Tropical Studio, idee per un’indagine artistica nel sud del mondo

Il rapporto con la natura e il paesaggio che si trasforma in campo identitario e sociale è alla base di una nuova rubrica che vuole raccontare uno dei grandi temi dell’arte e dell’esistenza: la relazione dell’uomo con il proprio mondo-territorio

Dopo la Biennale di Venezia, quest’anno declinata nelle sfumature “queer” e “indie” che, anziché esaltare la diversità, ha portato l’altro e l’altrove verso un suo addomesticamento alle più ferree regole del buon museo, la “Modernità” brasiliana sarà anche il tema di una delle prossime mostre della Royal Academy di Londra (in scena nel 2025), ufficializzando definitivamente – anche a occidente, tutti gli artisti dell’Emisfero Sud del secolo passato, investigando la produzione artistica di sei decadi (dagli anni ’10 agli anni ’70) dalle quali sono passati – almeno – altrettanti 50 anni. Insomma, l’ufficialità ci consegna ancora una volta, come del resto è nella sua norma, una storia raffreddata che – nonostante sia utilizzata come boomerang per raccontare le tensioni più attuali, resta fissata alle pareti sicure delle istituzioni, definitiva e cristallizzata.

La nascita dell’immaginario invece, è risaputo, molto spesso avviene in istanze insolite, in luoghi non deputati, periferici, marginali o, ancora, attraverso pratiche o opere che tante volte non sposano lo status quo del “comune senso dell’arte”, diventato problematicamente un senso globalizzato, privato di una propria potenza autarchica e anarchica.

Cildo Meireles, parte della mostra Installations, al Pirelli HangarBicocca, Milano, 2014

L’idea di Tropical Studio, rubrica che incontrerete prossimamente tra le pagine di art-frame, nasce seguendo le esperienze di un’arte “ambientale” nel senso più ampio del termine: una serie di esperienze che possono configurarsi come una ricognizione dello sconfinato concetto di “territorio” e “paesaggio” attraverso i più svariati mezzi di restituzione dell’arte sul tema.

Tropical Studio – mi piace immaginarla così – si proporrà come una sorta di mappa che potrà raccontare le differenti modalità di rapportarsi al nostro mondo, inteso come incrocio di saperi antropologici, di relazioni con la natura, con le problematicità legate a mancate o a false politiche di sostenibilità, indagando “in presa diretta” quello che è il sentire della giovane generazione di artisti del sud del mondo – Brasile in primis, per il suo essere nazione smisurata e emblematica delle questioni più urgenti del presente – rispetto al vivere il proprio pianeta-ambiente, probabilmente uno dei temi più forti di tutti i tempi e connesso al mistero dell’esistenza.

Una rubrica che vuole indagare tanto la “forza della natura” quotidianamente esperibile, quanto il suo sottrarsi costantemente a categorizzazioni di qualunque tipo esse siano: il paesaggio naturale e urbano, l’identità, il vivere quotidiano, si fanno metafore anche di una serie di orizzonti sociali in una forma universale, senza prestare il fianco agli schematismi che hanno accerchiato le ultime pratiche di libertà dell’arte per comprimerle al loro “manierismo”. 

La sala personale di Tunga all'Istituto Inhotim, Minas Gerais, Brazil, ph. Josep Flickr

Così, dalla costruzione di un’idea di “orizzonte” partendo dalla sua architettura, da un genius loci dalle dimensioni continentali, dalla denuncia dello sfruttamento di biomi remoti che non interessano l’opinione pubblica massificata, dalle fabulazioni intorno a fatti di cronaca che hanno cambiato gli assetti ambientali di diverse aree, Tropical Studio sarà una ragnatela di connessioni a unire discipline e a raccontare un panorama delle differenze che si trasforma in una storia comunitaria che rappresenta, da sempre, la volontà umana di indagare il mondo fuori.

Matteo Bergamini
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