Intervista a Lucia Veronesi

Conosco Lucia da vent’anni, e ne ho sempre seguito con fascinazione l’evoluzione come persona e soprattutto come artista. Mi ha colpito subito la potenza dei suoi lavori, all’inizio i dipinti, che ne esprimevano già la grande personalità e il carisma, poi i collage, i video, i tessuti. Il primo quadro che ho comprato in vita mia è proprio una sua opera, che ritrae un paio di scarpe. Lo vedo ogni giorno e quelle scarpe, così usate e in un certo senso “sofferte”, mi ricordano l’impegno quotidiano, la dedizione necessaria, e la tanta strada da fare per diventare un bravo artista. E oggi – alla vigilia dell’inaugurazione della quarta tappa di La desinenza estinta a Ca’ Pesaro – si può dire con soddisfazione che Lucia quel traguardo l’abbia raggiunto, e che questo non sia solo che l’inizio di una meritata fase di grande maturità artistica. Ma facciamoci raccontare da lei questo incredibile percorso.

Nel 2023 hai vinto la 12esima edizione dell'Italian Council: cosa ha rappresentato questo traguardo?

Era da anni che pensavo di partecipare, ma ogni volta trovavo scuse per rimandare all’anno dopo. Forse ero spaventata dal bando complesso, che richiede moltissimi requisiti, o forse non era ancora arrivato il momento.

Ho iniziato a pensarci seriamente verso fine 2022. Per partecipare bisogna essere presentati da un’istituzione, museo o associazione che faccia da garante: così ho contattato Ramdom, di Paolo Mele e Claudio Zecchi, un’associazione culturale con base in Puglia, che in questi anni ha portato al bando vari progetti di artisti vincendo spesso. Ho proposto loro la mia idea; a gennaio del 2023 hanno accettato e da lì è partito tutto. I primi mesi sono stati molto impegnativi per la ricerca di partner culturali, musei, istituzioni pronti a collaborare con noi: infatti il bando richiede che tu li convinca in anticipo a collaborare, a ospitare le tue mostre, eccetera. Perciò devi avere un progetto accattivante già sulla carta. Abbiamo trovato subito in Ca’ Pesaro un forte alleato, disposto, nel caso di vincita, ad accogliere i lavori nella collezione permanente. E poi sono arrivati i partner culturali all’estero e altri musei e spazi.

E poi hai vinto.

Avere finalmente un budget significativo per poter dedicarsi alla ricerca e alla produzione di un nuovo lavoro è una grande soddisfazione: ti permette di intessere nuove relazioni e di far girare il tuo lavoro all’estero, supportata dal Ministero e da Ramdom, che ringrazio di cuore per aver creduto nel mio progetto e per aver fatto sì che si realizzasse. Insieme a loro i partner esteri: il Nordenfjeldske Kunstindustrimuseum MiST (Trondheim, Norvegia), l’Università di Zurigo – Dipartimento di botanica sistematica ed evoluzionistica e Dipartimento di biologia evoluzionistica e studi ambientali (Zurigo), la Goldsmiths University (Londra) insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Oslo e la collezione Luca Bombassei che ci hanno supportati fin dall’inizio. Ma al di là della soddisfazione, c’è una questione artistica: l’arte è sì fatta anche di buone idee, ma ci vogliono i mezzi per metterle in pratica. In tutti questi anni ho visto tanti artisti di valore che sembrano avere capacità e ambizioni artistiche ridotte, solo perché non hanno i soldi per concretizzarle. Perciò è essenziale avere un supporto.

Lucia Veronesi, La desinenza estinta 1, Tessuto jacquard effetto lampasso di trame, 300 x 500 cm. Dettaglio, ph. Francesco Allegretto
Ti appresti ad aprire una mostra alla Galleria d'Arte Moderna di Ca' Pesaro, vuoi raccontarci cosa vedremo?

Ca’ Pesaro rappresenta la quarta tappa di La desinenza estinta, dopo Londra, Trondheim e Zurigo.

Una tappa particolare e speciale per due motivi: Ca’ Pesaro è il mio museo preferito a Venezia, la mia città di adozione, ed è il museo di destinazione dei nuovi lavori, che entreranno a far parte della collezione permanente. Il progetto nasce come ampia riflessione sul rapporto tra l’estinzione delle lingue, la botanica, la storia della scienza nelle sue declinazioni al femminile, e le loro implicazioni socio-politiche. L’ho sviluppato attraverso una fase di ricerca tra Londra, Trondheim e Zurigo; il risultato finale è un’opera d’arte composta da un arazzo e un video. La ricerca è partita da uno studio di Jordi Bascompte e Rodrigo Cámara Leret, dell’Università di Zurigo, sulla relazione tra estinzione delle lingue e perdita della conoscenza medica. Si stima infatti che, in alcune aree del mondo – Nordamerica, Nordovest dell’Amazzonia e Nuova Guinea – il trenta per cento delle lingue si estinguerà entro la fine del XXI secolo: gli indigeni di queste zone si tramandano gli usi delle piante medicinali soltanto oralmente. Molte piante e i corrispettivi usi farmaceutici sono noti solo in certe lingue. Se queste si estinguessero, anche il sapere che custodiscono sparirebbe, e così le piante: continuerebbero a esistere sulla Terra, ma nessuno sarebbe più in grado di riconoscerle, nominarle e usarle. Il sapere medicinale delle culture indigene è quindi fortemente minacciato. È una cancellazione analoga a quella che ha riguardato le donne, scienziate botaniche, i cui nomi e apporti scientifici sono stati rimossi o non riconosciuti. Le lingue stanno alle piante come i nomi delle botaniche stanno alla storia della scienza: parole inghiottite dalle foreste o estirpate dalle enciclopedie.

Basandomi sui dati della ricerca incrociati con ricerche etnobotaniche e raccogliendo materiali su storie minori di botaniche, illustratrici, esploratrici dal Settecento all’Ottocento, ho realizzato un arazzo jacquard e un video in stop motion. Ho voluto lavorare con la tecnica dello jacquard perché il progetto è idealmente connesso ad Hannah Ryggen, una delle artiste norvegesi più importanti del Novecento, che nei suoi arazzi seppe far convergere istanze politiche e soluzioni formali. I primi mesi del progetto iniziato ad agosto 2023 sono stati dedicati alla ricerca tra Londra, Zurigo e Trondheim per poi concentrarsi sulla produzione dei lavori.

La mostra a Ca’ Pesaro si divide in tre parti e in due momenti. Il 21 giugno verrà presentato nell’androne di ingresso del museo il grande arazzo che combina immagini e parole, in una composizione che oscilla tra il figurativo e l’astratto. Dalla foresta emergono piante curative provenienti dal nord est dell’Amazzonia, il cui uso medicinale rischia di essere cancellato e dimenticato perché è legato a lingue indigene uniche, depositarie di quel sapere e in via di estinzione; si vedranno parti di corpi femminili, silhouette di botaniche dimenticate, nomi di piante in lingue indigene, nomi degli apparati del corpo umano collegate all’uso delle piante, nomi delle popolazioni a rischio di estinzione e nomi delle botaniche. A tratti la parola si fa illeggibile scomparendo sullo sfondo, dietro le figure; a tratti, invece, riemerge con il suo pieno significato. L’arazzo diventa così una sorta di manifesto in cui si rende evidente il rischio di un’enorme perdita, di cui l’umanità è la causa e, forse, un possibile antidoto. La corte interna del museo accoglierà parte dei materiali di ricerca che sono stati poi rielaborati per la pubblicazione realizzata con Marsilio Arte. Una sorta di esplosione del libro nello spazio: i testi di Jordi Bascompte e Rodrigo Cámara-Leret, di Richard Evans Schultes e le informazioni estratte da Glottolog, catalogo on line delle lingue, delle famiglie linguistiche e dei dialetti di tutto il mondo fanno da sfondo in bianco e nero per una selezione di immagini che combinano miei collage e interventi grafici di Carmen Malafronte per Marislio Arte.

La stanza accoglie, infine, un piccolo archivio con le biografie delle donne che si sono occupate di botanica dal Settecento al Novecento (presenti anche nella pubblicazione) e la lista completa delle piante, e del loro uso medicinale, prese in considerazione per il progetto.

A settembre invece nella project room verrà presentato il video che unisce immagini di archivio, riprese ad hoc dei giardini botanici di Londra e Zurigo e la tecnica dello stop motion unita al collage. Il video è un viaggio visionario che pone l’accento su alcune botaniche del passato e le loro scoperte scientifiche. 

Lucia Veronesi, La desinenza estinta 3, Tessuto jacquard effetto lampasso di trame, 150 x 250 cm. Installation view, Moca London, ph. Justin Piperger
Quali altri progetti bollono in pentola?

Ho accumulato molto materiale durante le mie ricerche e ho scoperto molte cose interessanti che non si possono esaurire in un solo lavoro, per quanto complesso e stratificato.

I prossimi progetti proseguiranno sicuramente la tematica botanica e la conoscenza medicinale e avranno a che fare con il tessile e il collage. Per ora c’è un progetto di una bipersonale insieme a Laura Pugno, nel 2025 a Torino, nella galleria di Francesca Simondi. Una mostra di cui sono molto contenta perché mi darà la possibilità di lavorare con una bravissima artista e cara amica.

Sto aspettando delle risposte per alcune residenze all’estero, se sarò selezionata potrò di nuovo partire.

Negli anni hai preso parte a molte residenze, vuoi raccontarci come e quanto hanno contribuito ad arricchire o se e quanto hanno segnato il tuo lavoro?

Le residenze d’artista sono fondamentali: andare via qualche mese all’anno per misurarmi con luoghi nuovi, per incontrare colleghi ed evadere dal proprio studio mettendosi in discussione è salvifico.

Sono stata spesso in Nord Europa ma anche in Italia, specialmente al Sud.

Durante questi periodi, non sempre dedicati per forza alla produzione di nuovi lavori, anzi direi più dedicati alla sperimentazione, alla ricerca, alla lettura, alla scoperta e alla conoscenza, ho intrecciato rapporti e amicizie che tutt’ora nutrono e arricchiscono la mia vita e il mio lavoro.

Una delle ultime residenze in Norvegia era interamente dedicata ad artisti la cui ricerca era concentrata sul tessile. Un’esperienza bellissima, intensa, che mi ha fatto crescere e mi ha portato a conoscere nuove tecniche da esplorare e sperimentare.

Ora punto ancora a una residenza al Nord ma anche dall’altra parte dell’Oceano, verso il Sudamerica e l’Amazzonia dove il progetto de La desinenza estinta mi ha indirizzato.

Cosa rappresenta o ha rappresentato per te la pittura?

Mi sono diplomata all’Accademia di Brera in Pittura, molti anni fa. Non ho mai smesso di interessarmi di pittura, di frequentare pittori, di pensare come un pittore (ma come pensa un pittore?). Il punto di partenza è sempre stata la pittura che negli anni si è declinata nel collage, nel video, nell’assemblaggio di tessuti.

Ma quando lavoro con la carta, o realizzo un video in stop motion o cucio i miei grandi banner di tessuti è come se lavorassi con il colore, con il pennello e la matita che vengono sostituiti dal filo. Se penso alle fotografie che stampo su carta cotone, un materiale che esalta la profondità e la granatura del colore, e all’incertezza ambigua polivalente che queste stampe hanno, direi che possono sembrare sia collage che dipinti, sia volumi prospettici che superfici bidimensionali, sia assemblaggi manuali che elaborazioni digitali.

Lo stesso succede nei video, dove la tecnica dello stop motion unita a quella del collage esalta l’idea di manualità e di gesto pittorico senza l’ausilio di altri programmi al di fuori di quello usato per il montaggio.

I collage di tessuti sono spesso realizzati con tessuti recuperati, ma anche stampe che provengono da dettagli di collage con interventi di pittura. E quindi, sì, per me si può parlare di pittura anche in questo caso.

Non ho mai smesso di guardare alla pittura come fonte di ispirazione.

Lucia Veronesi, La desinenza estinta 4, Collage e filo su carta. Installation view at Hannah Ryggen Center, Norway
Quanto importante è la ricerca nel tuo percorso artistico?

Fare ricerca è bellissimo, entusiasmante e arricchente.

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di poter dedicare molto più tempo di prima alla ricerca: si aggiunge a questo anche una maggiore consapevolezza del mio lavoro e una maggior maturità.

Sono sempre stata bulimica nella produzione dei lavori, poi, con il passare del tempo, ho come ribaltato gli addendi della proporzione e ho cercato di dedicare più tempo allo studio e alla ricerca per poter formalizzare al meglio il lavoro. Purtroppo, anzi, direi spesso, non ci sono le condizioni adatte per poter fare questo, e il tempo che si dedica alla lettura e alla ricerca può sembrare un tempo perso perché si pensa già di averne poco per lavorare concretamente, lo si vive quasi con un senso di colpa.

Ad esempio, nella mia ultima residenza in Norvegia la maggior parte del tempo l’ho passato a studiare una meravigliosa biografia di Hannah Ryggen, ma è stato tempo prezioso, fondamentale anche per il progetto dell’Italian Council.

Quanto essere basata a Venezia ha influito positivamente sul tuo lavoro?

Venezia mi ha accolto fin da subito molto bene: c’è una ricca comunità di artisti con cui, grazie agli incontri che si sono tenuti per anni nello studio di Maria Morganti, sono entrata in contatto. Ho conosciuto altri artisti, alcuni dei quali sono diventati grandi amici. A Venezia mi è parso subito tutto più accessibile, più semplice: relazioni umane, confronti, incontri professionali. È una cittadina, visto il numero di residenti al di sotto dei cinquantamila. Ma allo stesso tempo è un crocevia importantissimo per l’arte contemporanea, con musei e fondazioni, molte delle quali fiorite negli ultimi anni, ma soprattutto la Biennale (il motivo per cui sono arrivata a Venezia, e che attira curatori, artisti, professionisti del mestiere). Sembra tutto più a portata di mano. Ho avuto poi la fortuna di trovare lo studio in un luogo meraviglioso della Giudecca, circondata da bravi artisti e amici: siamo come una piccola famiglia sulla quale puoi sempre contare. Come vivere qui poi abbia influito sulla parte concettuale e formale del mio lavoro, non saprei: forse uno sguardo esterno può riconoscere più facilmente certi aspetti. Per me sono molto impliciti: come, ad esempio, il senso dello spazio: Venezia è una città dove il concetto di spazio interno, inteso come luogo privato, è un po’ strano, sembra di vivere in un’unica grande casa, dove non c’è differenza tra interno ed esterno. I rumori esterni sono amplificati, le calli sono strette e vedere attraverso le finestre del tuo vicino è una cosa che accade spesso. A questo lego miei lavori come Gli inquilini, Pandemia domestica, L’inabitabile, Difesa personale, In piena presenza e tutta la serie di video Paesaggio senza titolo.

Anche nei lavori più recenti realizzati con i tessuti il retro e il fronte hanno la stessa valenza e la plastica trasparente cucita ai tessuti crea una relazione con l’ambiente circostante, l’occhio sconfina, invade.

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Elena Casadoro
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