“In bilico” nella contemporaneità. A Capsule Venice

Hovering, la seconda collettiva proposta dalla galleria cinese nella sua sede di Venezia, riunisce i lavori di 13 artisti internazionali

Buona la prima e anche la seconda. A Capsule Venice va in scena fino al 26 giugno 2024 la seconda collettiva, a cura di Manuela Lietti, con i lavori di 13 artisti internazionali, di cui 11 nuove collaborazioni: Morehshin Allahyari, Ivana Bašić, Leelee Chan, Nicki Cherry, Sarah Faux, Elizabeth Jaeger, Emiliano Maggi, Lucy McRae, Kemi Onabulé, Catalina Ouyang, Bryson Rand, Marta Roberti e Young-jun Tak. Più new entries che artisti storici della galleria, a sottolineare l’impegno e la vocazione di Capsule come incubatore di ricerca, piattaforma per talenti emergenti.

Capsule Venice

Diverse personalità artistiche unite nella poetica “in bilico”, Hovering appunto, con riferimento all’idea di sospensione tra compiuto e incompiuto, tra essere e divenire, tra potenziale latente e manifestazione evidente insita nelle pratiche di artisti che individuano nella dimensione liminale legata a genere per dirla con le parole della curatrice.

Con questa visione il corpo – anzi, i corpi nella pluralità di declinazioni – sono protagonisti della mostra, come memoria, messaggio per il futuro, il campo di battaglie sociali, punto di incontro tra mondi e spazi.

Il corpo è il manifesto bianco e nero di Bryson Rand, che fotografa e omaggia amici della comunità queer, accanto a paesaggi che dei corpi hanno evocazione e consistenza erotica, tra waterscapes e immagini di fluidi. Erotismo più sottile e astratto quello che fa da contraltare, ovvero i dipinti di Sarah Faux, istantanee di brani di corpi, riflessi, toccati, manipolati, forse anche amati.

Corpi che vagano nei luoghi sospesi e stranianti di Elizabeth Jaeger, piccoli microcosmi antropici e surreali, capaci di generare grandi inquietudini e spaesamenti.

Metamorfosi, esoterismo e sacralità sono tra i temi presi in esame da Emiliano Maggi e Marta Roberti e che si esprimono con maggiore forza nel confronto diretto tra i due; tra le sculture che lottano per venire alla luce – quasi un Medardo Rosso in stile più goth di Maggi – e le evocazioni dell’archetipo femminile di Roberti. Un’esperienza che diventa più coinvolgente e sensoriale, quasi rituale, immersi nella fragranza, sempre più intensa, sprigionata dal lavoro Desire Stagesdi Nicki Cherry, in cui il corpo “concavo” dell’artista ospita una candela realizzata dall’unione di molteplici fragranze, e lasciata sciogliere all’interno del corpo cavo/invertito di Cherry.

Capsule Venice, Hovering

Immancabile un riferimento al corpo femminile e alla maternità, con i lavori Object of Love e Time Escapes Me di Kemi Onabulé dove figure quasi totemiche sono colte in un processo di negoziazione tra sentimenti di appartenenza e spaesamento.

Di assoluto fascino l’indagine sul “colonialismo digitale” dell’iraniana Morehshin Allahyari: nelle grandi stampe su velluto Moon-Faced Velvet Fragments I e Moon-Faced Velvet Fragments II prendono forma dei ritratti realizzati con l’intelligenza artificiale, frammenti di immagini desunti dall’iconografia tradizionale persiana. Un’azione che intende sovvertire e invertire i pregiudizi di genere che, apparentemente in modo paradossale, sono frutto dell’apertura della società persiana all’Occidente. Reo di aver introdotto in Iran, tramite le immagini fotografiche e video, degli stereotipi sul genere, delle idee di corpi femminili e maschili sino ad allora, potenzialmente, molto più interscambiabili, attestandosi poi su canoni di bellezza sino ad allora alieni dai lineamenti del viso alla corporatura robusta all’irsutismo unisex. Pensandoci, quelle che oggi attualissime rivendicazioni del mondo Occidentale sotto le etichette e hashtag (spesso, solo quelli) di body positive, sexual fluidity, #embraceyourhair e #freebeauty. Utile anche per ricordare come ogni mondo, ogni epoca, non inventi mai, in fondo nulla di nuovo.

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Chiara Vedovetto
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