Roma Amor. Ovvero la Biennale di Bonifacio, in Corsica

Fino al 2 novembre, una riflessione concettuale sui corsi e ricorsi storici, sul ciclo vitale dei grandi imperi e società del passato

Siamo in Corsica, a Bonifacio, non lontano dal luogo che diede i natali a Napoleone Bonaparte, morto a SantElena più di due secoli fa, il 5 maggio 1821. Il 5 maggio 2024, poco prima che scatti la mezzanotte, atterriamo sullisola, a Figari. La ragione del viaggio? Vedere Roma Amor, la seconda edizione della Biennale di Bonifacio organizzata dall’associazione no-profit De Renava, che sfoggia già nel titolo palindromo il suo concept. Cicli e ricicli storici, nascita-ascesa-decadimento. Come il titolo, anche il percorso di visita può essere affrontato in entrambi i sensi, partendo dallinizio o dalla fine, poiché inizio e fine coincidono. La sede principale è lex caserma Montlaur, eccezionale spazio di 5.000 m2 usato dai militari durante la Seconda Guerra Mondiale, rimasto abbandonato per ben 30 anni.

De Renava è un’organizzazione fondata in Corsica nel 2020 da Prisca Meslier e Dumè Marcellesi, che opera nel Mediterraneo: è l’organizzatrice della Biennale di Bonifacio e, negli anni in cui non ricorre la Biennale, le istituzioni artistiche dei Paesi del Mediterraneo sono invitate a esporre le loro opere a Bonifacio per la Biennale OFF. Nel 2023 ha avviato un’importante collaborazione con il Centre Pompidou. Altre delle istituzioni coinvolte in questo dialogo sono FRAC Corsica e il Museo di Beirut.

Bonifacio ©Photo Giaime Meloni © De Renava

L’ex caserma Montlaur

Ma entriamo nel vivo della mostra. Dopo unanticamera con porcellane neoclassiche e magliette con una scritta che richiama alla mente quella disegnata da Nico Vascellari Roma – Amor ma ne cambia la grafica, ci accoglie lo sguardo severo e distinto del Primo Console, Napoleone, ritratto da David (in questo caso è una copia dellatelier) con gli strumenti simbolici del potere: lo scettro la corona dalloro dorata, la veste avorio, il mobilio decorato con lape. Il dipinto è uno speciale prestito da parte del Palais Fesch di Ajaccio.

Subito dopo un frame dellopera di AES + F, The Feast of Trimalchio. Il video, proiettato su tre schermi, presenta delle figure che interagiscono e sono disposte a gruppi di due o tre, alternandosi ritmicamente come in un fregio o un bassorilievo pompeiano. Lo stesso scenario rievoca il lusso imperiale tra arcate di gallerie, colonne dal fusto liscio e motivi egittizzanti.

Il mondo che viene presentato è un diorama cosmopolita in cui lunica cosa che conta è la soddisfazione del piacere hic et nunc, rievocando le atmosfere del dipinto Il declino dellImpero. Pellerossa, asiatici, afroamericani, bianchi europei e americani, meticci: il lusso e il comando non sono connessi alla carnagione ma si alternano i meccanismi del dare e ricevere, del padrone e dello schiavo. A profusione le forme falliche, mazze da golf e racchette da tennis, o le palline che richiamo i contenitori del seme maschile e alloccorrenza rimbalzano nello spazio celeste, facendo eco allastro lunare.

Youssef Nabil, da parte sua, presenta tre scatti in una camera con più strati di carta da parati e le scritte della Camel. Se il marchio ci fa pensare immediatamente allanimale, ottima è la scelta di collocare lartista di origine egiziana proprio in questa stanza, soprattutto perché il suo lavoro vuole rimandare allepoca doro del cinema arabo e gioca sul bocchino del narghilè, rimando sia al frustino che al membro maschile e oggetto interdetto alluso femminile. Il suo lavoro sofferma lattenzione, inoltre, sulla dialettica tra decadenza ed emancipazione – su cui la Biennale pone enfasi. I Saved my Belly Dancer porta gli spettatori dalle coste egiziane ai Canyon del Far West, una desolazione arida che però gioca su diversi binomi: nomadismo – corsa alla proprietà, civiltà conservatrice araba – civiltà “progressista” occidentale, decadenza – progresso. Nabil ragiona in particolar modo sullabolizione e il giudizio di immoralità che ha toccato la danza del ventre dopo la rivoluzione politica in Egitto del 2011.

Youssef Nabil, Galerie Nathalie Obadia, installation view Biennale di Bonifacio 2024, Ph. De Renava

La polarizzazione vandalismo-eroismo viene richiamata invece sia dai graffiti dello stile Pichação” dellartista brasiliana Eneri – in dialogo con una veduta di Pannini – sia nel video di Shirin Neshat.

Neshat ci parla di prigionia politica e turbamento, di persecuzione del corpo femminile politico ma anche di emancipazione e ribellione che scaturiscono in azioni di guerriglia e vandalismo urbano – con distruzione dei vetri di unautomobile.

Eneri ricopre tutte le superfici della stanza e il corridoio con la bomboletta nera, le sue grafie corsare richiamano lo stile Pixação, dal portoghese piche” che indica la pece e il catrame. È una forma di protesta giovanile molto diffusa a Sao Paulo dove le discrepanze economiche-sociali sono nette e le prospettive di crescita e dignità culturale sono bassissime. Eneri mi racconta “quando è nata questa forma di protesta persino le attività sportive erano inaccessibili perché costosissime. Arrampicarsi a corpo nudo – a volte, solo usando corde – su piani e piani di palazzi da’ la possibilità di allenarsi e di riappropriarsi del tessuto urbano”.

Sophia Al Maria in The Future was Desert, video a doppio canale, parte dalla metafora del deserto per richiamare la dominazione capitalistica di un mercato che fiacca il pianeta in uno slancio consumistico che finisce per depauperare ed esaurire le ultime risorse disponibili.

La rappresentazione di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, immagini che si succedono rapidissime, funziona come una capsula dellepoca doro con la fulgida ricchezza della natura.

La videoinstallazione Didone ed Enea di Blanca Li riassume tramite movimenti di danza la tragica storia della fine di un amore epico. Sui piatti della bilancia da una parte il sacrificio, dall’altra la disperazione e la successiva maledizione lanciata dalla cartaginese all’uomo che l’ha abbandonata per un compito e un destino più grande: fondare Roma. Nel consumarsi del rapporto tra Didone ed Enea è in nuce il sorgere e il morire, la fondazione e la caduta dell’Impero, così come nasce e si deteriora il sentimento d’amore.

Alexandre Bavard crea un percorso immersivo che ci guida attraverso alcune stanze avvolte da una nebbia artificiale e contraddistinte da diverse gradazioni cromatiche, il sentiero è punteggiato da macerie simulate da frammenti di gesso e da alcune sculture: una copia del Discobolo con un intervento a bomboletta spray e creazioni che ibridano diverse fonti statuarie, maschere di culture primigenie, iconografie pop e moda contemporanea. L’artista, che parte dall’idea di mutazione e dal mito dello Scontro tra i Titani e Zeus, appartiene a una generazione che non può prescindere da riferimenti alla cultura hip-hop e ai graffiti. Il suo percorso, sebbene suggestivo, fa venire in mente le sperimentazioni di Olafur Eliasson, che nel 2003 lasciava tutti senza parole con l’installazione The Weather Project: un sole simulato, acceso nella Turbine Hall della londinese Tate Modern. L’intervento graffito sulle copie in gesso, invece ricorda le sculture tatuate di Fabio Viale.

©Laurent Grasso, Soleil Noir, 2014

Le altre sedi

Oltre all’ex caserma, si possono trovare altre sedi distribuite per il borgo di San Bonifacio. Per chi non ha mai avuto modo di vedere un video di Bill Viola ma anche per chi li conosce tutti a memoria, è bello imbattersi nella sua opera Tristant’s Ascension nella più grande cisterna del paese. Viola parte dal mito celtico del XIII secolo e usa l’elemento dell’acqua sia come allusione alla purificazione sia come simbolo della cascata di passione che scuote il corpo degli innamorati più celebri della Cornovaglia, Tristano – cugino del re – e Isotta – sposa del re. Anche se questo sentimento irrefrenabile li porterà alla morte e a un dissidio morale con il popolo, l’acqua è vista come fonte di salvezza mistica e fa assurgere questo eroe/antieroe a contraltare di Enea – eroe epico che mise la missione politica innanzi all’amore.

Proprio di fronte alla caserma si trova l’Impluvium dove si può ammirare il video di Laurent Grasso, rappresentato daGalerie Perrotin, Soleil Noir. La prospettiva aerea è data dall’uso del drone che riprende le stradine vuote e funeree di Pompei, non soffermandosi sulla sua magnificenza passata ma piuttosto sull’eco che essa ripercuote nel tempo, congelata a quell’istante dell’eruzione. L’occhio della telecamera segue con il suo ronzio la presenza fantasmatica di un cane, che potrebbe essere un anonimo randagio, il vecchio cane che riconobbe Ulisse ritornato a Itaca o il nostro Genius loci. Nello stesso ambiente troviamo The Bell di HIWA K. L’artista iraniano realizza grazie al supporto di alcuni artigiani specializzati una campana di rame, il materiale è stato ricavato da armi dismesse e mine antiuomo fornite da un rigattiere curdo di nome Nazhad ma ricorda una precedente appropriazione: “durante la Prima guerra mondiale, molte campane furono sequestrate dai governi per essere trasformate in armi da guerra”.

Queste successive manipolazioni e trasformazioni del metallo fanno pensare a come gli oggetti e i materiali di cui sono fatti possano racchiudere la storia dell’umanità. Dov’è il confine tra rito, cultura, bellezza e vita, da una parte, opposizione tra religioni-credo, distruzione, odio e morte, dall’altra? Purtroppo, le reliquie e le antichità mesopotamiche, Patrimonio dell’umanità, sono state trafugate e commercializzate dai jihadisti per finanziare azioni militari. La campana, creata da HIWA K nel 2007-2015 è impreziosita da rilievi della divinità Lamassu, figura protettiva della mitologia mesopotamica, la cui scultura risalente a 2700 anni fa è stata ritrovata in Kurdistan nel 2023.

L’ultima venue scelta dalla Biennale è l’Agora, disco club degli ultimi decenni del Novecento.

La Biennale di Bonifacio si rivela così, oltre che percorso artistico e riflessione concettuale sui corsi e ricorsi storici, sul ciclo vitale dei grandi imperi e società del passato, anche occasione per scoprire luoghi solitamente chiusi e ora restituiti alla fruizione comunitaria.

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Giorgia Basili
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