Biennale Arte 2024: suggerimenti per un piccolo tour

In un mondo dove guerre, fascismo, violenze e razzismo sembrano essere le premesse per il nostro futuro, La Biennale diventa il luogo dove si celebra la diversità

Venezia nei giorni di pre-apertura della Biennale Arte si riempie di un pubblico un po’ diverso rispetto alle orde di turisti a cui siamo abituati durante tutto l’anno. Sono donne e uomini, principalmente con un accento non italiano, vestiti di tutto punto e sempre pronti a spostarsi da un evento all’altro. Questa mia visita alla Biennale inizia sul vaporetto n.1, che per chi non sa di cosa stia parlando, si tratta di uno dei vaporetti più ampi, più lenti (per le troppe fermate che fa), ma che attraversa tutto il Canal Grande. Nonostante la sua capienza, anche lui in quei giorni si trasforma in una bagnarola ricolma di gente. È naturale che i locals, principalmente signori anziani agguerriti, inizino a lamentarsi dell’inefficienza del trasporto pubblico di Venezia. “Mi porti rispetto, che sennò la faccio scendere!” Grida il capitano del vaporetto. “Ma và in mona, cretino. Digheo a Brugnaro che sto servisio xe na vergogna” urla un vecchietto in dialetto veneziano. Qualche spinta, qualcuno che rimane sul pontile della fermata perché non c’è più posto per salire, le grida contro il povero marinaio di bordo, e via tutti in Biennale.

Per la 60. Esposizione Internazionale d’Arte è stato scelto come curatore Adriano Pedrosa, Direttore Artistico del Museu de arte de São Paulo – MASP in Brasile, un uomo di grande esperienza. Con lui questa edizione diventa la prima a essere curata da un uomo nato e residente nel Sud del mondo. Una decisione importante che si sposa perfettamente con quelli che sono gli ideali dell’esposizione di quest’anno. Il titolo è Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, tratto da una serie di opere realizzate dal collettivo Claire Fontaine a partire dal 2004: sculture al neon di diversi colori che riportano l’espressione Stranieri ovunque” in più lingue, espressione a sua volta ripresa dal nome di un collettivo torinese che nei primi anni Duemila combatteva il razzismo e la xenofobia in Italia: Stranieri Ovunque. Una frase dal grande valore simbolico e politico, e che può assumere diversi significati. In primo luogo, c’è l’idea che, ovunque si vada e ovunque ci si trovi, si incontreranno sempre degli stranieri: sono/siamo ovunque. In secondo luogo, indipendentemente dal luogo in cui ci si trova, in realtà e nel profondo si è sempre stranieri.

Quando si usa la parola straniero, ci si ricollega sempre alla sua etimologia, ovvero “strano”, “colui che è diverso perché viene da un luogo lontano” o “perché è diverso da noi stessi”. Con questa Biennale il concetto di straniero è stato ampliato fino ad arrivare ad abbracciare i componenti della comunità queer, che non a caso è una parola che aveva come significato originale proprio “strano”.

Quella di Pedrosa è una Biennale colorata, che parla e racconta la diversità: una celebrazione di tutto ciò che alcuni considerano “fuori dalla norma” (poi chi è che ha deciso i canoni di questa norma non si sa). Un progetto con un intento nobile, ma che rischia di creare nel pubblico un effetto opposto e soprattutto di perdere una nuova occasione di normalizzare qualcosa che non può (e non deve) più essere considerato extra-ordinario.  

Disobedience Archive, Ph. Marco Zorzanello

L’Esposizione di quest’anno accoglie il lavoro di 331 artisti e collettivi vissuti o che vivono in e tra 80 Paesi, e coinvolge artisti che sono considerati stranieri, immigrati, espatriati, diasporici, esiliati o rifugiati. L’allestimento è impeccabile alla vista, tutto risulta ben curato e ordinato, quasi da sembrare di stare dentro un Museo. Non ci sono colpi di scena particolari. Se altre Biennali ci avevano abituato a progetti coraggiosi e divisivi, quella di Pedrosa è un compito ben eseguito, ma senza grandi spinte di creatività. Passeggiando negli spazi dell’Arsenale e del Padiglione Centrale ci si accorge che la pittura ne fa da padrona. Resta da chiedersi se nel presente, nel mondo dell’arte contemporanea di oggi, è ancora la pittura ad avere una posizione privilegiata rispetto alle altre tecniche? Credo sia giusto interrogarsi su questo aspetto, anche alla luce dell’arrivo delle nuove tecnologie in questo panorama.

Per visitare tutta la Biennale con grande attenzione ci vuole molto tempo, proprio per la mole di informazioni e nomi che si incontrano in quegli spazi. Così, ho pensato di farvi un percorso con alcune tappe che non possono essere perse.

Iniziamo!

Corderie dell’Arsenale
Una delle prime cose che colpisce è sicuramente Disobedience Archive, un archivio video, installato come un moderno zootropio, dedicato al rapporto tra pratiche artistiche e azione politica. Uno spazio che ti accoglie e che a prima vista può sembrare caotico. Tuttavia, grazie ai diffusori di suono posizionati sopra la testa ogni video riesce a mantenere la sua autonomia. Già presentato quindici volte in diversi Paesi, questa volta il progetto propone due nuove macrosezioni che comprendono quaranta film: Diaspora Activism che affronta i processi migratori transnazionali, e Gender Disobedience che mostra il legame tra l’attivismo anticapitalista e i movimenti LGBTQ+ emersi a livello globale.
Da citare è anche la sezione Italiani Ovunque del Nucleo Storico. Per lo più opere pittoriche esposte sulle curiose strutture architettoniche di Lina Bo Bardi, che ne rivelano anche la parte posteriore. Sono lavori di artisti italiani che sono emigrati per cause politiche o economiche in altri Paesi del mondo e che ancora oggi restano in gran parte sconosciuti. Un ottimo tentativo di pagare un debito con la storia di questi grandi maestri e maestre. Sicuramente da citare sono anche i video di Ahmed Umar e di Ana Segovia.

Padiglione Italia
Prima di passare ai Giardini e ai Padiglioni Nazionali, una tappa obbligata è il Padiglione Italia.
Anche per questa edizione si è scelto un solo artista, Massimo Bartolini e un solo curatore Luca Cerizza. Il titolo del Padiglione è Due qui / To Hear, una traduzione apparentemente sbagliata, “Two here” (due qui) e “To hear” (sentire/udire), che vuole suggerire l’obiettivo di quel progetto: l’ascolto, il “tendere l’orecchio” come forma di azione verso l’altro. Un Padiglione composto da tre momenti che creano un viaggio introspettivo e meditativo. Tanti i pareri positivi, anche se non sono mancate le critiche. Dopo aver visitato il Padiglione mi sorge però una domanda: abbiamo ancora bisogno di progetti di questo tipo che parlino di tutto e di niente allo stesso tempo? Nel momento storico che stiamo vivendo, sia fuori che dentro il territorio nazionale, siamo sicuri di avere bisogno ancora di progetti di questo tipo o forse sarebbe stata l’occasione per toccare più da vicino la prosa del nostro presente? Un padiglione da vedere sicuramente per farsi un’opinione, ma (a mio parere) non una tappa imperdibile di questa Biennale.

Padiglione Italia, DUE QUI / TO HEAR, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, Ph. Andrea Avezzù, Courtesy: La Biennale di Venezia

Padiglione Australia
Se c’è una cosa in questa Biennale che mette tutti d’accordo è sicuramente la vittoria del premio di miglior Padiglione nazionale da parte dell’Australia. Archie Moore è l’artista aborigeno scelto per questo spazio e che ha deciso di portare avanti un progetto concreto che riflette sulla colonizzazione inglese delle terre australiane e le conseguenze devastati che ha provocato. Su una parete nera Moore traccia a mano – con un gesso bianco – un albero genealogico ripercorrendo 65.000 anni di storia. Un disegno commovente che riempie lo spazio con una ramificazione apparentemente silenziosa, ma dal valore simbolico detonante. Al centro del Padiglione, invece, è stato posizionato un enorme tavolo con un’installazione di documenti ufficiali che testimoniano le violenze e i soprusi subiti dagli indigeni australiani.

Padiglione Svizzera
Ci si diverte nel Padiglione Svizzera, ma si riflette anche molto. Guerreiro do Divino Amor, artista svizzero-brasiliano, mette in discussione sia la Svizzera che l’Europa stessa, toccando con mano anche la cultura del nostro Bel paese. Superior Civilizations è questo il titolo del suo Padiglione che, con ironia, autocritica e con toni che vanno oltre il kitsch, critica una cultura Europea che si è basata per secoli su sfruttamenti coloniali e pratiche violente. Capire dove le nostre culture affondano le radici è un processo di consapevolezza necessaria per ampliare le nostre prospettive future. Guerreiro do Divino Amor, riesce perfettamente in questa sua missione e lo fa rimanendo fedele alla sua cifra stilistica. Sarebbe stato bello vedere qualcosa di simile al suo lavoro, intitolato Roma Talismano, nel Padiglione Italia, solo per vedere le facce di qualche nostro politico in fissa con revisionismi storici imbarazzanti.

Padiglione Israele
E se fosse una performance? Non sarebbe potuta riuscire meglio.
All’esterno di quell’edificio ci sono solo militari con armi e giubbotti antiproiettile. Le porte sono chiuse e nessuno può entrare al suo interno. Una scelta importante quella dell’artista e dei curatori di questo padiglione che hanno deciso di non aprire al pubblico in segno di protesta contro le azioni violente del governo di Benjamin Netanyahu. “L’artista e i curatori del padiglione israeliano apriranno la mostra quando sarà raggiunto un accordo per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi.” Recita così il manifesto affisso sulla vetrata della struttura. Un padiglione che avrebbe dovuto parlare di vita e maternità, ma che ancora una volta si ritrova a parlare di violenza reale.

Padiglione Polonia
Il Padiglione Polonia accoglie al suo interno l’esperienza della guerra ucraina. Il collettivo scelto (anch’esso ucraino) è Open Group, che ha proposto l’opera video Repeat After Me II. Sullo schermo vediamo i profughi dell’Ucraina orientale che condividono la loro esperienza dei suoni della guerra, suoni a cui negli ultimi hanno sono stati costretti ad abituarsi. Nel video questi rumori diventano testo e si trasformano in sottotitoli per un karaoke drammatico. Davanti allo schermo ci sono alcuni microfoni che invitano lo spettatore a ripetere rumori di spari, missili ed esplosioni, un’azione pratica capace di avvicinarsi al dramma di quella popolazione.

Padiglione Australia, kith and kin, 60th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia, ph. Matteo de Mayda, Courtesy: La Biennale di Venezia

Oltre a questa piccola selezione di tappe imperdibili possono essere citati anche i padiglioni di Francia, Egitto, Germania e Paesi Bassi. Come ogni anno, però, la Biennale non si esaurisce negli spazi dei Giardini e dell’Arsenale, ma anche in città si possono trovare tanti altri padiglioni nazionali interessanti e mostre imperdibili che dovranno essere approfondite.

Quindi? Giudizio complessivo su questa Biennale? Come ogni anno, sarete voi a farvelo una volta che l’avrete visitata.

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Alessio Vigni
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