Le diable au corps. L’arte alle prese con il desiderio

Un’interessante mostra collettiva è l’occasione per tracciare una panoramica sugli attuali incroci tra arte visiva, sessualità e desiderio, indagando anche tra le sale della Biennale di Venezia 2024

Dopo diversi anni riapre BonelliLAB, ovvero il primo avamposto della Galleria Bonelli in quella che è l’ex fabbrica di bambole Furga a Canneto sull’Oglio – borgo tra le campagne del mantovano, che fu per oltre un secolo una vera e propria istituzione del paese.

Uno spazio museale che fino al prossimo 28 luglio ospita – sotto la cura di Daniele Capra e Massimo Mattioli – Le diable au corps, una collettiva di pittura di giovani artisti italiani nati tra gli anni ’80 e ’90 come se ne sono viste poche negli ultimi tempi. Perché oltre alla qualità delle quasi cinquanta opere di Sabrina Annaloro, Romina Bassu, Nicolò Bruno, Chiara Calore, Giulio Catelli, Nebojša Despotović, Olga Lepri, Paolo Pretolani, Adelisa Selimbašić, Davide Serpetti, Flaminia Veronesi e Maria Giovanna Zanella, la quasi totalità dei lavori è stata appositamente realizzata per la mostra che prende il titolo dall’omonimo romanzo di Raymond Radiguet e, non in ultimo, rovista nei cassetti bollenti della sessualità, di corpi desideranti, desiderati e desiderosi, investigando il vero e ultimo tabù che, insieme alla morte – quella franca e ineluttabile, per cui si tirano in ballo santi e scongiuri, resiste all’avanzare del nuovo millennio.

Ed è forse utile leggere questa antologia situando questi “indizi” in una prospettiva storica e sociale più ampia, tirando in ballo altre discipline e ricordando anche i diversi esempi sul tema incontrati tra sale dell’ultima Biennale. 

Cantava il mitico Renato Zero, nel 1978, Sesso, tutto intorno è sesso/ La tua pelle in cartellone/ Tutto il mondo in distorsione; prima di lui c’era stata Loredana Bertè che, nel 1974, aveva pronunciato per la prima volta la parola “cazzo” in una strofa, in un album dove appariva completamente nuda; l’Italia dei ’70 si divideva tra i tumulti della politica e delle stragi e la commedia erotica, valvola di sfogo al presente di piombo, che veniva insindacabilmente censurata come accadeva per canzoni e copertine.

E così Le diavolesse della giovane palermitana Sabrina Annaloro – sghignazzanti, dorate, intente a farsi un bagno, aspettando forse il diavolo in carne e fumo per un sabbà, in una tela che rimanda alle icone persiane, sembrano uscite tanto da un film di Nando Cicero quanto dal Decameron o dai Racconti di Canterbury di Pasolini, l’intellettuale che i concetti di sesso, desiderio, amore usò come armi di guerriglia contro quella società decadente e disperata che aveva previsto con largo anticipo.

Le diable au corps, Flaminia Veronesi

…Poi vennero gli ’80 e i ’90, e nonostante la Cicciolina futura parlamentare cantasse Muscolo Rosso, più comunemente conosciuta come “Voglio il cazzo” – che a causa del suo contenuto ben più che esplicito non passò la frontiera della censura italica passando, invece, le dogane dell’Europa di allora, divenendo un singolo molto ballato in Francia e Spagna dove nessuno si prese la briga di sottotitolare il testo – il sesso divenne leggero e truce come una polvere velenosa, come l’amianto che venne interdetto all’uso nel 1992.

Scomparvero in fretta le docce e i buchi della serratura dai quali spiare le donne nude, e gli eredi delle desideranti insolazioni delle piscine di David Hockney divennero i ragazzi delle dark room dei diari di Derek Jarman, dei turpi anfratti di Robert Mapplethorpe, gli amici che non salvarono la vita a Hervé Guibert quando arrivò l’epidemia di AIDS, che si porterà via anche le meravigliose delicatezze cucite di José Leonilson.

In questo solco sembra soffiare lo Scirocco di Nicolò Bruno, che dopo aver vampirizzato gli amanti incontrati sul suo cammino, trasformati in figure dormienti (o trapassate) distese su un prato che fa da cornice a un cielo scarlatto in cui due grandi pipistrelli ricordano di baci al sangue vivo, ci ricorda il suggello che intercorre tra carnalità e, appunto, fine.

Cosa c’entra la morte con la sensualità e il desiderio? Non solo Eros e Thanatos vanno a braccetto dall’alba del mondo, ma nelle ultime decadi si sono avvinghiate – in un amplesso che vale milioni di dollari in terapie psicologiche e farmacologiche – anche l’ossessione per la malattia con l’ipersessualizzazione della vita che, guarda caso, passa oggi attraverso qualsiasi canale mediatico.

A tal proposito bisognerebbe riprendere in mano Mario Perniola e il suo Contro la comunicazione o, ancora più agli antipodi, Guy Debord e la sua Società dello Spettacolo, roba di oltre sessant’anni fa che ancora brucia per aver identificato e isolato il virus dell’aporia che appartiene all’ossessione dell’immagine, al disturbo ossessivo-compulsivo che ha trasformato il sesso in una competizione che va oltre la pornografia, diventando pura meccanica – come osservava già quarant’anni fa James G.Ballard.

Louis Fratino, Kissing my foot, 2024, oil on canvas

Di fatto, oggi che gli ultimi cruising – i luoghi di incontro, di scambio, di appuntamento – sono sostituiti dalle applicazioni e la chiacchiera del sesso è diventata più invadente dello stesso sesso, c’è qualcosa che manca alla vita, qualcosa di viscerale.

Lo raccontano bene i corpi slavati e abbandonati di Giulio Catelli, tra desiderio (in)soddisfatto(?) e pigrizia, annullamento, e swipe, swipe, swipe: sono distesi sui pavimenti di terrazzi, occupano mollemente poltrone, hanno a portata di mano qualcosa da bere, qualcosa da fumare e lo smartphone dove si fa swipe su instagram, tik tok, tinder o grindr. L’abulia, paradossalmente, sembra fermarsi proprio con la pittura.

Una pausa silenziosa dalla frenesia della velocità della sessualizzazione avviene anche attraverso le figure di corpi di Romina Bassu: si autocercano, si scoprono, si vivono in una quasi disperata solitudine “offline” ma senza riferimenti certi, né spaziali né temporali. 

Le diable au corps, inoltre, è una mostra che si inscrive perfettamente anche nell’onda che ha tracciato l’ultima Biennale, a cui – sotto il profilo del desiderio – va riconosciuto un buon allure per le scelte messe in campo da Adriano Pedrosa.

Ma mentre a Venezia si è concentrata una visione legata al queer – basti pensare all’ottimo Louis Fratino – che in Italia avevamo già visto al MAN di Nuoro sotto la direzione di Luigi Fassi, uno dei pittori più talentuosi del presente in fatto di narrazioni omosessuali e omoafettive, da BonelliLAB non ha nessuna importanza quale sesso abbiano i graffi, perché feriscono la pelle a prescindere: nelle produzioni di Chiara Calore, ad esempio, i corpi diventano parte di un paesaggio cupo dove esiste ancora il giorno nel cielo e la presenza di figure a dir poco totemiche, come un gatto nero o un giaguaro, testimoniano il peccato.

A Canneto sgorgano le inquietudini di Nebojša Despotović, antitesi del mondo “a lieto fine” che ci consegna Fratino ma che ritroviamo, ancora a Venezia all’Arsenale, nelle tele di Salman Toor: qui il desiderio è scuro, fatto di adescamenti e violenza e sguardi rassegnati di fronte alle botte, alle “lezioni” che si danno ai deviati.

E ancora una volta, in tutti i casi, siamo trasformati in voyeurs, ma d’altronde che cos’è l’arte se non una “spiata” per intendere, per comprendere o per eccitarsi?

E allora osserviamo le mani che si intrecciano di Flaminia Veronesi e ne immaginiamo i corpi che non percepiamo, avvinghiati e persi in una specie di macelleria di forme come si offrono quelli di Maria Giovanna Zanella…e torniamo ancora alla Biennale con l’indiano Bhupen Khakhar e la sua scena di pesca Fisherman in Goa, 1985, che dà la dimensione di un erotismo esotico dove lo spettatore è tagliato fuori dal gioco; ripensiamo al bacio tra due uomini – muscolosi e giovani, of course – nel mosaico perfetto di Omar Mismar; rivediamo l’anonimato di peep-holeimprovvisati nei bagni di un teatro di Bogotà dove scattò le sue immagini il bravissimo colombiano Miguel Ángel Rojas, così come Dean Sameshima nelle sale dei cinema porno di Berlino riflette sull’ambiguità della solitudine nella moltitudine…

Perché forse, ancora, tutto questo desiderio non abbiamo ancora imparato a viverlo, tantomeno in forma “sociale”: semplicemente lo assecondiamo per quanto possibile, nella misura in cui la “società” – differente in base alle latitudini del mondo – lo consenta o meno.

Tutto questo sesso, che ci portiamo addosso, continua a essere il nostro ritratto; Dorian Gray l’aveva nascosto in soffitta, ma ben sappiamo che il rimosso non combina con la libertà dei costumi né con quella della psiche: un diavolo in corpo è perennemente in agguato alle nostre spalle.

LINKS
Matteo Bergamini
Torna in alto