Qualità vs Quantità nell’arte contemporanea

Una riflessione semiseria sul “sistema” dell’arte contemporanea

Come nelle migliori storie da bar, mentre ritornavo a casa (o forse stavo andando allennesima inaugurazione?) su un treno, mi sono ritrovato a riflettere su uno dei capitoli più interessanti, dibattuti, alterati, profetizzati e snocciolati nel “Bar Arte contemporanea”, che ha sede quasi sempre in tutte le conferenze stampa, inaugurazioni, preview di mostre e grandi eventi:

Qualità vs Quantità nel magico mondo dellarte contemporanea.

I detrattori, i malpensanti, i saputelli o ancora meglio i complottisti sostengono che: “Non esiste larte contemporanea perché ormai è solo un business”, come se 80, 90 anni fa, o addirittura ai tempi di Michelangelo, Leonardo o Giotto, non fosse già così (in maniera minuscola sia chiaro, ma dovevano pure campare, no?). Invece gli altri, che poi sono quelli che i detrattori identificherebbero come “parte del sistema” (oddio, uno solo? Credo che sia molto più complesso di così; del resto, fare business è un’arte), sostengono che il business non solo fa parte dellarte contemporanea, ma ne è un fattore importante; attraverso di esso si crea il mercato, gli indotti e tutto ciò che riguarda la quantità di opere in circolazione che servono ad alimentare il sistema (ho detto sistema?). Quindi due correnti: la prima giustamente dice che larte di alta qualità non è quella che genera indotto monetario, ma quella che lascia a chi guarda quel genere di sensazione che aiuta a vivere meglio. La seconda corrente dice: ok, sì, ma bisogna fatturare e guadagnarci e per farlo servono quantitativi di opere e di eventi che generino numeri, biglietti, visitatori e soldi, tanti soldi. 

Ho trovato largomento così interessante da volerci scrivere un pezzo semiserio, semi-critico-semi-tutto, affinché chi non ne sa nulla possa farsi un’idea propria (non la mia) e chi ne sa già, spero possa rifletterci su.

Partiamo dallinizio: pensare che larte di qualità e non, non sia anche commercio è un grande errore. Gli artisti fin da sempre sono coloro che generano opere che verranno (si spera, lo sperano anche loro) vendute. Chi pensa il contrario non conosce la storia ed è in più un gran romantico che non è male, ma neanche tanto bene visto i tempi.

Ph. Roberto Contreras, Unsplash

Quindi se io sono un artista, studio arte, faccio mostre, è chiaro che il mio crescere nel campo mi porterà ad essere un’opzione sul mercato; almeno centinaia di studenti di arte e non la pensano così, anche se non sanno davvero cosa significhi, allinizio.

Mettiamo caso però che tutto vada bene e questo fantomatico artista diventi un’opzione sul mercato: dovremmo ritenerlo un venduto? No. Ritenerlo un venduto sarebbe un pensiero sciocco, anche e soprattutto molto banale, per non dire anche spinto dallinvidia dalla quale, come ben si sa, questo campo non è esente. Lartista può essere di qualità e raggiungere un obiettivo e può anche non aver qualità, ma avere i giusti contatti per arrivare dove bisogna arrivare (la storia dellarte contemporanea ne è piena, di mezze seghe che non sanno tenere gli strumenti in mano, ma che sono multimilionari del settore; che male c’è?). Ma se dovessimo fare una critica oggettiva, da dove dovremmo partire? Io ho pensato che se si dovesse parlare seriamente dellargomento dovremmo dividerci in due e sottolineare il fattore Qualità e descriverlo, e idem per la Quantità.

Foto di iSAW Company, Unsplash

Iniziamo?

Partiamo dalla quantità: questa modalità sottolinea l’importanza dell’espressione individuale e la “democratizzazione” dell’arte (ma davvero?). La produzione di opere in gran numero potrebbe consentire a un maggior numero di artisti di farsi conoscere ed esprimere le proprie idee. Alcuni critici sostengono che la produzione in grande quantità rispecchia la natura frenetica e veloce della società contemporanea, dove l’informazione e le esperienze si susseguono rapidamente, ma a pensarci bene è una mascherina, una giustificazione bella e buona per quanto funzionale al nostro periodo storico.

Qualità: qui si sottolinea l’importanza di opere d’arte che sono il risultato di una riflessione profonda, di anni di ricerca e (quando va bene) abilità tecnica. Questo punto di vista si concentra sulla creazione di opere d’arte che abbiano un significato più profondo e duraturo. Ma anche qui ci sono dei critici dell’arte contemporanea orientata alla quantità che sostengono che questa enfasi sulla produzione di massa può portare a opere d’arte superficiali, prive di sostanza o significato.

Insomma, un cane che si morde la coda, ma a sentire alcuni artisti, si cerca un approccio ibrido, cercando di bilanciare la produzione in grande quantità con la ricerca di significato e qualità. Qui il cosiddetto bilanciamento, ovvero: la creazione di serie di opere, alcune più rapide e spontanee, altre più meditate. Ma anche qui, a molti può sembrare una furbata. Però non dobbiamo dimenticare che larte contemporanea (come larte in genere) è caratterizzata da un’ampia varietà di stili, approcci e media. Qui, in un contesto così diversificato, ci sono spazi per una vasta gamma di pratiche artistiche, comprese sia quelle orientate alla quantità che alla qualità. Quindi il mondo è bello perché vario? Non proprio, ma non dobbiamo dimenticare che, come tutte le chiacchiere da bar, largomento Qualità vs Quantità riflette le tensioni e le sfide che gli artisti affrontano nel contesto della società moderna; le opinioni che ognuno di noi evidenzia e la complessità e la soggettività del dibattito ci portano a non avere una risposta univoca o una soluzione definitiva, che è da sempre il bello di questo campo.

Ma lasciatemi dire una cosa in questo finale di articolo critico semiserio: in ogni caso, più lopera è di qualità e più il pubblico apprezzerà, e questo vale sia per le opere di oggi che per quelle che sono ormai nei libri di storia dellarte, e lo sarà anche domani.

Ci vediamo prossimamente al “Bar dell’Arte contemporanea”.

Francesco Liggieri
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