Jeffrey Gibson al Padiglione USA

The Space in Which to Place Me. Il primo artista indigeno a rappresentare gli Stati Uniti con una mostra personale alla Biennale di Venezia

L’altro giorno stavo ascoltando l’ultimo disco della regina della musica Beyoncé e il titolo Cowboy Carter mi è tornato in mente mentre visitavo il Padiglione degli Stati Uniti in questa Biennale Arte 2024. La mostra multidisciplinare di Jeffrey Gibson, artista noto per il suo linguaggio visivo ibrido che incarna la convergenza di storia americana, indigena e queer, di cose me ne ha fatte pensare molte insieme alla musica. Ma iniziamo dal principio: mentre me ne andavo a spasso per la Biennale ai Giardini mi sono imbattuto nel Padiglione USA che – tutto colorato! – fa il suo bell’impatto, e decido di entrarci. Con il titolo The space in which to place me, Gibson esplora l’identità individuale e collettiva e le forze che ne plasmano la percezione attraverso una serie di opere che abbracciano sculture, dipinti multimediali, dipinti su carta e video.

Installation view of the space in which to place me (Jeffrey Gibson’s exhibition for the United States Pavilion, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia), Photograph by Timothy Schenck

La mostra è una collaborazione tra il Portland Art Museum dell’Oregon e il SITE Santa Fe nel New Mexico, con la guida dei commissari Louis Grachos e Kathleen Ash-Milby del SITE Santa Fe e Abigail Winograd, curatrice indipendente. È curata da Kathleen Ash-Milby, la prima curatrice nativa americana a organizzare una mostra del Padiglione degli Stati Uniti.

Ma torniamo al nostro eroe del giorno come l’ho soprannominato io in questa giornata così apatica: Gibson, membro della Mississippi Band of Choctaw Indians con origini Cherokee, è il primo artista indigeno a rappresentare gli Stati Uniti con una mostra personale alla Biennale di Venezia. The space in which to place me esplora le storie indigene nel contesto americano e internazionale, ampliando la gamma dei materiali e delle forme che Gibson ha utilizzato nel corso dei suoi vent’anni di carriera artistica. Si parla di tanto colore nel Padiglione ma anche di tantissimo contenuto, cose che basta riscontrare in una breve ricerca online per capire quanto l’artista prenda seriamente il fare arte.

Il titolo della mostra si ispira alla poesia di Ȟe Sápadi Layli Long Soldier, poetessa Oglala Lakota, e rispecchia la riflessione di Gibson sulla fisicità dell’appartenenza e sull’interconnessione tra passato, presente e futuro. Attraverso un approccio multidisciplinare, Gibson utilizza il testo di documenti americani fondanti, come la Dichiarazione d’Indipendenza e gli emendamenti costituzionali, insieme a elementi di musica, moda e riflessione teorica, per invitare gli spettatori a esaminare il passato mentre osservano il presente.

La scultura monumentale site-specific nel cortile del padiglione è un invito dell’artista al pubblico: interagire e riflettere sul tema dell’appartenenza è il tema di questa opera (e mi verrebbe da ampliare l’invito a tutto il padiglione). All’interno, i visitatori incontrano una serie di opere che abbracciano la storia e la cultura indigene americane, dall’abolizione della schiavitù alla lotta per i diritti civili e alla celebrazione della diversità. Gibson con le sue opere e il suo percorso artistico esplora temi di identità, libertà e uguaglianza, invitando il pubblico a riflettere sul proprio ruolo nella costruzione di un futuro più inclusivo e consapevole delle sue radici storiche.

Installation view of the space in which to place me (Jeffrey Gibson’s exhibition for the United States Pavilion, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia). Photograph by Timothy Schenck

Parallelamente alla mostra, il Padiglione degli Stati Uniti ha organizzato una serie di programmi educativi in collaborazione con l’Institute of American Indian Arts e il Bard College, offrendo agli studenti l’opportunità di approfondire le tematiche affrontate nella mostra e di incontrare direttamente l’artista. Un appuntamento assolutamente da non perdere. The space in which to place me di Jeffrey Gibson al Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia rappresenta un’importante testimonianza dell’arte contemporanea indigena americana e invita tutti noi a riflettere sulle complesse dinamiche di identità e appartenenza nel mondo in cui viviamo.

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Francesco Liggieri
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