Il grande ritorno di Julie Mehretu a Venezia

Palazzo Grassi presenta la più grande mostra mai dedicata all’astrattista di Addis-Abeba in Europa. Insieme a lei anche gli amici Nairy Baghramian, Huma Bhabha, Tacita Dean, David Hammons, Robin Coste Lewis, Paul Pfeiffer e Jessica Rankin.

L’avevamo vista alla Biennale di Venezia del 2019 con le sue tele incredibilmente complesse che trasmettono un senso di velocità e la ritroviamo oggi nella mostra Ensemble a Palazzo Grassi a Venezia. Julie Mehretu, artista di origini etiopi-americane, ha saputo conquistare il mondo dell’arte contemporanea con la sua visione unica e la sua abilità nel presentare tematiche complesse e attuali attraverso i suoi lavori. La sua mostra a Palazzo Grassi, curata da Caroline Bourgeois e dell’artista stessa e aperta al pubblico fino al 6 gennaio 2025, rappresenta un’opportunità per il pubblico di immergersi nelle profondità delle sue opere e scoprire i molteplici strati di significato di cui sono composte.

I due piani del Palazzo presentano così oltre cinquanta dipinti e stampe realizzate da Julie Mehretu negli ultimi venticinque anni insieme a opere più recenti, prodotte tra il 2021 e il 2023. Ad accompagnare questo percorso anche le opere di alcuni amici artisti con cui l’artista condivide una forte affinità. Non aspettiamoci un percorso cronologico: la mostra infatti si sviluppa liberamente, seguendo un principio di rimandi visivi.

Julie Mehretu, (from left to right), Sun Ship (J.C.), 2018, Pinault Collection, Loop (B. Lozano, Bolsonaro eve), 2019-2020, Pinault Collection. Installation view, “Julie Mehretu. Ensemble”, 2024, Palazzo Grassi, Venezia. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi, Pinault Collection

L’astrattismo delle sue tele è influenzato dalla storia dell’arte, dalla geografia, dalla storia, dalle lotte sociali e dai movimenti rivoluzionari. Tutto parte dal disegno, come racconta la stessa Mehretu: «un disegno ha una capacità di agire. Credo veramente che un disegno cresca, agisca, costruisca, che interpreti un ruolo… In realtà non è davvero così, è solo un disegno, ma ci penso e lo realizzo in questo modo». Agli inizi degli anni Duemila, le sue tele raccontano città immaginarie e composite attraverso pennellate tumultuose, come una carta di storie che non corrisponde ad alcun luogo. Intorno al 2012, però, la pratica di Mehretu cambia: progressivamente, infatti, i disegni architettonici che costituiscono la struttura sottostante delle sue tele scompaiono del tutto.

Nel corso degli anni, l’artista si avvale di tecniche specifiche che le permettono di ampliare l’orizzonte delle sue opere. Si avvicina così alla fotoincisione, al chine collé, all’acquatinta, all’acquaforte, alla puntasecca e all’intaglio, sfruttandone le infinite possibilità inventive e utilizzandole insieme per combinarne gli effetti e potenziarli. Questo le permette inoltre di ampliare la gamma dei colori, di rendere più complessa la sovrapposizione delle immagini grazie a molteplici passaggi di stampa, e anche di sperimentare tutti i modi possibili di incidere un segno.

Julie Mehretu, Black City

Tra le opere esposte, degne di particolare attenzione risultano quelle più recenti della serie TRANSpaintings realizzate tra il 2023 e il 2024. Nella sala 25 del secondo piano di Palazzo Grassi troviamo così sei grandi dipinti liberati dalle pareti. In questo caso, il supporto non è più la tela, ma una rete di poliestere leggermente trasparente che permette alla luce di attraversare la superficie e a chi osserva di vedere attraverso di essa le ombre degli altri visitatori. Il risultato è sorprendente: le strutture di alluminio, realizzate dall’artista Nairy Baghramian, fungono sia da cornice che da struttura e sono in netto contrasto con i colori vivi e acidi delle opere “dipinte al rovescio”. Dipinte solo da una parte, queste strutture possono essere infatti osservate da entrambi i lati, creando infiniti giochi di riflessi.

Julie Mehretu​, TRANSpaintings, 2023-2024, Courtesy of the artist and White Cube. Installation view, “Julie Mehretu. Ensemble”, 2024, Palazzo Grassi, Venezia. Ph. Marco Cappelletti © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Il dialogo con le opere degli altri artisti in mostra è vincente, come quello instaurato con le sculture della pakistana basata a New York Huma Bhabha. Il suo è un lavoro complesso che reinventa la figura umana oscillando tra il mostruoso, il fantastico e l’animale: i suoi “personaggi” sembrano infatti essere perseguitati o sopravvissuti a un evento drammatico. I materiali scelti per queste sculture sono quelli di uso quotidiano come sughero, polistirolo, oggetti trovati, ossa di animali, argilla e bronzo.
Ensemble è sicuramente un progetto che invita alla riflessione, al dialogo e alla comprensione per andare oltre le apparenze. Questa mostra corale, che raccoglie in un unico luogo artisti di origini e pratiche diverse, mette in luce il forte bisogno di comunità da parte dell’artista, e in fondo anche di tutti noi.

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Francesca De Pra
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