutto nel ranking mondiale dei top art collectors, Qiao Zhibing).
Tornando all’esposizione: sono più di ottanta gli artisti parte di questo progetto collettivo, che fa riferimento a “diverse cosmologie e realtà microcosmiche”, incoraggiando una riconsiderazione delle attuali minacce politiche, sociali e umanitarie. Una mostra concepita e composta come un film – non poteva essere altrimenti – in cui diversi codici narrativi si intrecciano in un montaggio di sequenze. Opere individuali si fondono l’una nell’altra, dando vita a nove episodi, nove ambienti/palazzi, ognuno dei quali concorre a trasformare gli spazi della Power Station of Art, ciascuno con un tema protagonista: lo spazio metafisico di Freedom of Interplanetary Movement; i limiti dell’oggettività scientifica e delle logiche astratte Partial Eclipse; Ten Thousand Things è il terzo palazzo del Cosmic Cinema e anche il suo vero e proprio inizio dove compaiono i titoli di testa della mostra, in una dissolvenza caleidoscopica espone innumerevoli prospettive; Ho Rui An inaugura il quarto palazzo Solar Assembly Line, un obiettivo zoom sulle connessioni tra i corpi celesti e l’economia, la finanza e la politica terrestre; Futurism collega visioni di futuro appartenenti al passato, con una selezione di opere della Collezione George Costakis, artisti d’avanguardia russi degli anni Venti e Trenta. Fondendo finzione e realtà con futuro, passato e presente, chiedendo continuamente “dove stiamo andando” Cosmos Cinema mette a nudo le divisioni che hanno ristretto e restringono ancora la nostra interpretazione del mondo.
Nel settimo ambiente Reflexology at a Distance, i lavori Senza titolo e Fili di geometrie di Maria Lai esemplificano come pratiche come la tessitura e il ricamo possano essere utilizzate per proiettare nell’infinito ma anche per riannodare legami spezzati; in Of Time and Space vengono proposte vie alternative per superare le cartografie coloniali e dominanti. L’epilogo Brave Wind and Rain offre una riflessione finale sul mondo e sulle sue narrazioni geologiche, improvvisando una risposta al “film cosmico” in cui siamo tutti incastrati. Un finale ovviamente e volutamente aperto, che lascia in sospeso domande e questioni, dove il cinema può diventare uno strumento cosmogonico per ricodificare la nostra connessione con l’universo e, soprattutto, per opporsi all’apatia diffusa, mentre aumentano violenza e distruzione. E quindi uscimmo a riveder le stelle.
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