Desde la Frontera a Barcellona

Al CaixaForum di Barcellona una mostra per riflettere sui confini del mondo di oggi. A cura di Mei Huang

La mostra Desde la Frontera – From the Dividing Line, che si avvale delle collezioni della MACBA e della Caixa Foundation, riunisce artisti della Catalogna, dei Paesi Baschi, della Murcia, dell’Italia, della Francia, del Libano e del Brasile. Gli artisti coinvolti sono Vanessa Beecroft, Pep Duran, Isidoro Valcárcel Medina, Asier Mendizabal, Annette Messager, Paulo Nazareth, Francesc Torres and Akram Zaatari. Tramite le loro opere, la curatrice Mei Huang vuole scandagliare il concetto di “linea di demarcazione”: i confini possono essere visibili a livello simbolico – incarnati da oggetti fisici come le bandiere -, fisicamente evidenti se pensiamo alle barriere geografiche e geopolitiche (fiumi, montagne, mari, palizzate, filo spinato), ma anche astratti e “invisibili” – legati alla religione, all’ideologia, al genere, all’orientamento sessuale.

La mostra è strutturata come un’open space che, scardinando i binari spaziali, vuole metaforicamente sciogliere le barriere geografiche e nazionaliste che creano dissidi e minano la nostra capacità empatica verso l’Altro e la volontà di guardare alla salvaguardia del pianeta e di tutti gli esseri viventi.

L’arte viene guardata come una divagazione, un intrattenimento, un gioco da ragazzi, non tanto dai potenti della terra e dai politici – che anzi, a volte, ne annusano la pericolosità – ma dalla maggioranza delle persone, che siano business manager o broker, medici, operai, operatori del settore terziario o impiegati di vario genere. Perché? Non ne viene considerato il potenziale. Eppure, se l’arte contemporanea non “salva la vita”, può perlomeno farci aprire gli occhi, e incamerare una tavola rotonda di confronto internazionale, fornendoci gli strumenti per una rivoluzione, grazie al suo “essere sopra le righe”, alla sua destrezza nel servirsi del linguaggio – in modo intellegibile dai più, anche se raramente universale – per comunicare ciò che, spesso, non si ha il coraggio di affermare in altri contesti. Con il suo sguardo, ancora occidentalizzato ma sempre più cosmopolita e inclusivo, il mondo dell’arte è animato non solo dalla pecunia ma dal desiderio di condividere opinioni, culture, visioni del futuro prossimo e remoto.

Nel suo testo critico, la curatrice cinese Mei Huang, da molti anni basata a Barcellona, sottolinea alcuni concetti: come le narrative ideologiche dettino il flusso dell’informazione, l’identità culturale e personale, senza che ne abbiamo cognizione; come i confini potrebbero essere riconfigurati, non in quanto linee di demarcazione ma quali spazi di coesistenza armoniosa di culture diverse.

L’idea di un mondo senza confini ha preso piede già nel 1989-1990 da Kenichi Ohmae nel suo libro The Borderless World: Power and Strategy in the Interlinked Economy come diretta conseguenza del libero mercato.

In cosa consistono le identità nazionali? Sono costruzioni sociali “progettate dall’uomo che dividono, artificialmente, l’umanità in gruppi che condividono origini etniche, cultura, storia, lingua e religione”, costruzioni che, se da una parte proteggono un patrimonio di tradizioni e costumi, dialetti e competenze artigianali, sempre più a rischio di essere dimenticate in un mondo globalizzato, dall’altra inaspriscono le differenze, rimarcano i due poli di “noi” e “gli altri”. Il nazionalismo esasperato condona i conflitti armati – distruttivi per i popoli ma soprattutto per l’ambiente -, l’emarginazione di chi non detiene le risorse, scatena episodi di fanatismo religioso e permette il dilagare di un’ottusa propensione verso le dittature.

Vediamo come la spartizione a tavolino dei territori – neanche fossimo coinvolti in una partita a Risiko! – non tenga conto della libertà personale dell’individuo, privato spesso dei diritti essenziali, nonché impossibilitato ad adempiere ai doveri comunitari.

L’idea di mappa mi fa pensare a una delle installazioni più toccanti della nuova Biennale di Venezia, la 60esima edizione intitolata Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere e curata da Adriano Pedrosa: The Mapping Journey Project (2008-2011) di Bouchra Khalili. L’artista chiede ad alcuni migranti di tracciare sulla cartina il percorso, travagliato e durato svariati anni, che li ha portati dal Paese d’origine al Paese di adozione o asilo.

Desde La Frontera, installation view, courtesy CaixaForum

Partendo dall’oggetto “bandiera”, Banderas rotas (Broken Flags, 2014) del brasiliano Paulo Nazareth è un’installazione che include 19 apparecchi televisivi analogici, adagiati su pallet in legno, che riprendono bandiere di diverse nazionalità, mosse dal vento. Non è l’uomo a svolgere l’azione di sventolare: il tessuto è sottoposto ai capricci degli agenti atmosferici, inoltre, mentre solitamente siamo abituati ad alzare gli occhi per vedere le bandiere sulle loro alte aste, in questo caso, possiamo decidere di ignorarle, di non abbassare lo sguardo su queste icone, spodestate dai loro piedistalli.

Anche l’artista basco Asier Mendizabal esplora il concetto di bandiera, immaginandone una grande 3,5 x 4 metri che sfoggia i colori rosso e nero. Not all that moves is red (Telón) #1 (2012) instilla perplessità. Se solitamente associamo il rosso al comunismo e il nero ai regimi fascisti-nazisti, in questo caso anche il rosso rimanda al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Il pattern a mosaico, rosso su nero, riproduce una svastica, leggermente scomposta. L’opera rievoca anche il film Rojo y negro (1942) di Carlos Arévalo che racconta di come un uomo e una donna cresciuti insieme, sviluppino poi posizioni divergenti, aderendo alternativamente alla Falange Española e al movimento anarchico Federación Anarquista Ibérica.

Passiamo al concetto di mappa. Grafismos de frontera (Grafica di confine, 2016), è un set composto da sei disegni di Isidoro Valcárcel Medina. L’artista spagnolo disegna il confine tra Spagna e Portogallo, scrivendo su carta da lucidoparole di uso comune in spagnolo e portoghese, rispettivamente con inchiostro nero e blu. Il bagaglio linguistico definisce spesso un gruppo etnico, ma essendo una convenzione artificiale utilizzata dall’uomo, può risultare una forzatura che finisce per dividere ciò che prima appariva simile e complementare.

Paulo Nazareth, Banderas Rots (Broken flags), 2014, Colección de Arte Contemporáneo Fundación ”la Caixa”

Il lavoro Nature morte (Natura morta, 2008) dell’artista libanese Akram Zaatari, nonostante risalga a 16 anni fa, risulta quanto mai delicato, spinoso e attuale, focalizzandosi sul conflitto tra Palestina e Israele. Un video di 11 minuti e 30 secondi registra due uomini, uno più anziano che prepara gli esplosivi e uno più giovane che rattoppa una giacca. Entrambi si apprestano a compiere un’operazione militare. Il video è girato in un villaggio nella regione nel sud del Libano che, alla fine degli anni Sessanta, era una base dei Fedayeen, combattenti della resistenza palestinese.

L’opera Esotro s/t (Otherone Untitled, 1999), dell’artista catalano Pep Duran, consiste in cinque abiti appesi, monocromi neri e di altri colori scuri: quattro sono ordinatamente sospesi l’uno vicino all’altro a un’estremità della parete, mentre un abito nero è stato disposto all’estremità opposta, in isolamento. Questo indumento risulta esiliato, segregato dagli altri, ghettizzato senza un motivo apparente, proprio per questo appare più fragile, vulnerabile ai capricci del Fato o di un’entità superiore, para-statale.

Arriviamo ora alle barriere invisibili. La curatrice Mei Huang afferma: “Le differenze nel colore della pelle, nella religione, nella razza, nell’ideologia, nella cultura o nella lingua possono generare sentimenti di disagio, malessere, discordia o addirittura violenza”.

Vanessa Beecroft si è ispirata a un episodio personale per la fotografia Black Virgin with Twins (2006): durante un viaggio nel Sudan meridionale, per alleviare i dolori di una mastite alle mammelle, le suore di un orfanotrofio locale le suggerirono di allattare dei piccoli senza tetto. Nonostante non fosse riuscita ad adottare i due gemelli che aveva accudito, questo ricordo rimarrà vivido nella sua mente, tanto da formare un’immagine da cui si dipana un ciclo di opere. La donna ritratta è afroamericana e la sua posizione richiama la Vergine delle pale mistiche italiane.

L’opera mette in discussione le aspettative del pubblico, legate all’iconografia cattolica e alla fissità degli attributi delle icone sacre, provocando un senso di fastidio e disagio, illuminandoci sulla difficoltà di eludere e scalfire convinzioni secolari. Il monito riguarda i pregiudizi che nutriamo quando ciò che conosciamo cambia volto, ponendoci innanzi alle sfide di un mondo globalizzato e dalle risorse esautorate. Siamo sicuri che il razzismo sia superato, che le donne abbiano gli stessi diritti (non solo sulla carta) degli uomini, che i componenti della comunità LGBTQ+ siano rispettati e che le minoranze religiose ed etniche abbiano il loro spazio di espressione, il rispetto e il supporto di cui necessitano? Siamo disposti a rinunciare a una fetta dei nostri privilegi, sacrificando alcune comodità per il bene collettivo? Siamo pronti alla missione ecologica?

Desde La Frontera, installation view, courtesy CaixaForum

Construction of the Matrix (1976), dell’artista catalano Francesc Torres, presenta un cumulo di terra con proiettata l’immagine neonatale di una creatura accovacciata. Tuttavia, se ci avviciniamo, scopriamo che quella che sembrava terra è, in realtà, una moltitudine di bossoli di proiettili esauriti. Sui due lati di questa pila vediamo due libri aperti: Il Manifesto Comunista – illuminato da una lampada da lettura con una luce più forte – e il Nuovo Testamento – sotto il getto di una luce più fioca. L’artista si interroga sulla possibilità di rinascita dopo la distruzione della guerra e il suo lascito di macerie.

Infine, Annette Messager in Jeu de deuil (Gioco del lutto, 1994) orchestra un’installazione in cui due montagne di peluche colorati sono raccolti sotto la coltre di una rete nera, come in una sorta di sudario. Al centro, si innalza una colonna-obelisco di immagini frammentarie di corpi adulti. Se quelli sotto la rete non fossero solo pupazzi ma gente in carne e ossa, come i cadaveri nei campi di sterminio, quale sarebbe la nostra reazione? Siamo ormai assuefatti alla violenza e a esercitare indifferenza davanti al dilagare del male. Ci costringiamo a pensare alla morte come a una burla, un’invenzione carnevalesca. Si contano più di 28.000 vittime palestinesi dei bombardamenti nella Striscia di Gaza, seguiti all’attacco del 7 ottobre di Hamas. In Medio Oriente il conflitto rischia di allargarsi e la soluzione del conflitto tra Russia e Ucraina tarda ad arrivare.

Non a caso, la curatrice conclude la sua disanima con le parole di George Santayana: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Se continuiamo a percepire i confini come un problema e non prevediamo la possibilità di intrecciare relazioni solidali, l’Altro non verrà mai percepito come una ricchezza e ignoreremo lo straniero che vive dentro e fuori di noi.

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Giorgia Basili
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