Que bueno, que rico, que lindo: ARCO Madrid 2024

Una manifestazione con una forte identità latina e tanta voglia di mostrarla

43.ma edizione e 205 gallerie presenti, anche se sembrano di più: sarà (anche) per causa degli spazi amplissimi dell’IFEMA, il polo fieristico madrileño, che ARCO 2024 si mostra di dimensioni “globali”. Eppure, di “globale” ARCO non vuole avere nulla, e lo afferma chiaramente Maribel López – direttrice della fiera dal 2019 – che parla della sua ARCO come di una manifestazione con una forte identità latina e tanta voglia di mostrarla. E questa è, senza ombra di dubbio, la prima carta vincente della fiera spagnola: non puntare ad una esasperata fluidità in nome dell’internazionalità ma, anzi, collocarsi come avamposto dove mettere in scena la migliore produzione della penisola iberica e dell’Europa centrale, con un vasto parterre francese, e l’America Latina tutta.

ARCOmadrid 2024. Courtesy of ARCOmadrid

Altra caratteristica della fiera è la semplicità di fruizione: una sola sezione “speciale”, quella di Opening, dedicata alle gallerie che partecipano per la prima o la seconda volta, e un focus su un territorio geografico, quest’anno dedicato ai Caraibi: tutto il resto è libero da etichette, colori, dialoghi o indicazioni. Risultato? ARCO si gode eccome, tra stand monografici, di ricerca, grandi installazioni, pittura e anche scultura. La grande assente è la fotografia, ma dopo l’abbuffata degli ultimi anni a tutte le latitudini si può anche chiudere un occhio. Così, ad ARCO, le gallerie sembrano meno intimorite rispetto ad altre fiere e più disposte a mettersi in mostra, senza azzardare colpi di scena – bisogna pur vendere, chiaramente – e il risultato è una vera e propria invasione di pubblico e addetti ai lavori. Non è un caso, infatti, che ARCO dedichi l’intera giornata del mercoledì (la prima) ai soli professionals: collezionisti, direttori di museo, curatori, giornalisti. La fiera, poi, si è fatta conoscere negli anni per l’eccellente vip program: per l’edizione 2024 sono stati 350 i collezionisti e oltre 150 gli “addetti ai lavori” invitati dall’IFEMA.

Gli highlights? Senza dubbio accanto ai grandi nomi come Perrotin, Chantal Crousel, Peter Kilchmann, Medi Chouakri o Peres Project valeva la pena soffermarsi proprio tra gli spazi di La orilla, la marea, la corriente. Un Caribe oceánico, titolo del focus sui Caraibi, appunto. Con un allestimento separato dal resto di ARCO a cura di Carla Acevedo-Yates e Sara Hermann Morera, opere large-scale intervallate con pitture e video, questa sezione è stata l’occasione per scoprire le poetiche di Joiri Minaia (Praise Shadows Art Gallery) sull’immaginario turistico che si riserva a questa area geografica; i collage di Juan Sánchez (Hutchinson Modern & Contemporary) dedicati alla storia politica di Porto Rico intervallata a episodi famigliari; il dialogo tra Fabrizio Arrieta e Omar Velázquez (Diablorosso).

ARCOmadrid 2024. Courtesy of ARCOmadrid

Infine, ma non è una questione scontata, ARCO funziona anche grazie a Madrid – una delle città culturalmente più vive e interessanti d’Europa, le cui gallerie e istituzioni vanno ben oltre all’essere un contorno della fiera come avviene in molte altre realtà. Da non perdere è la mostra di Antoni Tàpies, ad esempio, al Reina Sofia, nell’anno del centenario della nascita del grande artista catalano. Nella zona della Città Universitaria c’è il Centro d’Arte Complutense che, in linea con le tendenze caraibiche di ARCO 2024 offre una retrospettiva sul dominicano Jorge Pineda: Happy è un percorso in quasi cinquanta opere a coprire una carriera quarantennale, di libertà e felicità appunto. Tra le gallerie madrileñe presenti ad ARCO che nelle loro sedi hanno alcune delle mostre più interessanti viste in città segnaliamo Elba Benítez, che ospita la quinta personale di Carlos Garaicoa; Albarrán Bourdais che ha dato carta bianca a Pedro Cabrita Reis: l’artista portoghese ha realizzato un grandioso progetto site specific integrando negli affascinanti spazi della galleria una serie di strutture metalliche a intersecarsi con luci al neon e dipinti di paesaggio su tela grezza. E poi La Cometa di Bogotà, che nella sua sede spagnola espone uno struggente progetto di Miguel Ángel Rojas, artista che rappresenterà il Paese latino alla prossima Biennale, mentre la messicana Travesía Quatro per gli spazi di Madrid ha messo in scena una piccola retrospettiva del poeta e artista peruviano Jorge Eduardo Eielson. Orgoglio latino sotto ogni punto di vista, e a ragion veduta.

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Matteo Bergamini
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