Out of place: rifugiarsi, abitare, appartenere, testimoniare

Dal 7 marzo le Gallerie delle Prigioni di Treviso ospitano Out of place. Arte e storie dai campi rifugiati del mondo a cura di Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi

La Fondazione Imago Mundi e la sua collezione nascono con la volontà di offrire una visione geopolitica attraversol’arte contemporanea. Out of place. Arte e storie dai campi rifugiati del mondo esprime perfettamente questo intento nel suo contenuto ma anche nella forma d’esposizione.

La mostra – attualmente – è costituita da 162 artisti e 174 tele 10x12cm, tratto caratteristico della collezione che consente un rapporto diretto tra lo spettatore e le opere. Colpiscono la quantità di lavori e di artisti esposti che, però, non costituiscono una massa indistinta, una generalizzazione, un’omologazione. Si percepisce una complessità data dalle singole storie, una serie di individualità ben riconoscibili nella pluralità di voci. È proprio il formato ad accentuare questa pari dignità tra artisti e una medesima forza narrativa.

Installation view, Alpha Mukange

L’esposizione si compone di opere, testi e approfondimenti su più campi rifugiati: Kutupalong in Bangladesh, i campi di Dadaab e Kakuma in Kenya, il campo di Za’atari in Giordania e quelli di Baq’a, Hittin, Irbid, Madaba e Souf, che fin dagli anni Cinquanta e Sessanta, accolgono i rifugiati palestinesi. In mostra vengono presentati anche gli insediamenti di Nakivale e Bidibidi, in Uganda; ma anche le testimonianze di popoli senza una patria e vittime di persecuzioni, come quelle di curdi e yazidi. Altre prospettive presentate da Out of place. Arte e storie dai campi rifugiati del mondo sono quelle di artisti in esilio e una sezione dedicata al popolo afghano, con particolare attenzione alla situazione politica e sociale dopo il 2021.

Accanto ai quadri formato 10×12 cm si trovano tre lavori realizzati da artisti presenti in collezione: Reframe “Home” with Patterns of Displacement dell’artista curdo Rushdi Anwar, due tele che richiamano i murales della street artist palestinese Laila Ajjawi. Infine, una sezione, Labirinto, dedicata alla collaborazione tra il fotografo Mohamed Keita e il giornalista Luca Attanasio.

Ogni voce ha il suo valore, ogni soggetto una sua identità, ogni opera una sua prospettiva. I diversi media coesistono all’interno dello spazio espositivo rappresentando e testimoniando ciascun punto di vista, singolo, personale, intimo.

Rushdi Anwar, Reframe “Home” with Patterns of Displacement

Differenze terminologiche

Out of place. Arte e storie dai campi rifugiati del mondo indaga il problema dei rifugiati, facendo chiarezza su un tema spesso affrontato superficialmente, usato spesso più a fini propagandistici che di ricerca. La mostra si apre con una distinzione necessaria, puntualizzazione essenziale che chiarisce la prospettiva dell’esposizione, un punto di vista caratterizzato da una grande ricerca: la differenza terminologica tra sfollato, profugo, migrante e rifugiato.

Delineare i diversi concetti permette di analizzarli in maniera profonda, sia antropologica che artistica: i lavori esposti sono legati da temi comuni quali quelli di casa, perdita e sofferenza. Gli artisti in mostra vengono presentati come persone oltre il loro status di rifugiato, condizione accidentale che, però, inevitabilmente segna la loro esperienza.

I campi rifugiati oggi sono campi aperti, che, nella loro limitazione, consentono alla creatività di emergere e di considerare le persone al loro interno come persone e non solo come rifugiati. Questo offre loro la possibilità di chiamarsi(ed essere chiamati) artisti, rendendo l’appellativo di rifugiato una condizione ulteriore, non determinante in modo assoluto

Abir Abdullah, Stateless Rohingya

La ricerca

Mostra e Fondazione sono progetti di ricerca artistica ma anche (e necessariamente) sociale. L’esposizione è una panoramica, un’indagine aperta in continuo divenire e per questo destinata ad includere altri quattro campi rifugiati edue corridoi di migrazione all’interno del percorso, prevedendo l’aggiunta di un centinaio di artisti, prima della sua chiusura il 30 giugno. Inoltre, accanto alla mostra è in programma la pubblicazione di un catalogo che costituirà una raccolta di storie, un insieme di testimonianze, in cui ognuno può ed è chiamato a raccontare la propria esperienza.

Senso di appartenenza

“Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana

Simone Weil

Cosa significa oggi abitare, co-abitare, condividere uno spazio, concepire una casa, appartenere? Nella sua complessità la mostra costituisce, prima di tutto, uno spazio di appartenenza nel quale ciascun individuo e artista è parte di qualcosa. Ognuno appartiene, appunto, a una narrazione coerente, trasversale, che include senza escludere, che delinea senza delimitare, che diffonde senza generalizzare.

Out of place. Arte e storie dai campi rifugiati del mondo consente allora, grazie alle modalità espositive e di ricerca, di vedere i rifugiati come individui (prospettiva spesso purtroppo non scontata), mossi da desideri e speranze, dal bisogno di una casa, di un radicamento, di appartenere, di non sentirsi fuori luogo.

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Rebecca Canavesi
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