Eva Jospin: smarriti in una foresta monumentale, tra natura e artificio

Al Museo Fortuny, l’artista francese Eva Jospin racconta l’altrove in una Selva

[…] è proprio questa la sensazione che prevale: di poter continuare a camminare all’infinito senza giungere da nessuna parte, oppure in luoghi mai nemmeno immaginati, nascosti. La meraviglia ti aspetta dietro ogni angolo, in fondo a ogni vicolo. Luther Blissett, Q

Perdersi a Venezia è un incanto e una fortuna. Certo, se non si è mossi da urgenze, appuntamenti, se non si devono seguire quaranta opening contemporaneamente nella settimana di Biennale.

Se l’occasione lo consente, lasciarsi guidare e incanalare nella città da palazzi, architetture, dalle acque, dai ritagli di cielo, dalla pietra, è l’esperienza che chiunque, visitatore e abitante, dovrebbe poter fare. Con questo spirito di fiducia nei piedi, avventurarsi e lasciarsi sorprendere da apparizioni come quelle a Palazzo Pesaro Orfei – oggi Museo Fortuny – è quanto di più mistico, purificatorio e perturbante si possa vivere.

Il museo conserva oggi, nel suo allestimento permanente, una narrazione ammaliante della vita, delle opere, delle idee, della creatività smisurata di Mariano Fortuny, un Leonardo da Vinci del Novecento, della compagna di vita e di lavoro Henriette Negrin, nella loro casa/atelier/fabbrica.

Ogni angolo parla di studio minuzioso, di sperimentazione, di manipolazione materiale, di prove, di mani e menti al lavoro. Nella creazione, disegni di abiti e tessuti, nell’interpretazione della macchina scenica e scenografica. Una fonte inesauribile di invenzione che non smette di sorprendere e ispirare anche gli autori contemporanei.

Eva Jospin, Courtesy Fondazione Musei Civici Venezia

Con questo spirito ha fatto il suo ingresso, misteriosa e silenziosa, nel portego del museo la Selva dell’artista francese Eva Jospin (Parigi, 1975): la grande installazione realizzata in cartone, fibre tessili e vegetali dalla doppia faccia, un varco-bosco con alberi in carta e fibra di cellulosa da un lato, nel mezzo del cammin di nostra vita; un portale-monumento con serliana, omaggio allo stile veneziano del XVI secolo nel versante opposto. Una struttura austera e luminosa che, una volta percorsa, dà la sensazione di perdere ogni cognizione di tempo e spazio, di trovarsi in un “altrove” indefinito e disorientante.  

Il fulcro dell’installazione è una Galleria: un passaggio ad arco con soffitto a cassettoni in stile rinascimentale dove nelle pareti all’interno, come nello studiolo del Duca di Montefeltro, trovano posto una sequenza di pannelli in legno, cartone e collage alternati a disegni che raffigurano delle vedute. Fantasmi di architetture rinascimentali, barocche e classiche, capricci, rovine e fontane, elementi di ville patrizie e dimore storiche, di edifici religiosi. Pur facendo riferimento a elementi della quotidianità, evocano un mondo lontano, fiabesco, quasi mistico come quello delle atmosfere simboliste e nabis. È teatro, finzione, scenografia pura, proprio come quella di Fortuny.

Il dialogo ideale trova compiutezza nell’attitudine manifestata dai due interpreti a confrontarsi, ciascuno a modo proprio, anche con ambiti espressivi alternativi, oltre che uno spiccato gusto per la sapienza manuale e l’artigianalità espressa nel lavoro su tessuti e nel ricamo. Come per l’artista catalano, a guidare la ricerca è lo studio del passato ed evocazione continua della tecnica, dello stile, delle atmosfere. Un dialogo chiaro nel Nymphées, dove i due pannelli ai lati della serliana, dipinti a trompe-l’oeil di soggetto agreste fanno eco a quelli eseguiti da Fortuny per il celebre Giardino d’inverno al primo piano del museo; nei grandi quadri in seta ricamati, paesaggi arcaici virati cromaticamente nei toni delle terre e vegetali.

Courtesy the artist and GALLERIA CONTINUA Photos by Benoît Fougeirol. © ADAGP, Paris

La Selva di Jospin è un compendio delle ispirazioni dell’artista, alcune di queste, profondamente legate ai suoi viaggi in Italia, che compie sin da bambina con la famiglia.

Una dimensione dal sogno infantile in cui è ancora facile riconoscersi; è da bambini perdersi e ritrovarsi in questo labirinto di percezione, credere sia un gioco, voler toccare ogni singolo elemento di cartone (non fatelo) frutto di un fine intaglio, di un complesso assemblaggio e di incastri. Un numero quasi infinito di pezzi, oltre quaranta casse di materiale arrivate da Parigi da ricostruire sul posto: un’operazione che chiede pazienza, manualità, ingegno e, allo stesso tempo, un lavoro di grande fisicità. È come avventurarsi nella costruzione di un grande puzzle: si aggiungono pezzi a una struttura di base, che Jospin toglie, cancella in alcune porzioni, compone e ricompone. Una questione anche di tempo. Ne serve molto, ne servirebbe di più: mesi, anni, un tempo di studio, di azione, di pentimenti come quello che avevano gli artisti del passato e che agli autori moderni, tra mostre, biennali, fiere, non potranno mai più avere.

Indispensabili note organizzative: a portare nel Museo di Mariano Fortuny Jospin, con i Musei Civici di Venezia, la curatela di Chiara Squarcina e Pier Paolo Pancotto, fino al 24 novembre, sono stati Galleria Continua, che rappresenta l’artista dal 2023, e sponsor del calibro di Dior. Perché en petit peu di glamour non si nega a nessuno. Nemmeno nel mezzo della selva oscura.

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Chiara Vedovetto
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