Hong Kong: nell’anno del Drago il ritorno al mondo-globale

Cosa rende la metropoli asiatica così differente e così attraente sul piano culturale

John KC Lee, Chef Executive della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, ha dato un consiglio spassionato, terminando il suo speech al primo Summit internazionale della Cultura che ha aperto la settimana dell’arte della metropoli asiatica: Please, spend your money here!
Così ho tentato di calarmi nella parte e lasciare qualche spicciolo qua e là…perché il denaro, il commercio, gli scambi, qui rappresentano molto di più di quel che si potrebbe ascrivere alla parola “economia”: sono una ragione di esistere, il respiro del dragone.
E il dragone, the world’s leading city, come recita lo slogan degli affari ufficiali della metropoli, è tornato a ruggire dopo la morsa delle chiusure pandemiche, ritrovando – anche per quanto riguarda Art Basel – tutti i numeri pre-covid, sia in fatto di pubblico che di vendite, come rispetto alla partecipazione delle gallerie.
E se Vincenzo de Bellis, direttore generale delle quattro Art Basel e delle piattaforme espositive che fanno capo al gruppo svizzero MCH ha dichiarato che non è più la fiera che fa la città ma il contrario, possiamo affermare che Hong Kong ci stia riuscendo egregiamente – e d’altronde, con tutti i capitali presenti da queste parti non potrebbe che essere altrimenti.

Art Basel Hong Kong 2024, courtesy of Art Basel

Ma che cosa rende Hong Kong così differente e così attraente sul piano culturale? Anche in questo caso le risposte hanno a che fare con la forza degli investimenti e potremmo cominciare parlando di West Kowloon, il cultural district di 40 ettari che dalla sua apertura – nel 2021, ha portato immediatamente il Museo M+ ad essere tra i dieci più visitati al mondo.
Per chi non lo conoscesse si tratta di un progetto colossale, la cui architettura è stata firmata dallo studio svizzero Herzog & De Meuron, nato per ospitare la favolosa collezione di arte contemporanea cinese di Uli Sigg, diplomatico e uomo d’affari che in Cina, Corea del Nord e Mongolia aveva servito come Ambasciatore negli anni ’90.
L’M+ è un vero e proprio tempio dove pellegrinare per omaggiare tutta la potenza, e i potenti, dell’arte globale: non è un caso che, a proposito di forze, ci sia di mezzo la diplomazia francese che in questo periodo ha portato all’M+ – in collaborazione con la Bibliothèque Nationale de France “The Hong Kong Jockey Club Series: Noir & Blanc—A Story of Photography”; mostra didascalica, sfodera però tutti i cavalli di battaglia della migliore e più internazionale fotografia del Novecento, da Anselm Adams a Gianni Berengo Gardin, da Diane Arbus a Daido Moriyama.
Ma a West Kowloon ha aperto anche un grande teatro dedicato principalmente all’opera e alla tradizione musicale cinese – lo Xiqu Center, il Palace Museum – che ospiterà la prima mostra di Picasso in Asia, nel 2025, un’altra collaborazione francese – in questo caso con il Musée Picasso di Parigi, e la grande sala Freespace, dedicata alle arti performative, in attesa di un nuovo edificio contenente tre teatri differenti. Per chi si chiedesse se esiste un reale pubblico a fruire di tutti questi “contenitori” in quello che ai nostri occhi assomiglia a un immenso playground dove la cultura è un pretesto come un altro per investire e reinvestire denaro, diamo solo una cifra: nel 2023 sono stati 2 milioni e passa i visitatori ufficiali che hanno varcato le soglie dell’M+.

Mario Giacomelli, I Have No Hands to Caress My Face, 1961-1963, printed ca.1971. BnF, Paris ©️Mario Giacomelli Archives

E fuori dall’istituzionalità? La scena emergente l’abbiamo individuata – per quanto possibile – nella fiera collaterale Art Central, dove la maggior parte delle gallerie arriva dalla Cina continentale e i visitatori sono per la maggior parte asiatici. Il gusto generale, tra stand che offrono quasi esclusivamente pittura e disegni, si avvicina all’universo delle anime, dei fumetti, all’arte “divertente”.
Va bene anche così, del resto nella città Asia-world che profuma ancora di globalizzazione non è facile trovare strade alternative all’ufficialità delle transazioni.
L’avanguardia – volendo categorizzare – sembra un po’ avere a che fare con la mia volontà di spendere soldi laddove – girato qualche angolo rispetto agli shopping center di Causeway Bay, Admiral o Central – la lingua ufficiale diventa il cantonese e l’inglese spesso si parla solo a gesti: no credit card allowed, cash only, e chiaramente solo Hong Kong Dollars, sia che si tratti di una maglietta o di un piatto di dumplings. D’altronde il mondo degli affari non è sempre pronto a sperimentare, anzi.

LINKS
Matteo Bergamini
Torna in alto