Christo e Jeanne-Claude attraverso le parole di Lorenza Giovanelli

Sono passati quattro anni dalla scomparsa del grande artista Christo che, insieme alla moglie Jeanne-Claude, verrà ricordato per le maestose opere monumentali temporanee che ha realizzato in ogni parte del mondo e che non possono essere dimenticate. Quando un artista di questo calibro viene a mancare, è naturale chiedersi cosa ne sarà del suo patrimonio, delle sue opere, del suo archivio. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con Lorenza Giovanelli, che fa parte del Consiglio di Amministrazione della Christo and Jeanne-Claude Foundation, impegnata a promuovere la conoscenza e l’apprezzamento del pubblico per la vita, il lavoro pionieristico e l’influenza artistica e culturale della coppia di artisti. Bresciana, classe 1990, nel 2016 ha preso parte a “The Floating Piers” come Office Manager per poi stabilirsi a New York per lavorare nello studio di Christo e Jeanne-Claude come Exhibitions and Collection Manager.

Christo Vladimirov Javacheff e Jeanne-Claude Denat de Guillebon, per tutti “Christo e Jeanne-Claude", sono mancati rispettivamente nel 2020 e nel 2009. Qual è l’eredità più grande che hanno lasciato?

Christo e Jeanne-Claude hanno destabilizzato il mondo dell’arte, sfidando alcune delle convenzioni più solide. Privi di pregiudizi e del timore di essere emarginati, hanno trasformato radicalmente il modo in cui concepiamo e interpretiamo l’arte. Con la loro vita e il loro lavoro hanno saputo celebrare l’essenza della libertà di pensiero e di espressione. I loro progetti sono diventati simbolo di un’arte pubblica, profondamente democratica e inclusiva. Realizzati al di fuori degli ambienti istituzionali, hanno reso l’arte accessibile a tutti, indipendentemente dall’origine culturale o dallo status sociale, liberando gli spettatori dal fardello del giudizio critico sentito come obbligo e dovere quasi morali. La loro capacità di pensare in modo non convenzionale, fuori da ogni schema, di trasformare le sfide in opportunità, la loro costante curiosità nei confronti del mondo, e l’umiltà di sapersi affidare alle mani di esperti per la realizzazione delle loro installazioni, liberandosi dello stereotipo dell’artista demiurgo chiuso nella torre d’avorio del suo studio, li ha resi veri pionieri della contemporaneità. L’eredità che ci hanno lasciato è quella del coraggio nel perseguire idee audaci, della continua apertura al nuovo e della fiducia nel futuro, accogliendo i cambiamenti con rinnovata energia. Usando il mondo come una tela e la realtà come una tavolozza di colori, ci hanno insegnato a guardare andando oltre il semplice vedere e reso sensibili alla bellezza nella sua forma più pura e gioiosa. Christo e Jeanne-Claude ci hanno lasciato in eredità un nuovo Umanismo libero, in cui la fiducia nell’uomo e nelle sue capacità abbraccia la sensibilità di navigare le epoche e il tempo che passa, abbracciando il cambiamento, rendendolo una fonte d’ispirazione.

California, 1976. Christo e Jeanne-Claude al "Running Fence". Photo: Wolfgang Volz Copyright: Christo and Jeanne-Claude Foundation
Su cosa si concentra oggi il lavoro della Christo and Jeanne-Claude Foundation e quali sono i suoi obiettivi?

La fondazione è ancora nelle sue fasi iniziali di sviluppo. Attualmente ci troviamo nella fase che Christo avrebbe definito “periodo software”. Il nostro consiglio di amministrazione è stato costituito solo alcuni mesi fa e da allora ci siamo subito dedicati a identificare le priorità del nostro programma. Le chiare indicazioni lasciate da Christo stanno guidando il nostro processo di pianificazione: il suo principale desiderio era rendere la sua arte il più accessibile possibile, stimolando la curiosità del pubblico. Attraverso un programma attivo di mostre e donazioni a collezioni pubbliche e private, vogliamo assicurarci che l’arte di Christo e Jeanne-Claude continui a essere fonte di ispirazione per le generazioni future. La catalogazione dell’archivio è una delle nostre priorità, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. La digitalizzazione e la gestione integrata dell’archivio e della collezione sono fondamentali per rendere i processi più accessibili e fluidi. Entro i prossimi cinque anni, vorremmo anche iniziare a riflettere sul catalogo ragionato e sul futuro della nostra sede, il palazzo che è stato la casa-studio di Christo e Jeanne-Claude dal 1964. Infine, in linea con il desiderio di Christo di portare a termine i due progetti rimasti incompiuti alla sua morte, ci stiamo impegnando nello sviluppo di The Mastaba, l’unico progetto permanente concepito da lui e Jeanne-Claude nel 1977.

Da quanto materiale è composto l’archivio dei due artisti?

Si tratta di materiale eterogeneo che include anche documentazione fotografica, film e video. Entro i prossimi due anni prevediamo di riuscire a completare la catalogazione e avviare una digitalizzazione parziale. Il nostro obiettivo è quello di rendere l’archivio il più accessibile possibile in modo da alimentare la ricerca e lo studio dell’opera di Christo e Jeanne-Claude, pertanto in futuro vorremmo poter essere in grado di gestire la consultazione online, facilitando l’accesso alla collezione da remoto come la maggior parte delle istituzioni americane.

New York, primavera 2020. Lo studio di Christo al quinto piano di 48 Howard Street, rimasto immutato da quando lui e Jeanne-Claude si trasferirono lì nel 1964. Photo: Anastas Petkov Copyright: Christo and Jeanne-Claude Foundation and Anastas Petkov
Qual è il progetto che Christo non è riuscito a realizzare a cui teneva particolarmente?

Ogni progetto è plasmato dalle circostanze e dal contesto del suo tempo. Christo ha sempre dichiarato che né lui né Jeanne-Claude hanno mai nutrito rimpianti per i progetti rimasti irrealizzati. Non hanno mai considerato la mancata realizzazione di un progetto come un fallimento, ma piuttosto come uno stimolo aggiuntivo per sviluppare nuove idee in nuove location. Personalmente, forse l’unico progetto che credo sia stato particolarmente difficile abbandonare sia stato Over The River, concepito per l’Arkansas River in Colorado e cancellato nel 2017. Dopo quasi tre decenni di impegno e ingenti risorse investite, Christo ha deciso di ritirarsi dal “campo di battaglia” per concentrarsi su altri progetti.

Christo, Over The River (progetto per Arkansas River, Colorado), 2010, National Gallery of Art, Washington, D.C., USA, Gift of the artist. Photo: André Grossmann. Copyright: Christo and Jeanne-Claude Foundation
Ho letto che la sede della Fondazione è al numero 48 di Howard Street a Soho, dove per 50 anni i due artisti hanno vissuto e lavorato. Qual è la particolarità di questo edificio? C’è un motivo specifico per cui hanno scelto proprio questa zona di New York?

48 Howard, come lo chiamiamo noi, non è un semplice indirizzo. È un microcosmo costruito per sedimenti. Come un organismo vivente (così Christo descriveva anche i suoi stessi progetti) è cresciuto, maturato e invecchiato insieme ai suoi creatori. Anche gli oggetti che popolano la casa e lo studio ne hanno assorbito le personalità e ne hanno imparato il linguaggio. 48 Howard è un ritratto fedelissimo, una forma di archeologia umana, condotta attraverso l’esperienza di uno spazio che incarna la perfezione assoluta del sincretismo creativo. Un’esistenza quasi simbiotica di contenuto e contenitore, il cui intimo rapporto non genera semplicemente una raccolta di souvenir del passato, ma scrive le pagine di una storia mai raccontata. 48 Howard è Christo e Jeanne-Claude, qui tutto parla di loro. Ogni oggetto ha una storia, una memoria.
Oggi Historic District, SoHo è una delle aree più vivaci di New York, è il quartiere dove tutti vogliono vivere, ma mezzo secolo fa qui non si vedeva anima viva e i marciapiedi non erano nemmeno illuminati di notte. Forse è per questo e per la presenza di numerosi edifici industriali vacanti, che SoHo negli anni ‘60 iniziò ad attirare molti artisti, di cui tanti erano stranieri, che cercavano spazi da adibire a studio e abitazione. Alcuni dei palazzi, incluso il nostro, hanno conservato ancora la placca A.I.R. (artist in residence). Christo e Jeanne-Claude erano appunto tra quegli artisti squattrinati che temporaneamente domiciliati al celebre Chelsea Hotel, dedicavano ogni momento libero alla ricerca di uno spazio economico che avesse le caratteristiche più adatte alle loro esigenze. L’amicizia con Claes e Patricia Oldenburg si rivelò fondamentale essendo 48 Howard stata precedentemente la sede dello studio di Claes fino ai primi mesi del 1964. Sapendo che i due piani superiori del palazzo erano ancora disponibili e molto economici ($ 70), Claes suggerì a Christo e Jeanne-Claude di andare a parlare con il proprietario, il signor Rosenbaum, costruttore di tetti, per negoziare l’affitto.
La trattativa andò a buon fine e in pochi giorni Christo, Jeanne-Claude e il figlio Cyril si trasferivano nella nuova casa-studio dove avrebbero costruito ogni cosa, dai muri agli arredi, grazie anche all’aiuto occasionale di amici artisti come Philip Glass o Gordon Matta-Clark.
Nel giro di una decina d’anni, grazie alla generosità di Rosenbaum che gli garantì una sorta di mutuo, Christo e Jeanne-Claude divennero proprietari dell’intero palazzo, trasformandolo nel quartiere generale delle loro imprese artistiche.

New York, 1954. Christo e Jeanne-Claude nella loro casa di SoHo con il loro bene più prezioso, una poltrona Gerrit Rietveld firmata del 1919. Photo: Ugo Mulas Copyright: Christo and Jeanne-Claude Foundation and Ugo Mulas Heirs
Qual era rapporto di Christo e Jeanne-Claude con la città? La sentivano davvero come la loro casa?

Quando a Jeanne-Claude veniva chiesto dove si stessero per trasferire poco prima di partire dalla Francia, rispondeva sempre “a Manhattan, New York City”. New York stava rapidamente diventando la nuova capitale globale dell’arte contemporanea ed era la città dove ogni artista desiderava vivere e lavorare.
New York è stata fin dall’inizio fonte di grande fascinazione e profonda ispirazione per Christo. La libertà e la modernità a cui aveva sempre anelato non erano più finalmente un desiderio, ma una realtà. A New York Christo e Jeanne-Claude poterono essere in un certo senso se stessi. La scala gigante, l’architettura d’avanguardia, la multiculturalità, il dinamismo, la frenesia, hanno inciso in maniera indelebile sulla loro pratica artistica.
È con il trasferimento a New York che Christo inizia a espandere i confini della sua immaginazione e a pensare su grande scala. Christo ha sempre detto che New York era l’unico luogo dove era in grado di creare. Mi ha sempre confessato che non avrebbe potuto mai vivere altrove, perché l’energia di New York, così unica al mondo, è come una fiamma che non smette mai di ardere. Iper stimolante, mai uguale a stessa, in costante metamorfosi: questa è New York.
Credo che nonostante la parola “casa” comparisse raramente nel suo vocabolario di “perenne “ètranger”, il modo in cui descriveva New York la qualifichi come tale.

Christo e Jeanne-Claude erano un duo di artisti che possiamo definire “alla pari”: non rappresentavano il solito cliché dell’artista e della sua musa, ma due artisti che hanno unito le loro forze. Hai avuto modo di lavorare solo con Christo, quanto sentiva la mancanza della sua metà (professionale e personale) nella realizzazione dei progetti?

Christo e Jeanne-Claude sono il perfetto esempio di quello che oggi viene definito una power couple. Complementari ma a tratti diametralmente opposti, sono riusciti a vivere sempre usando il pronome “noi”.
Purtroppo non ho avuto il privilegio di conoscere personalmente Jeanne-Claude, ma ho avuto l’opportunità di farlo attraverso le parole e i ricordi di Christo e dei loro collaboratori e amici più stretti (la cosiddetta “working family”). Personalità esplosiva, grande pianificatrice, negoziatrice, oratrice eccellente, dotata di eleganza, umorismo, ironia sottile e grande savoir fair, Jeanne-Claude è stata per decenni il pilastro portante di Howard street. Christo sentiva la sua mancanza ogni giorno. Difficile anche solo pensare il contrario dopo quasi cinquant’anni trascorsi in vera e propria simbiosi.
Christo non ha mai smesso di usare il pronome “noi” parlando dei loro progetti, non ha mai smesso di chiedersi che cosa lei avrebbe fatto o detto. Non ha mai smesso di spruzzare il suo profumo per casa per sentirne la presenza. Non ha mai tolto i suoi vestiti dal loro armadio condiviso.
Ma nonostante il grande vuoto incolmabile, lui ha mantenuto fede alla promessa che si erano fatti: continuare a lavorare, creando bellezza, portando gioia nel mondo, in un inno all’amore e alla vita.

Tra i maestosi progetti che hanno realizzato, non possiamo non ricordare “The Floating Piers” sul Lago d’Iseo nel 2016. Com’è stato lavorare a quel progetto?

Citando una famosa commedia inglese: “surreale, ma bello”. Scherzi a parte, The Floating Piers è stata l’esperienza che mi ha decisamente cambiato la vita.
Non posso negare il timore che ho provato nel vedermi investita di così tante responsabilità. Io, una neolaureata in storia dell’arte alle armi con il suo primo vero lavoro che si ritrova a lavorare per uno dei progetti del duo di artisti di cui aveva scritto un breve saggio in quinta elementare, letto ad alta voce in classe suscitando l’ilarità di una ventina di bambini a causa del nome di lui e dei capelli rossi fuoco di lei. È stata una sfida, anche se soprattutto con me stessa. È stato emozionante, in tutti i sensi. Penso non aver mai provato così tante emozioni tutte insieme in vita mia. Mi ricordo ancora la mattina che abbiamo preso la chiatta subito dopo l’apertura: tutti mi hanno guardata e insieme hanno detto “we dididit!” [ho poi imparato essere un modo scherzoso per dire “ce l’abbiamo fatta!”]. È allora che ho capito che ero stata adottata dalla working family.

Christo and Jeanne-Claude, "The Floating Piers", Lago d'Iseo, Italia, 2014-16. Photo: Wolfgang Volz Copyright: Christo and Jeanne-Claude Foundation
Christo è mancato a 84 anni: quanto tempo dedicava alla sua età al lavoro? Me lo sono sempre immaginata come un artista che non smetteva mai di pensare e progettare, è così?

Se avessi fatto questa domanda a Christo ti avrebbe risposto esattamente così: “My dear, I work like a donkey because I need money to build our projects!”. Che lavorava fino a 16 ore al giorno nel suo studio, senza sedersi, mangiando poco e muovendosi molto è vero, non è leggenda. Ma Christo non ha mai smesso di amare nemmeno per una frazione di secondo quello che faceva. “I love to draw”, diceva. Era il disegno la forma espressiva attraverso cui comunicava e con cui cristallizzava sulla carta le sue visioni. L’entusiasmo con cui impugnava matite e pennelli derivava dalla consapevolezza che presto quelle linee e quelle macchie di colore sarebbero diventate reali. E tuttavia, ogni volta, davanti ad un progetto finito, manifestava lo stupore di un bambino che vede qualcosa per la prima volta perché malgrado il disegno avesse previsto nel dettaglio la forma, i volumi, il colore di un progetto, la realtà con le sue mille e imprevedibili variabili, si rivelava ogni volta al di sopra delle sue stesse aspettative.

New York, 2012. Christo nel suo studio mentre lavora a un disegno preparatorio per "The Mastaba". Photo: Wolfgang Volz Copyright: Christo and Jeanne-Claude Foundation
C’è qualche aneddoto personale che puoi raccontare?

Ne avrei a centinaia. E ricordare ognuno di essi mi fa sorridere con il cuore. Ogni giorno passato in compagnia di Christo, lavorando CON lui e non PER lui, come amava precisare ogni volta, è stato un regalo prezioso. Gli piaceva ridere, e sapeva far ridere. Era affascinato dall’etimologia delle parole, dal funzionamento delle cose, dall’enorme potenziale della tecnologia malgrado dicesse di non essere un amante di tutto ciò era “machines”. Sorrido pensando a quante volte ha iniziato un’intervista dicendo che non gli piaceva usare il telefono, quando poi parlava per oltre un’ora senza sosta. Sorrido ricordando di come passasse al francese quando parlava di qualcosa che gli stava particolarmente a cuore. Rido tra me e me ogni tanto vedendolo fare la valigia, aggiungendo all’ultimo l’immancabile testa d’aglio per la colazione. Ho avuto la fortuna di lavorare al fianco di un artista eccezionale, ma sono stata ancora più fortunata scoprendo che al di là del genio creativo c’era un essere umano straordinario, il cui sguardo sapeva davvero andare oltre e vedere quell’essenziale che Saint-Exupéry diceva essere invisibile agli occhi.

Parigi, 3 ottobre 2021. Lorenza Giovanelli e Vladimir Yavachev, nipote di Christo, in occasione dell'ultimo giorno di "L’Arc de Triomphe, Wrapped". Photo: Sabina Christova. Copyright: Sabina Christova
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Francesca De Pra
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