Capsule Venice porta l’arte contemporanea cinese in città

Capsule è una galleria nata nel 2016 nel distretto centrale di Shanghai, con una vocazione internazionale che trova certamente radici in questa metropoli cosmopolita, ma soprattutto in una rosa di artisti di respiro globale e nella sua stessa fondazione, per volontà di Enrico Polato: ieri studente di Lingue Orientali a Venezia, oggi un gallerista da non perdere di vista. Un vero e proprio centro di scambio, nato con l’intento di presentare artisti cinesi in Cina e, contemporaneamente, all’estero, introducendo anche il lavoro di artisti internazionali per la prima volta in Cina. Un progetto che in meno di 8 anni si presenta con uno storico di oltre 40 mostre, partecipazione a fiere, superando indenne il difficile 2020, aggiudicandosi il Frieze Focus Stand Prize nel 2023, a Frieze New York. Pas mal.

E mentre la primavera porterà nella sede di Shanghai la mostra Awakening, Venezia ha da poco visto nascere la sua sede: Capsule Venice. Ospite all’interno di Fondazione Marchesani, in uno spazio quasi gemello o speculare rispetto all’edificio anni Trenta di Shanghai. Due piani, project space, vip room con una notevole presenza di elementi di design introdotti dalla collaborazione con JCP Universe, uffici e piano nobile e un giardino “segreto” di quelli che a Venezia sorprendono sempre. Capsule Venice presenterà quattro mostre principali accompagnate da eventi collaterali, progetti site-specific, attività culturali a cura di Manuela Lietti.

Il primo appuntamento, da poco concluso, è stato con la mostra corale When We Become Us² un’antologica di ampio respiro e una citazione, quella di When We Become Us, la collettiva con cui inaugurò la galleria cinese nel 2016.  Un bel biglietto da visita per la città lagunare a cui, a breve, seguirà la mostra Hovering, per esplorare il concetto di liminalità, metamorfosi, sospensione derivante da uno stato di in-betweenness in programma dal 6 aprile.

Di Capsule, di Venezia e di Cina, ne parliamo con Enrico Polato e Manuela Lietti.

When We Become Us², Capsule Venice, 2024. Installation view. Courtesy: Capsule Venice. Photo Credit: Riccardo Banfi. Design partner: JCP Universe
Perché una sede a Venezia? L’'introduzione alla mostra When We Become Us² di Enrico, racconta il legame profondo con la città ed è certamente un punto di partenza.

EP: Ho contemplato a lungo l’idea di un secondo spazio per Capsule che potesse affiancarsi alla galleria di Shanghai. In un primo momento si è trattata di una valutazione dai confini geografici più ampi – una scelta tra un’altra città in Asia, gli Stati Uniti, o l’Europa. In un certo senso la scelta dell’Italia è scaturita da una reazione emozionale e spontanea dopo gli anni di pandemia. Impossibilitato a tornare in Italia per più di tre anni a causa delle stringenti politiche Covid in Cina, ho dovuto attendere che nei primi mesi del 2023 le frontiere cinesi riaprissero per potere finalmente rientrare. In quel frangente, ho subito pensato che un progetto a medio termine in Italia sarebbe stata un’opportunità per riconnettermi con il paese su più fronti – personale e professionale – dopo la lunga interruzione. La scelta di Venezia è dettata innanzitutto da una certa familiarità con la città – io e Manuela siamo entrambi ex-studenti del corso di Lingue e Civiltà Orientali di Ca’ Foscari –  e dalle ineguagliabili opportunità che la Biennale d’Arte può offrirci nel 2024 per promuovere il nostro programma, trattandosi di un evento che porterà la maggior parte dei professionisti dell’arte a visitare la città. Gli spazi della Fondazione Marchesani, le molteplici prospettive architettoniche offerte nelle sale espositive, e la presenza del giardino mi hanno piacevolmente rievocato gli spazi della nostra galleria a Shanghai, e la decisione è stata pressoché immediata.

When We Become Us², Capsule Venice, 2024. Installation view. Courtesy: Capsule Venice. Photo Credit: Riccardo Banfi
Parliamo di progettualità: quante mostre prevedete a Venezia, se saranno sviluppati dei temi specifici, dei filoni di ricerca.

ML: La programmazione di Capsule Venice per il 2024 verterà attorno a quattro mostre principali – due collettive e due personali – che saranno di volta in volta affiancate da diversi eventi collaterali e progetti site-specific, oltre che da attività come workshops, visite guidate, talks, incontri con gli artisti. Questo approccio, reso possibile dalla poliedricità degli spazi che ci ospitano, riflette appieno, anche dal punto di vista concettuale, la volontà di Capsule Venice di porsi come un hub in divenire, aperto a collaborazioni trasversali e linguaggi diversi, al fine di interagire con il tessuto urbano e con diverse tipologie di pubblico. Le mostre mettono in evidenza la costante attenzione alla valorizzazione degli artisti già inseriti nel programma della galleria (come nel caso della collettiva When We Become Us², e delle personali di Wang Haiyang e Liao Wen) ma anche una propensione alla ricerca, a collaborazioni inedite (Hovering). Per questo mi sento privilegiata nel mio ruolo di curatrice, potendo lavorare in totale libertà con tutti gli artisti coinvolti e in merito ai contenuti. I temi cardine restano quelli iconici di Capsule e che anche io sento affini alla mia ricerca da diversi anni: la (de)costruzione del senso identitario su scala individuale e collettiva, le possibilità insite nel corpo in quanto portatore di istanze socioculturali, l’indagine su esperienze liminali, di “frontiera” e che mettono in dubbio la validità della logica binaria. Queste istanze si traducono visivamente nel lavoro di artisti asiatici e internazionali nati a partire dai tardi anni Settanta del secolo scorso, appartenenti a generazioni diverse ma tutti accomunati dal sapere raccogliere le molteplici sfide dei nostri tempi.

Cina e Shanghai post-Covid. Come è cambiata, quali elementi di continuità e discontinuità avete riscontrato?

EP: A volte mi ritrovo a parlare della mia esperienza Covid in Cina con amici in Italia percependo che abbiamo vissuto in due universi quasi paralleli, con esperienze estremamente diverse nel corso della pandemia. La Cina ha implementato una politica di prevenzione estrema (Covid-zero) che ci ha portato ad avere una vita semi-normale all’interno del paese per i primi due anni, e questa politica è durata molto più a lungo rispetto ad ogni altro paese al mondo. Questo ha naturalmente implicato una chiusura verso il mondo esterno che ha lasciato una traccia profonda. In particolar modo il lockdown di Shanghai è stato professionalmente un momento critico, perché ogni attività si è interrotta per circa due mesi, e la ripresa è stata particolarmente lenta. Nonostante questo, ammiro la resilienza del popolo cinese, la loro adattabilità e la capacità di riprendersi dalle situazioni più traumatiche. Il mondo dell’arte si sta gradualmente risollevando, anche se si nota una minore presenza del pubblico internazionale.

When We Become Us², Capsule Venice, 2024. Installation view. Courtesy: Capsule Venice. Photo Credit: Riccardo Banfi
Considerata la moltiplicazione di appuntamenti dedicati ad arte e artisti cinesi sembra essersi aperta una nuova stagione di fascinazione nei confronti dell'Arte contemporanea cinese. Vero? Falso? Illusione? Mercato? A voi l'ardua riflessione... Sbizzarritevi!

ML: Nel corso degli ultimi decenni l’arte contemporanea cinese è passata da essere un ambito di nicchia, guardato con sospetto, pregiudizio o tenuto in considerazione semplicemente per il suo fascino “esotico”, a diventare una delle componenti più stratificate e nodali dell’ecosistema dell’arte globale. Anche in Italia stiamo assistendo al proliferare di eventi, manifestazioni, mostre promosse da diverse tipologie di istituzioni, incluse quelle museali, e da curatori di rilievo internazionale. Senza entrare nel merito delle scelte stilistiche e filologiche dei singoli casi, spero che questa ondata di rinnovato interesse – un picco si era già verificato dai tardi anni Novanta del secolo scorso / primi anni 2000 – nasca dalla reale presa di coscienza che l’arte contemporanea cinese, pur non avendo seguito la stessa traiettoria di sviluppo sistematico di quella occidentale, sia un elemento da cui non potere più prescindere se si vuole operare criticamente in un mondo globalizzato, e non sia reputata un mero fenomeno mediatico o di costume. Credo che i tempi siano maturi e esistano tutti i mezzi per una riflessione che tenga conto di tutte le complessità della realtà cinese, per contestualizzare le singole esperienze e riflettere in maniera strutturata e consapevole non solamente sui contenuti ma anche su come questi siano stati veicolati e diffusi nel corso degli anni.

Uno degli artisti con cui vorreste lavorare in futuro. Dall’Italia, dalla Cina, dal mondo…

EP: Il progetto a Venezia ci permette di operare su una struttura diversa rispetto alla Cina. Una gran parte del programma sarà dedicata al programma di Capsule ed ai nostri artisti, e la mostra inaugurale When We Become Us² mette in rassegna opere della maggior parte degli artisti con cui collaboriamo. La seconda mostra, Hovering, curata da Manuela, presenterà 13 artisti, 11 dei quali sono nuove collaborazioni che spero possano svilupparsi in relazioni professionali più a lungo termine e di aver modo di presentare questi artisti anche in Cina.

ML: Durante quest’anno avrò modo di lavorare con tanti artisti – cinesi e non – che ammiro e seguo da tempo, così come con diverse scoperte più recenti, frutto di ricerche mirate. Sono grata per il dialogo instaurato con loro e per la fiducia che stanno dimostrando, permettendoci di essere compresi e sostenuti nei nostri intenti. Sarebbe un privilegio partire da questa esperienza e continuare a mettere in luce l’operato di questi artisti anche presso istituzioni museali in Italia o nel resto del mondo.

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Chiara Vedovetto
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