SUPER FRESH: (UN)FAIR

Una recensione di parte della fiera d’arte contemporanea aperta dall’1 al 3 marzo 2024 al Superstudio Maxi di Milano

Lo sappiamo tutti che il mondo giornalistico dell’arte è un sistema drogato. Se aprite le numerose newsletter che ogni mattina intasano i nostri indirizzi e-mail vi sfido a trovare anche solo un articolo che critichi o parli male di qualcosa. Non si cita mai il brutto, si parla sempre e solo di cose belle: il brutto sembra non essere contemplato. Tuttavia, ogni tanto, in mezzo a quelle frasi, c’è chi accenna qualche critica, anche se a dire la verità sono quasi sempre critiche “a salve”, dove lo sparo sembra reale ma nessun proiettile raggiunge l’obiettivo.

Il sistema dell’arte ha infatti un suo codice non scritto e per evitare defenestrazioni improvvise, è bene non oltrepassare mai la carreggiata. In questa strada dritta, senza curve, qualche fuoristrada me lo concedo volentieri. Rischioso? Non credo, alla fine sono un pesce piccolo in questo grande oceano e l’eco delle parole che scrivo dubito che riesca ad arrivare in superficie. Quindi alla fine me ne sbatto e cerco di ritagliarmi una bella fetta di libertà e autonomia su quello di cui parlare.

Mi trovo a riflettere su questi aspetti quando art-frame mi chiede di dedicare l’uscita di marzo di SUPER FRESH al progetto (un)fair, di cui faccio parte nell’Advisory Board e per il quale ho curato la sezione di performance della fiera. Vorrebbero uno sguardo interno, capace di raccontare questa giovane realtà, mostrandone anche i retroscena. Resto inizialmente dubbioso di fronte a quella proposta, poi decido di accettare e inizio a scrivere. In fondo, l’edizione di quest’anno è stata un’esperienza molto positiva e non vedo perché non dovrei raccontarla (“cavolo! forse sono già troppo di parte”).

Partiamo dall’inizio.

(un)fair è una fiera d’arte contemporanea giovane, nata in piena pandemia, e oggi è alla sua terza edizione. Quest’anno si è svolta dal 1 al 3 di marzo negli spazi di Superstudio Maxi, a Milano, e ha accolto 15.000 visitatori. Si propone come una fiera d’arte contemporanea con modalità di interazione e fruizione più dirette rispetto alle fiere italiane maggiori, cercando di coinvolgere le nuove generazioni sia dal punto di vista dei collezionisti che dal punto di vista dei galleristi e degli artisti.

(un)fair 2024

Dietro questo progetto, oltre a tanti bravi collaboratori, ci sono le menti di Manuela Porcu e Laura Gabellotto, le due direttrici, persone molto disponibili che tradiscono gli stereotipi delle direttrici e dei direttori di fiera. Mancano di manie di protagonismo, di autoreferenzialità e si dimostrano persone alla mano, sempre disponibili a esaudire ogni richiesta. Sviolinata? No, è la realtà dei fatti. Potete chiedere a chiunque abbia avuto a che fare con loro e vedrete che sarà della mia stessa opinione. Quello che apprezzo è la loro capacità di delegare e di affidare i vari aspetti della fiera a chi ha le giuste competenze. Non è un caso che di (un)fair si conosca pubblicamente il nome dell’exhibit designer. Sto parlando di Andrea Isola, grande professionista, che a differenza delle direttrici sa come attirare l’attenzione su di sé, soprattutto sui social; ma come biasimarlo, è forse il primo che ha dato valore e prestigio a un ruolo che nel mondo dell’arte contemporanea, fino a qualche anno fa, neanche appariva nei colophon di ringraziamento. Andrea è un exhibit designer capace di dare ogni anno un nuovo respiro allo spazio di Superstudio Maxi, creando stand ariosi e spazi per il divertimento e lo svago dei visitatori.

La fiera, che è co-prodotta da Superstudio Events e realizzata con il supporto di un Comitato scientifico, quest’anno ha portato a Milano 60 gallerie, nazionali ed estere. Tra le lingue parlate negli stand si sentiva il giapponese, il messicano, l’ungherese, lo spagnolo e tanti idiomi ancora.

Difetti? Certo, come ogni evento anche (un)fair ha degli aspetti da migliorare. Sicuramente la selezione di alcune gallerie deve essere rivista. Ci sono realtà di ottimo livello che sono costrette a condividere lo spazio con gallerie che propongono progetti deboli e opere banali. Troppo duro il mio giudizio, non so, si tratta di un’opinione, quello che però non è possibile mettere in discussione è il numero di lavori imballati che nei giorni di fiera lasciano l’edificio. Le vendite, il grande tabù di ogni fiera, un dato così difficile da reperire che in confronto i dossier dei nostri servizi segreti sono documenti di dominio pubblico, sembrano essere molto positive. Stiamo parlando di lavori artistici di una fascia di costo compresa tra gli 8.000€ e meno di 1.000€, quindi opere accessibili a un pubblico più ampio rispetto a quello delle fiere maggiori.

Quello che apprezzo di Manuela e Laura è la loro voglia di creare qualcosa di diverso rispetto alla solita organizzazione fieristica, curando anche la comunicazione. Quest’anno la campagna pubblicitaria è stata firmata dall’artista Rooy Charlie Lana, partendo da una serie che parla di identità, di corpo come atto performativo, di desideri nascosti, scattata proprio nei bagni del Superstudio Maxi. Il tema del suo lavoro è il cruising, conosciuto anche con il nome di battuage, termine utilizzato per indicare degli incontri (nella maggior parte dei casi omosessuali) che si svolgono negli spazi all’aperto o in luoghi pubblici, diventando dei teatri delle passioni più nascoste. Il Cruising come concetto identificativo per la comunicazione di una fiera d’arte? Una bella sfida, che ne dite?

(un)fair 2024

Tra gli obiettivi della fiera c’è anche quello di stimolare il proprio pubblico attraverso sezioni e progetti sperimentali, oltre a una serie di talk e laboratori per grandi e piccini. Quest’anno (un)fair ha presentato una ricca offerta di sezioni speciali e percorsi innovativi. Infatti, erano presenti opere di new media e new generation artists una selezione di gallerie e iniziative sulle nuove tecnologie e nuovi linguaggi del contemporaneo, a cura di Luisa Ausenda. Inoltre, la fiera si è aperta anche al design con le sezioni contemporary craft e collectible design a cura di Riccardo Sorani di Esh Gallery.

Il desiderio, che era il tema di quest’edizione, ad (un)fair ha trovato anche una declinazione adults only con Erotika III di ClitSplash, collettivo femminista nato a Cuba che parla di liberazione e che vuole fornire al pubblico una diversità di prospettive nell’ambito sessualità attraverso azioni nel metaverso.

In fine, Dialoghi empatici, il programma di arti performative, che ho avuto il piacere di curare e con il quale ho coinvolto gli artisti Ludovico Colombo, plurale, Martina Rota e Chiara Ventura.
Per tre giorni una serie di performance hanno riempito gli spazi della fiera coinvolgendo il pubblico con l’obiettivo di penetrare nella profondità delle relazioni umane. Alla base di tutto c’era l’empatia, che è stato l’elemento di unione delle quattro ricerche artistiche, ma anche il verbo narrante e invisibile di tutti questi lavori.

Creare una fiera con un programma così ricco e ampio, rispettando il lavoro di tutti, rimborsando e pagando tutti i professionisti coinvolti, oltre che contribuire alla creazione di un nuovo (e più ampio) pubblico all’arte contemporanea, sembrano banalità, ma per questo nostro mondo dell’arte non lo sono. Quindi, sono veramente felice di aver avuto l’opportunità di lavorare a questo progetto e sono felice anche di parlarne a voi, perché è un esempio positivo che ci deve far riflettere su come le cose dovrebbero essere fatte.

Sono caduto in una sviolinata? Quello che vi posso dire è che ho dato la mia opinione raccontandovi tutto con estrema sincerità.

Ci vediamo alla prossima uscita di SUPER FRESH!

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Alessio Vigni
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