Il Lumen Prize parla italiano con una mostra e artisti tech 

Extension of Selves al Qintai – Wuhan Art Museum riunisce i vincitori del premio internazionale nato per celebrare l’arte creata con la tecnologia

È la città più popolosa della provincia dell’Hubei, di antichissima fondazione, punto strategico per il commercio grazie alla sua posizione, adagiata tra il fiume Azzurro ed il fiume Han, centro dell’industria del paese. Anche se il suo nome evoca ancora uno dei momenti più bui dell’era contemporanea, Wuhan è una delle città più interessanti da scoprire per la sua storia e anche per il legame con l’arte attuale e che oggi al Qintai – Wuhan Art Museum, racconta di arte e tecnologia, con artisti italiani, riuniti da Lumen Studio: Fabio Giampietro, fuse*, Pietro Catarinella, Matteo Zamagni e Mattia Casalegno. Extension of Selves è la mostra curata da Jack Addis, direttore del Lumen Prize e dal team coordinato da Huijun Guan che, fino al 18 aprile, presenta i cinque artisti/collettivi, già vincitori o nominati del premio d’arte internazionale Lumen Prize, nato per celebrare l’arte creata con la tecnologia.

Una mostra digital certo, ma che da spazio anche a pittura e installazioni, per mettere in luce la fusione di forme d’arte tradizionali e moderne, dalla ritrattistica classica ai paesaggi digitali fluidi, dove l’integrazione delle tecniche pittoriche con la tecnologia all’avanguardia ridefinisce i confini della creatività artistica. Dove ogni opera, immagine ed esperienza immersiva, concorre a promuovere un dialogo profondo tra gli esseri umani, gli oggetti e i loro ambienti.

Un progetto inserito in un contesto di scambio sino-italiano, dove il dialogo culturale nasce nel contesto delle celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Marco Polo. Una presenza assai istituzionale, che partecipa però con discrezione, partendo piuttosto dalla volontà di creare un dialogo costruttivo con l’Italia, evidenziando come dalle profondità delle sue radici classiche alla sua fioritura nel Rinascimento, l’arte italiana continua a essere un faro nel mondo dell’arte contemporaneaper dirla con le parole dei curatori.

Extension of Self, Wuhan Art Museum

Tra le opere in mostra, le serie di Fabio Giampietro, Metromorphosis, TechVisionaire e Scraping the Surface, dissolvono elegantemente i confini tra le forme d’arte tradizionali e digitali, catturando il momento in cui il mondo fisico si fonde fluidamente con il regno digitale. Un lavoro che pone l’accento sulla transizione senza soluzione di continuità, dalle esperienze tangibili alle esplorazioni astratte, a partire dalla presenza architettonica, panorami da vertigine entro cui lo spettatore è invitato ad immergersi con l’uso di visori. Attorno al tema Layering the Gaze, Pietro Catarinella da forma ad un trittico di opere in cui si sovrappongono meccanismi mnemonici e immagini; IMAGOMORPHOSIS emerge come un paesaggio digitale ritraendo in modo intricato le dinamiche percettive e mnemoniche associate alla sfera disordinata e inquinata del web; in INSTANT MIMESIS  gli autoritratto e  volti dipinti appartenenti alla storia dell’arte vengono messi in relazione con un selfie scattato mentre lo stesso Catarinella li osserva; in MELTED PICTURES fonde – letteralmente – celebri opere d’arte da cui nasce una pittura ibrida, in bilico tra la censura del passato, l’omaggio e l’oltraggio ai capolavori.

Pietro Catarinella, Instant Mimesis

Il duo diretto da Luca Camellini and Mattia Carretti, ben noti anche in Italia come fuse*, a Wuhan sono presenti con una sezione del lavoro Artificial Botany: un progetto in fieri per esplorare le potenzialità espressive delle antiche illustrazioni botaniche, emanazione della creatività della natura, attraverso l’utilizzo di algoritmi di machine learning. Un lavoro che elabora la bellezza intrinseca del processo morfologico, incapsulato nei brevi istanti di transizione tra una forma e l’altra, in costante cambiamento, navigando nello spazio multidimensionale della rete neurale. Il dittico di opere interconnesse di Matteo Zamagni, Crepuscolo e Horror Vacui, approfondisce la narrazione eterna dell’interconnessione umana con la natura. Sullo sfondo la crisi globale in corso, in un film che intraprende un viaggio attraverso le formazioni geologiche simili della Terra giustapposte al rapido ipersviluppo dell’umanità, con conseguente perdita della natura, la rottura dell’equilibrio ella vita, frutto di una magistrale commissione tra immagini generate  da computer con filmati del mondo reale, cancellando i confini tra costrutti digitali e realtà.

Le installazioni multisensoriali di Mattia Casalegno immergono i visitatori in un universo sensoriale vibrante ed espansivo dal momento in cui entrano nello spazio espositivo. In particolare l’imponente installazione Twins in cui mega schermi pendono magistralmente annodati dall’imponente soffitto alto 17 metri, uno straordinario pezzo realizzato in collaborazione con l’artista bondage cinese Gandalf.

Protagonista anche un’opera che ha visto a Venezia la sua nascita: La Maschera del Tempo, un racconto onirico, fantascientifico, post umano, distopico (per usare un termine molto in voga nel 2020) scaturito dalla visione Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio Maggiore e commissionato dalla Fondazione Cini. Un racconto creato insieme al musicista Martux_m, combinando l’applicazione creativa di AI, animazione 3D, sound design. In quest’era immaginaria, la natura ha rivendicato il suo spazio, ora popolato da esseri digitali ad alta definizione, presentando una fusione stimolante di storia, futuro e arte digitale.

Mattia Casalegno, La Maschera del Tempo

È proprio una chiacchierata con Mattia Casalegno che ci restituisce l’energia di questa mostra: un museo quello di Wuhan pubblico e particolarmente vissuto, partecipato dalla comunità di una big city cinese, con palazzoni infiniti e oltre 11 milioni di abitanti. Un museo nuovo di zecca, inaugurato in occasione della Biennale di Wuhan del 2022. Un’inaugurazione quindi che sa di ripresa, di rinascita.

Il confronto con Mattia Casalegno, napoletano di nascita ma di base a New York da diversi anni, che ci pone anche una questione, ovvero su «come una mostra del genere non si sarebbe mai più da fare in Italia, un Paese che non è ancora così aperto alle tecnologie e all’applicazione nell’arte, a meno che non siano inserite in un particolare contesto. È particolarmente buffo e curioso quindi ritrovarsi tra tutti artisti italiani, consapevoli che un progetto di questa portata con protagonista l’arte digitale sarebbe possibile solo in Cina» E in effetti, salvo episodi ed eventi spot, oltre a nomi piuttosto ricorrenti, in Italia i new media sembrano faticare con l’assenza di grandi mostre dedicate, qualche menzione nei bandi e concorsi per artisti, per non parlare di presenze piuttosto ridotte in eventi e fiere che invece all’estero proliferano. Basti pensare solo alla recente edizione di Art Dubai Digital anche qui, ironia della sorte, o segnale evidente, con un duo di curatori italiani, Auronda Scalera e Alfredo Cramerotti. Se è vero che Nemo propheta in patria, vale sicuramente per i new media artists.

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Chiara Vedovetto
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