L’arte contemporanea a Firenze e non solo. L’intervista ad Arturo Galansino

Palazzo Strozzi, simbolo rinascimentale nel cuore di Firenze, non è solo un capolavoro architettonico, ma anche un vivace centro culturale grazie alla visione e alla guida del suo direttore, Arturo Galansino. Con un’importante carriera nel mondo dell’arte, Galansino ha saputo trasformare Palazzo Strozzi in un punto di riferimento internazionale, ospitando mostre di respiro mondiale che spaziano dall’arte antica a quella contemporanea. In questa intervista, Galansino condivide la sua passione per l’arte, le sfide e le soddisfazioni del suo ruolo, e i progetti futuri che continueranno a rendere Palazzo Strozzi una fucina di innovazione culturale.

È uno dei curatori italiani più conosciuti e stimati a livello internazionale. Direttore di Palazzo Strozzi dal 2015, prima ha fatto una serie di esperienze all’estero, tra cui al Louvre di Parigi, alla National Gallery di Londra e alla Royal Academy of Art: quali sono le principali differenze e quali i punti in comune che ha riscontrato tra queste realtà?

Sono tre realtà molto diverse tra di loro e sono stato molto fortunato a lavorare in ciascuna di esse. Il Louvre è il “Museo dei Musei”, simbolo non solo della Francia ma di tutto il mondo museale, perché è stato uno dei primi aperti al pubblico. Si tratta di una enorme macchina con tutti i suoi vantaggi e svantaggi, dove lavorano migliaia di persone: è possibile farsi le ossa anche solo guardando come funziona. All’interno di una struttura così grande, si ha però forse una visione più limitata rispetto a una realtà più piccola ma altrettanto prestigiosa come quella della National Gallery di Londra, che è “solo” una pinacoteca – probabilmente la più bella al mondo, composta da una collezione di poche migliaia di quadri di eccellente qualità. Qui lavorano alcune centinaia di persone e, in questo contesto, un curatore può avere più consapevolezza di tutto quello che succede all’interno di un museo. È una realtà molto formativa, anche perché i musei anglosassoni sono un modello per quanto riguarda la sostenibilità economica e il rapporto con gli sponsor privati, con le collezioni, e con il mercato dell’arte. Sono delle tematiche che ho riscontrato anche alla Royal Academy of Art, uno dei centri espositivi più importanti al mondo che, a differenza delle realtà citate prima, non ha nessun aiuto da parte dello Stato e che deve basare la sua sostenibilità economica sul fundraising e sui biglietti, e di conseguenza sul successo delle mostre. Queste mie tre esperienze mi hanno dato quindi una solida base per affrontare la sfida di portare Palazzo Strozzi a una dimensione come quella che siamo riusciti a raggiungere in questi anni.

Negli ultimi anni Palazzo Strozzi ha ospitato mostre di artisti internazionali come Marina Abramović, Jeff Koons, Olafur Eliasson, Anish Kapoor e ora Anselm Kiefer: è stato difficile convincerli a venire a Firenze?

Mentirei se dicessi che è stato difficile perché non lo è stato affatto. Il nostro grande progetto di arte contemporanea, che ha cambiato non solo l’identità di Firenze, ma anche il sistema delle mostre in Italia, è stato quello di proporre grandi iniziative dedicate ai più grandi artisti viventi. Da subito, con la prima mostra di Ai Weiwei, abbiamo infranto ogni record: Firenze, da quel momento, è diventata una piazza importante per il contemporaneo. Dobbiamo ringraziare Ai Weiwei, un artista che conobbi alla Royal Academy di Londra, che è stato molto coraggioso nel realizzare una delle sue più grandi mostre fino a quel momento, in un luogo come Palazzo Strozzi, che non aveva mai ospitato mostre di arte contemporanea, e in una città come Firenze, che aveva poca reputazione per quanto riguarda l’arte contemporanea e le grandi mostre. Ai Weiwei, come me, ha visto il grande potenziale di Firenze per il contemporaneo installando i suoi gommoni di salvataggio sulla facciata di Palazzo Strozzi, utilizzandolo quindi come simbolo dei valori di tolleranza, di accettazione, di generosità, che venivano in quel momento messi in crisi dall’immigrazione. Tutti gli altri artisti che ne sono seguiti, anche sulla scia di questo successo e dell’importanza di Firenze e del Palazzo, hanno voluto fare parte di questa visione.

Ai Weiwei, "Reframe", installation view
Come sceglie gli artisti da invitare a Palazzo Strozzi?

Questo fa parte di una strategia che gli artisti stessi hanno sposato e che dà il senso di quello che facciamo. Abbiamo ospitato artisti molto diversi tra di loro perché vogliamo dare il senso della varietà del mondo dell’arte contemporanea e abbiamo scelto sempre artisti in grado davvero di creare un dialogo, un rapporto con la nostra identità, con quella di una città con una grande storia e di un Palazzo che è il simbolo dei valori dell’Umanesimo. Pensiamo, ad esempio, al modo in cui Tomás Saraceno qualche anno fa ha messo in discussione l’antropocentrismo della modernità attraverso il suo lavoro, utilizzando Palazzo Strozzi come manifesto per una nuova era e elevando la sua arte verso un dialogo con la storia.

"Anselm Kiefer. Angeli Caduti", installation view, ©photoElaBialkowskaOKNOstudio
Quali sono le mostre che ha trovato più significative o memorabili in questi nove anni?

È difficile, come per una mamma scegliere a quale figlio si vuole più bene… Ho già ricordato l’importanza della prima mostra d’arte contemporanea perché la prima volta non si scorda mai, ma tutti gli artisti con cui abbiamo lavorato hanno creato qualcosa di speciale, un momento importante per loro, per noi e per Firenze. Il record della mostra di maggior successo appartiene a Marina Abramović, con una mostra straordinaria fatta di performance che rendevano Palazzo Strozzi un teatro vivente e costantemente in trasformazione. Uscendo dall’ambito contemporaneo, una mostra che mi è rimasta particolarmente nel cuore è quella dedicata a Donatello: un’esposizione unica, mai fatta prima, con prestiti straordinari mai avvenuti in precedenza, che ha cambiato la visione non solo di un artista ma di tutto il primo Quattrocento. Non per niente infatti è stata premiata come la mostra più importante del mondo nel 2022.

"Donatello, il Rinascimento", installation view, ©photoElaBialkowskaOKNOstudio
Quali sono i principali fattori che ritiene determinino il successo di una mostra (in generale e a Palazzo Strozzi in particolare)?

Vogliamo che le nostre mostre siano uniche nel loro genere, che possano essere quindi un prodotto innovativo e interessante per il pubblico. Devono inoltre essere in grado di parlare del presente e possibilmente del futuro. Il successo delle mostre d’arte contemporanea a Palazzo Strozzi è stato dettato finora proprio da questo: gli artisti invitati hanno trattato temi attuali e urgenti per la nostra vita, dai diritti civili all’uguaglianza di genere, alla sostenibilità ambientale. Quando gli artisti parlano del presente allora l’arte contemporanea diventa anche più accessibile per tutti.

"Anish Kapoor. Untrue Unreal", installation view, ©photoElaBialkowskaOKNOstudio
Quali sono i suoi progetti futuri per Palazzo Strozzi e quali nuove direzioni le piacerebbe esplorare?

Il prossimo progetto è la mostra su Helen Frankenthaler, grande artista dell’espressionismo astratto americano, collega di Pollock e di Rothko, che ha avuto però meno fortuna rispetto a questi per il maschilismo imperante nel mondo dell’arte di allora. Con questa mostra vogliamo sottolineare l’importanza di questa grande artista innovatrice all’interno del movimento e della storia dell’arte. Il 2025 sarà poi un anno eccezionale. Inizieremo con l’artista britannica Tracey Emin, che ha trattato in modo dirompente, attraverso la propria biografia, temi legati al mondo femminile e, dopo di lei, torneremo al Rinascimento con una mostra epocale dedicata al Beato Angelico, la più grande mai realizzata su questo artista. Esporremo tutte le grandi pale d’altare smantellate tra fine ‘7oo e ‘800 e disperse ai quattro angoli del mondo, mettendo in luce le ricerche degli ultimi decenni sul Beato Angelico.

Come pensa che la tecnologia stia influenzando l'esperienza museale e quali iniziative state intraprendendo (se ce ne sono) per integrare nuove tecnologie a Palazzo Strozzi?

Siamo stati tra i primi e tra i più attivi a cavalcare la rivoluzione digitale, cercando di utilizzare le nuove tecnologie per condividere con il pubblico contenuti culturali. Il digitale ci aiuta anche a smaltire le code, oltre che a comunicare quello che facciamo attraverso il sito e i social, che sono il nostro megafono per parlare con molte persone, sempre da un punto di vista didattico e informativo e mai di puro intrattenimento. I social sono una parte essenziale del nostro lavoro, e non possiamo negare che le nuove tecnologie stiano avanzando in modo vertiginoso: l’intelligenza artificiale farà presto parte anche del nostro mondo.

Arte e influencer possono essere un binomio vincente secondo lei?

Negli ultimi anni il mondo dei social e quello dell’arte si sono legati in modo fruttuoso e abbiamo visto nascere molti nuovi profili e nuovi professionisti che parlano di arte sui social. Non posso che vederla come una cosa positiva: noi abbiamo lavorato e lavoriamo con molti influencer che parlano delle nostre mostre dal loro punto di vista. Questi professionisti sono spesso persone molto preparate e da parte nostra c’è apertura e collaborazione. Il mondo del digitale cambia in fretta, vedremo cosa ci porterà il futuro.

"Marina Abramović. The Cleaner", installation view
Se le chiedessero di diventare Direttore della prossima Biennale Arte di Venezia, quale sarebbe la sua risposta?

Accetterei con molto entusiasmo e molta paura, considerati soprattutto la mole importante di lavoro per progetti di questo genere e la schiera di grandi curatori che hanno avuto questo ruolo in passato. Non ho mai pensato a un’opportunità di questo tipo, ma nel caso mi venisse chiesto sarebbe certamente un grandissimo onore: è il progetto a cui tutti aspirano una volta nella vita. Vedremo chi sarà il prossimo, a cui auguro fin da ora buona fortuna.

Arturo Galansino e Marina Abramović
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Francesca De Pra
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