Social Sensibiity: l’arte sociale che nasce in fabbrica

Un programma di residenza artistica all’avanguardia, che mira all’utilizzo dell’arte e la creatività artistica per migliorare la sensibilità, la sfera relazionale e creativa dei dipendenti di una fabbrica. In Cina e in Francia.

Un progetto di ricerca e sviluppo della sensibilità sociale che compie 13 anni: tanto è trascorso dall’incontro tra l’artista Alessandro Rolandi e Guillaume Bernard, il CEO di Bernard Controls, oltre un decennio in cui tutto è fiorito. Da allora, Social Sensibility Research and Development (R&D) Department rappresenta un’iniziativa pionieristica guidata da artisti, nata e cresciuta all’interno della fabbrica dell’azienda manifatturiera francese. Due volte alla settimana, gli artisti sono invitati a condividere il loro tempo e le loro conoscenze con la vivace comunità dell’azienda composta da quasi 100 lavoratori, trasformandoli in utenti d’arte. La partecipazione è completamente volontaria e le opere appartengono agli stessi creatori. Un modello davvero convincente per pratiche artistiche socialmente impegnate.

Ma cominciamo dall’inizio.

Ideatore del progetto è Alessandro Rolandi, nato a Pavia nel 1971, vive e lavora a Pechino dal 2003 come artista multimediale e performativo, regista, curatore, ricercatore, scrittore e docente. Nella sua formazione ci sono studi di chimica, teatro sperimentale e cinematografia, storia dell’arte, una vita vissuta in tante città d’Europa, votata alla scoperta e alla ricerca. In questa storia c’è anche Orio Vergani, fondatore di Nowhere Gallery a Milano. Grande amico e unico gallerista fedele dal 2000, scomparso lo scorso 22 marzo. Va detto, a mio avviso, non abbastanza compianto dal mondo dell’arte. Nel 2003, dall’incontro con quella che poi è diventata la moglie e una possibilità lavorativa, Rolandi raggiunge la Cina, in un’epoca in cui il Regno di Mezzo non era esattamente, ancora, quell’Eldorado dell’arte nella visione di molti artisti contemporanei.  In quelle storie di destino incrociato che accadono spesso a chi si approccia alla Cina, a Beijing Rolandi compone un numero di telefono, ricevuto a una festa a Berlino da una signora cinese sconosciuta “nel caso avesse avuto bisogno di amici”. Dall’altra parte del telefono c’è il pittore Liu Ye, oggi tra i migliori artisti al mondo, e un intero distretto dell’arte, in straordinario fermento da scoprire: il 798, dove aprirà il suo studio. Una carriera e una maturazione artistica sbocciate tra 2003-2012, in quel laboratorio distopico-utopico in tempo reale che è la Cina, tra incontri ed esperienze dove Rolandi può sperimentare, imparare, testimoniare, sentire, vivere con libertà, rischio ed intensità irripetibile. In questo contesto l’arte di Rolandi ha trovato quel rapporto immediato con la vita, quel testimoniare fulmineo e frammentato, quella sospensione poetica, provocatoria e sfuggente che ha sempre inseguito. Avvicinandosi all’arte politica, all’attivismo sempre naturalmente, seguendo l’inclinazione delle cose e delle influenze, è arrivato alla pratica sociale, passando per la calligrafia e la scultura, il documentario etc, come se tutto fosse solo la continuazione naturale di un incontro e di una chiacchierata.

Alessandro Rolandi, Intervento pubblico a Beijing, 2013-14. Courtesy of the artist

Da queste basi, e molta altra vita ancora, nasce Social Sensibility. Il caso – o lo yuanfen, un concetto di destino che nella tradizione cinese orchestra le relazioni – torna in gioco nel 2010 quando Alessandro Rolandi incontra Guillaume Bernard, visitando la fabbrica che dirige in periferia di Beijing, dando poi disponibilità a frequentare la fabbrica liberamente come luogo di ricerca. L’idea: trasformare la fabbrica in un luogo dove portare l’esperienza di Rolandi, interventi e azioni performative poetico-politiche nello spazio pubblico di Pechino in collaborazione con vari gruppi e collettivi aperti di artisti, attivisti e ricercatori. La sfida: provare ad agire in un contesto così complesso e simbolico, sperimentare in che modo l’approccio potesse evolvere a contatto con la vita della fabbrica, ma agendo dall’interno, negoziando spazi, tempi e logiche collaborative, situazioniste e non produttive durante la routine lavorativa. La sola condizione: che i vertici dell’azienda concedessero la possibilità a chiunque volesse, tra i lavoratori, i managers e gli impiegati, senza alcun obbligo, di prendere una frazione di tempo lavorativo per passarla con l’artista a discutere, guardare immagini e tentare. Per circa otto mesi Rolandi visita la fabbrica due-tre volte alla settimana. Nonostante la stranezza della situazione, la peer pressure e la tensione di alcuni managers (lo sappiamo, si impara in fretta che il fatto che il capo dia un’autorizzazione non significa che sia facile per le persone approfittarne, a causa del sistema di relazioni interne informali e formali da cui sono condizionati) svariate persone coraggiosamente abbandonarono il posto di lavoro per 15, 30, a volte 45 minuti per discutere di arte, vita e lavoro. Da questi incontri nasce il progetto pilota: “SUIBIAN”随便 , una collezione di gesti, assemblaggi, azioni, oggetti, testi e registrazioni che alla fine dell’anno furono presentati al board della fabbrica e alla direzione.

In breve, le caratteristiche fondamentali dell’idea: invece di sponsorizzare un progetto culturale esterno, per cui è molto più facile giustificare un budget anche consistente, l’azienda assume l’artista con uno stipendio base, creando un dipartimento che avesse lo statuto legittimo ed il funzionamento degli altri (HR, Finanza e Contabilità, R&D Tecnica) e che fosse parte dell’organigramma dell’organizzazione. Il dipartimento avrebbe dovuto, nel tempo, assumere altri due artisti con cui Rolandi potesse formare un’equipe. Impegno fisso settimanale e stipendio base, abbastanza per organizzare le attività senza appesantire o ostracizzare troppo la produzione. Il progetto degli autori, eventuale, non obbligatorio, avrebbe dovuto avere qualsiasi formato creativo, arte plastica, performance, architettura, documentario, intervista, azione. Dal punto di vista dei diritti d’autore non sarebbe appartenuto all’impresa (cosa fino ad allora impossibile, in quanto solitamente tutto ciò che accade in una compagnia privata, appartiene ad essa) ma alle persone coinvolte secondo il grado di coinvolgimento ed il ruolo svolto. Opere e progetti fatte da artisti su input successivo a incontri e conversazioni; opere e progetti creati da artisti, operai, managers e impiegati collettivamente; opere create da operai/managers/impiegati in seguito all’interazione con artisti; altri ed eventuali. Un archivio informale di documentazione scritta, filmata e fotografata dedicata alla raccolta  delle opere ed i progetti portati a termine, quelli incompiuti, quelli impossibili da compiere, quelli iniziati in un modo e finiti in un altro. Dopo un periodo di esposizione alla fabbrica, i creatori avrebbero potuto decidere cosa farne. Portarli via ed esporli altrove, venderli, regalarli, abbandonarli, lasciarli in fabbrica o altro.

Social Sensibility, Wu Shuqing, Poetry reading, performance at MCAM, Shanghai, 2017

Una decisione da prendere: il nome. Abolita la parola arte, per evitare due inciampi: indicare che l’arte avesse un obiettivo e ricadere nel tipico progetto imposto dal CEO e dall’artista al personale. Così come esisteva la R&D tecnica, perché non avrebbe potuto esserci un R&D che si occupava delle relazioni tra esseri umani? L’accordo è quindi sul concetto di arte senza uno scopo, ma generatore di evidenti “effetti collaterali” che si manifestano sia a livello individuale, sia a livello condiviso, in coloro che in qualche modo sono coinvolti nel processo come spettatori o attori. Tra i vari effetti collaterali individuati, l’agire sulla sensibilità delle persone. E se la sensibilità è, di solito, una caratteristica individuale, creando una dinamica in cui la collettività, potendo scegliere il grado di coinvolgimento, si fosse esposta di continuo alla presenza di artisti e di progetti creativi, forse si può generare una sensibilità sociale. Così nasce Social Sensibility Research and Development (R&D) Department il nome del dipartimento interno alla Bernard Control e del campo di ricerca. Un progetto che ha cercato, e cerca ancora di costruire un modo diverso di rendere l’arte e gli artisti presenti in una delle situazioni più normali e delicate allo stesso tempo: la vita lavorativa.

A 5 anni dalla nascita ufficiale del dipartimento nel 2011 l’artista e curatrice Tianji Zhao accetta di diventare parte del team pechinese, mentre l’artista francese Blandine De La Taille è la prima artista in residenza nella fabbrica di Gonesse. Cosa ne ha guadagnato la Bernard Controls fino a oggi da questa esperienza? Oltre al ritorno d’immagine, comunque relativi considerato il contesto e l’attività dell’azienda B to B, le attività del dipartimento di Social Sensibility R&D non sono mai state fonti di lucro, né fonte di sgravi fiscali. Le opere d’arte presenti nelle fabbriche di Pechino e Gonesse sono state donate spontaneamente dai loro creatori che, come ho già spiegato, dall’inizio ne sono stati gli unici proprietari e hanno deciso di lasciare l’originale o di farne un duplicato.   

Nel tempo e grazie all’atmosfera pechinese del primo decennio del 2000, oltre 35 artisti furono coinvolti in progetti, un numero molto superiore se considerate le visite informali a passare del tempo alla fabbrica e varie istituzioni. Agli operai e agli impiegati è stata data l’opportunità, nel contesto della loro giornata di lavoro, con tutte le tensioni e difficoltà annesse, di scegliere, se, come, dove e quando accettare di condividere questo incontro, di orientarlo e di diventare art-users and art-makers e non solo art-viewers, non in un museo o in una galleria o in una scuola d’arte, ma sul posto di lavoro. In 13 anni alcune delle persone che hanno lavorato nel corso degli anni hanno creato opere, viaggiato, reinventato la loro vita. Alcuni hanno lasciato Bernard Controls, altri sono ancora nella compagnia. Molte persone sono rimaste indifferenti. Alcune si sono mostrate ostili agli ideatori e agli altri artisti. Certi artisti sono tornati piu’ volte alla fabbrica dopo un progetto o varie persone hanno mantenuto il contatto generato dai progetti. Visite di sinologi, attivisti, giornalisti, filosofi, una fabbrica a porte aperte per chiunque avesse mostrato interesse. Ricevuti, introdotti e poi lasciati liberi di andare a discutere con gli operai senza di noi per raccogliere testimonianze non mediate.

Social Sensibility, Invest in contradiction

Cosa ci ha guadagnato il mondo dell’arte? Una visione nuova, in cui il binomio artista – azienda non si risolve nella consueta formula della residenza di autori nel contesto produttivo, nel dialogo sulla creazione intellettuale e seriale, nella finalizzazione del prodotto, nella creazione dell’ennesimo feticcio per far dialogare l’utilità, il senso pratico e concreto del mondo industriale con la visione superflua e astratta dell’arte. Cosa è stato realizzato dai lavoratori fino ad oggi? Dopo quasi 11 anni a Pechino e 6 anni a Parigi, la ricerca su Social Sensibility ha creato una grande quantità di materiale in diverse forme e mezzi. Nonostante alcuni modelli inizino ad apparire, le sue caratteristiche rimangono in gran parte sperimentali. Il dipartimento è stato invitato a comparire con opere d’arte, articoli, documentazione, pannelli di discussione e progetti site-specific in mostre organizzate da diverse istituzioni d’arte tra il 2014 e il 2020. La piattaforma online https://www.socialsensibility.org/ riunisce vari materiali che possono aiutare a comprendere meglio la complessità e la varietà di ciò che è stato fatto e di ciò che è ancora in coso.

Una domanda in sospeso: è un modello esportabile? Secondo Rolandi se nel 2010 fosse andato a Gonesse a proporre una cosa simile, non avrebbe funzionato, ma invece a Pechino in un preciso momento storico e in un preciso contesto, attraverso un insieme di incontri casuali ma selettivi questo progetto ha potuto incominciare ed arrivare a Gonesse con 6 anni di vita e attività alle spalle.

La sensazione è che il progetto venga preso sempre come un’eccezione unica e non come una possibilità da replicare. Un’idea, forse ancora un’utopia. Ma 13 anni di pratica, varranno pure qualcosa.

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Chiara Vedovetto
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