Guido van der Werve, atti che rivoluzionano il pensiero

Alla Galleria Monitor di Roma torna l’artista olandese Guido van der Werve con Nummer eenentwintig Palpable Futility

Sono passati ben 9 anni dalla sua ultima personale nella galleria romana – era il lontano 2015 quando veniva presentata killing time ma si tratta del quinto solo show costruito con Monitor. L’artista, che vanta ormai un riconoscimento internazionale, presenta un nuovo corpus di lavori video correlati al suo primo lungometraggio, Nummer achttien – The Breath of Life che ha visto il suo debutto a Firenze in occasione di Schermo dell’arte (novembre 2023).

La sua opera risulta profondamente mutata a causa di un incidente – è stato investito a Berlino mentre andava in bicicletta – al quale Guido è sopravvissuto ma che poteva essergli fatale e causargli un danno cerebrale permanente. Dopo due anni di riabilitazione, il lavoro di van der Werve, connesso strettamente alla performance e alla volontà di spingere all’estremo il proprio corpo, si fa più riflessivo e pungente, orchestrando narrazioni con un occhio clinico da regista.

In akte negen, futility 2023 (5’51”) Guido van der Werve è sul bagnasciuga con un cestello e disegna il simbolo dellinfinito. Lo ricalca più volte, aggiungendo spessore alla linea continua grazie a cumuli di sabbia. Il video che registra l’azione è in time-lapse e le frasi in inglese che appaiono non commentano le immagini né aggiungono enfasi a un gesto semplice. Più che nobilitare l’azione, i pensieri sono constatazioni “di pancia”, considerazioni amare non perché frutto di un’analisi post-traumatica ma in quanto suonano come verità condivisibili: “Noi cambiamo le cose (gli oggetti) per essere felici, pieni, sani, confortati. Il nostro pianeta non può più sopportarlo. Lo sport aiuta a vivere più a lungo…Il mio cuore è cresciuto troppo; Morirò giovane per un attacco di cuore…La prima parte della nostra vita è impiegata per apprendere concetti e formare skills utili a ottenere una vita di soddisfazione, successo e normalità; nellultima parte dimentichiamo ogni cosa (tutto). Le persone timide rimangono single; le persone voraci muoiono di fame; le persone intelligenti si uccidono” e così via…

Guido van der Werve, akte negen, futility, 2023, 4’17’’, 4K video. Courtesy The Artist and Monitor Rome, Lisbon, Pereto

In akte twee, what if, Shadows of Reflection uninquadratura orizzontale ci introduce in un salottino olandese, posiamo lo sguardo su tre fratelli che discutono degli impegni accademici. Siamo, tuttavia, maggiormente attratti dalla figura di una donna sulla trentina che li esorta a non fare tardi e prepara loro la colazione. Non comprendiamo la sua identità, potrebbe essere la sorella o la governante, non importa. Mentre i ragazzi lasciano la casa, dalla finestra vediamo un uomo che suona il campanello e scatena un’insolita reazione: la donna si nasconde dietro un vaso. La donna si dirige poi verso un’altra casa, suona ma non riceve a sua volta risposta, decide così di aprire con la chiave la porta e si trova innanzi una scena raccapricciante, delle gambe penzolano nell’androne: un uomo ha deciso di levarsi la vita. Non conosciamo le motivazioni di questo atto, lo stesso ci viene presentato come già compiuto. Siamo posti davanti un’evidenza, una frattura tra un prima che non tornerà più e un dopo dai risvolti imprevedibili. È come se la catena causa effetto ci fosse stata consegnata spezzata. Torna lo stesso scenario, eppure qualcosa è profondamente cambiato: i ragazzi sono nuovamente seduti a tavola e la donna chiede cosa vogliano mangiare per pranzo, indugiando sul pane e sulla salsa, dettagli a cui solitamente non farebbe caso: la sua ragione sta sfumando e la testa viaggia tra ricordi contaminati ora dal dolore della perdita. Il suo smarrimento era stato anticipato da uno strano presagio: l’incontro con una sconosciuta per strada, incapace di ritrovare la strada verso la propria dimora.

Guido van der Werve, akte twee, what if, 2023, 9’59’’, 4K video. Courtesy The Artist and Monitor Rome, Lisbon, Pereto

In akte tien, spice of life death drive (2023 5’30”) anche intitolato “Symphony of Second Chances” un uomo, che potrebbe essere l’artista stesso, entra nel suo studio, percepiamo persino il suono dei suoi passi decisi mentre si avvia. Una volta all’interno, rovista in una scatola, estrae una pistola e posiziona la canna dell’arma nella cavità orale. Dopo pochi secondi, torna sui suoi passi, trova un bastoncino di metallo e inizia a picchiettare sul corpo della pistola. Si dirige subito dopo verso il giardino, dove una piccola orchestra sta suonando e canta “il sale (spezia) della vita guida alla morte”. L’uomo si unisce al gruppo, picchiettando a tempo di musica la sua pistola. Così, uno strumento di morte si tramuta in una cassa armonica, un pensiero di suicidio e annichilamento in fiammella vitale.

Come gli altri video di van der Werve, anche quest’opera veicola in maniera limpida e accessibile una condizione umana e la sua complessità. Come può la depressione spingere ad atti estremi e come anche un gesto di conforto, ma ancora di più la forza personale, possa ridisegnare e intrecciare i fili del destino in maniera inaspettata. Viene da chiedersi, inoltre, quale sia la spezia che rende sapida e appagante la vita, quali siano i valori che definiscono e scolpiscono la nostra volontà, quale l’appiglio che ci tiene ancorati alla terra. In ultimo, lancio una domanda aperta: a cosa possiamo rinunciare e di cosa non possiamo, invece, fare a meno?

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Giorgia Basili
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