Da T293 Hangama Amiri con Reminescences II

Nata nel 1989 in Afghanistan, Hangama Amiri e la sua famiglia sono stati costretti a emigrare dal loro Paese, sconvolto dalla guerra, quando lei è ancora piccola. La famiglia è spaccata in due: lei con la madre e i fratelli, trovano rifugio nella nazione confinante del Tagikistan; il padre approda invece nella Penisola Scandinava e alterna viaggi in Danimarca e Norvegia per nove anni. L’unica possibilità di rimanere in contatto per i genitori di Hangama, coltivando l’amore come un piccolo tesoro a distanza di migliaia di chilometri, è tramite missiva. Insieme alle lettere – che possiamo immaginarci fiumi in piena o scambi affettivi essenziali e intensi – arrivano le fotografie a colori a ravvivare il ricordo. Un legame che viene nutrito dalle immagini, dalla fiducia e dalla costanza.

Hangama Amiri prende questi scatti e li restituisce a noi “spettatori estranei”, testimoni lontanissimi ma commossi, tramite una serie di arazzi. Il gesto del ricamo lento e preciso, è un suggello, è voler rendere epica una storia, una storia autobiografica ma che è stata condivisa da numerose famiglie afgane e non solo.

Hangama Amiri, Reminescences II, installation view

Hangama Amiri vive oggi a New Haven, negli USA, ma non dimentica le sue radici che porta con sé ovunque con la sua arte: i suoi arazzi sono composti da tessuti diversi, monocromi o impreziositi da pattern e disegni, ma provenienti per la maggior parte dalla sua terra d’origine. Quello che ne risulta sono dei collage ricchi di dettagli ma dove ogni dettaglio è funzionale perché è un appiglio mnemonico, un indizio sullo stile di vita. La madre, racconta l’artista, era molto attenta alla moda e voleva mandare al marito lontano una rappresentazione di sé che la rispecchiasse al meglio. Cuciva molti degli abiti che poi indossava nelle fotografie: le due diverse qualità di nero – opaco e lucido – sulla giacca, il monile dorato e gli stivali stile texano, il completo di jeans, le rose rosse e l’intrigo floreale nero ricamati sulla lunga veste.

Ma la profusione di sfumature e la particolare minuzia nella scelta delle fantasie riveste ogni parcella degli arazzi, tanto che vediamo attivarsi il meccanismo del “quadro nel quadro” con le cornici sulle mensole e le fotografie attaccate alle pareti, la televisione accesa, un gioco di raddoppiamento del punto di vista con il profilo materno proposto di schiena dallo specchio …c’è persino un cannocchiale prospettico che ci introduce all’interno di un’ulteriore stanza della casa e una scena natalizia con tanto di alberello e stellina scintillante di Capodanno.

Hangama Amiri, Reminescences II, installation view

Viaggiando verso le terre nordiche, il padre si fa immortalare all’esterno, dentro una foresta verdeggiante, di fronte alla Despar con un carrello carico di pane e verdura, non un dettaglio da trascurare. È infatti il cibo, elemento culturale di un popolo, oltre agli interni domestici e alla natura a congiungere idealmente gli affetti: la moglie manda al marito frutta secca e dolci tradizionali afgani, il marito si fa ritrarre con un vaso di tulipani, fiore che ha contribuito a sostentare l’intera famiglia dando al padre di Amiri lavoro come coltivatore.

Così viene da chiedersi se le opere di Hangama Amiri siano così articolate per i complicati mosaici dei pavimenti, per la perizia con la quale riesce a restituire il movimento dei capelli e i lineamenti dei volti – anch’essi ricamati in questa nuova serie di arazzi – o se la trama più intricata non sia quella dei rapporti umani, linfa vitale e punto di partenza per ogni creazione.

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Giorgia Basili
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