La luce di Mark Rothko alla Fondation Louis Vuitton

Un’imperdibile retrospettiva che accompagna il visitatore attraverso tutta la vita di uno dei più grandi artisti del Novecento

Per Rothko tutto sta nella ricerca della luce. Lo si capisce verso la fine della splendida e dettagliata mostra dedicata a uno dei maggiori esponenti dell’astrattismo e aperta al pubblico fino al 2 aprile alla Fondation Louis Vuitton a Parigi. Un percorso studiato perfettamente per dare la possibilità al visitatore di compiere un viaggio nella vita di Mark Rothko, nato Rotkovitch. Non c’è infatti bisogno di arrivare troppo preparati per capire le varie fasi della ricca produzione dell’artista: basterà seguire le 115 opere che, grazie anche a una perfetta scelta di luci, parlano da sole.

Tra la prima tela che apre la mostra (il suo unico Autoritratto del 1936 che ci dà un’idea di come Rothko abbia tentato all’inizio un approccio verso la figura umana, ben presto abbandonato) e l’ultima (un dipinto con due rettangoli sui toni del rosso e dell’arancione che tutti identifichiamo come parte della sua produzione) c’è un mondo, quello di un artista che ha studiato e sperimentato per tutta la vita e che alla fine ha trovato la strada giusta per rimanere fedele a sé stesso.

Mark Rothko, Self-Portrait, 1936

Milton Avery e Henri Matisse sono i pittori che più hanno influenzato gli inizi della sua carriera, quando le figure umane erano ancora presenti nelle sue tele, spesso ambientate nella metropolitana di New York. Rothko smetterà però ben presto di dipingere persone perché “chiunque abbia tentato di riprodurre la figura umana, l’ha mutilata”.

Una parentesi surrealista è invece quella che caratterizza gli anni Quaranta quando, affascinato dalle letture di Eschilo e Nietzsche, tenta di creare un linguaggio universale in risposta alle barbarie della Seconda Guerra Mondiale. Trova nei miti greci, assiri, babilonesi ed egizi una base per rendere astratti e universali alcuni temi ricorrenti in tutte le epoche. È questa forse la produzione di Rothko meno nota al pubblico, ma non per questo meno coinvolgente: grazie a questa mostra, scopriamo così un vocabolario dell’artista ricco di colori e forme che ricordano il neo-surrealismo.

Left to right: Mark Rothko Sacrifice of Iphigenia, 1942; Tiresias, 1944; Slow Swirl at the Edge of the Sea, 1944

Da qui in poi, nelle bianchissime sale progettate da Frank Gehry, prende il via l’astrattismo di Rothko. Nelle sue tele, dalle grandi dimensioni, spiccano forme rettangolari che si sovrappongono l’un l’altra in una combinazione infinita di colori. In questa fase, che durerà fino alla fine della sua vita, la ricerca dell’artista è tutta focalizzata sulla luce e “sull’esprimere solo le essenziali emozioni umane”.

E chissà se per “essenziali emozioni umane” Rothko intendeva anche la pelle d’oca che si prova nella sala che ricrea esattamente la Rothko Room della Tate Modern di Londra. Qui vengono esposti, sotto luci soffuse che invitano al raccoglimento e alla meditazione, i nove Seagram Murals che l’artista realizza per il ristorante che l’architetto Philip Johnson stava progettando alla fine degli anni Cinquanta per il Seagram Building di New York. Inizialmente Rothko accetta la commissione, affascinato dall’idea di avere il controllo totale su un luogo e con l’obiettivo di creare un’opera che fosse in perfetto dialogo con l’architettura. Per realizzare questa serie, installa nel suo studio un’impalcatura delle stesse dimensioni della sala dove sarebbero state esposte le sue tele, privilegiando per questo specifico progetto formati orizzontali e una dualità di colori (sui toni scuri del marrone e del rosso) per ogni pannello. Nel dicembre del 1959, però, rendendosi conto che il ristorante non corrispondeva in alcun modo allo spirito del progetto da lui concepito, Rothko rescinde il contratto. Dieci anni dopo, seleziona nove di questi pannelli e li dona alla Tate Modern di Londra, felice della loro vicinanza all’opera di Turner, che Rothko ammirava molto.

Left to right: Mark Rothko Red on Maroon, 1959; Red on Maroon, 1959; Red on Maroon, 1959; Black on Maroon, 1959

È davanti a queste opere, e soprattutto davanti alle successive Blackforms, che diventa chiaro come l’artista abbia sperimentato la capacità dei pannelli scuri, al limite del monocromo, di generare luce propria: queste tele, infatti, richiedono che l’occhio si abitui gradualmente prima che si rivelino completamente.
“Non mi interessa il colore, è la luce che cerco”: ecco allora che tutte le tele viste durante il percorso, i colori accessi e quelli scuri, i gialli, gli arancioni, e poi i marroni e i neri assumono un significato profondo che va al di là della semplice scelta cromatica e che non può lasciare indifferenti chi li guarda.

Left to right: Mark Rothko, Untitled, 1964; No. 8, 1964; No. 8, 1964
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Francesca De Pra
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