Le fiere alla ricerca del futuro: Art Basel e Liste 2024

Nell’epoca dell’incertezza continua il “riposizionamento” delle fiere globali, Art Basel in primis. Ecco cosa abbiamo visto nell’ultima edizione della manifestazione svizzera

Di fronte ai grandi miti e ai grandi eventi – dalla politica ai cataclismi – le parole si sprecano, sempre. Non fa eccezione Art Basel, fondata nel 1970 da tre galleristi svizzeri incluso Ernst Beyeler, che da allora ha semplicemente conquistato il mondo diffondendosi in tre continenti. C’è chi ne ha viste venti edizioni e chi non c’è mai stato; c’è chi adora fare vip watching del “circo dell’arte” e chi investiga prezzi e partecipazioni; c’è chi si sente sopraffatto dalla vastità della manifestazione (quest’anno 285 gallerie provenienti da cinque continenti contro le 90 degli albori, arrivate all’epoca da dieci Paesi): comunque, Art Basel, non può lasciare indifferenti. Ecco, dunque, che anche in questo caso, offriamo la nostra opinione.

Alla domanda di rito “La fiera è scarica o dinamica?” rispondiamo così: la fiera è una fiera, e Art Basel è una fiera migliore di altre semplicemente perché tra i suoi infiniti muri di cartongesso si scoprono perle che altrove, semplicemente, non è possibile vedere.

Alla sezione Feature, ad esempio, composta da 16 gallerie che offrono “un percorso curato tra le produzioni dei più grandi artisti del XX secolo”, c’è Wendi Norris di San Francisco, la signora delle galleriste globali che si occupano di Surrealismo, e infatti il suo stand tutto dedicato a Leonora Carrington è da sturbo.

Ad Art Basel, nel sovraffollamento umano e di opere, tra pareti piene e tendenze del mercato che non mettono in mostra le ultime ricerche dell’arte contemporanea, si fa una indigestione di storia dell’arte che nemmeno nei migliori musei: Smoker #17 di Tom Wesselmann portato da Levy Gorvy Dayan potrebbe fare invidia alla collezione del Whitney; da Pace invece ci siede su Banc-Salon di Jean Dubuffet, che nemmeno al Centre Pompidou. Poi ci si sposta ad Art Unlimited– che dal 2000 accompagna la fiera al Padiglione 1 della Messe Basel, mettendo in piazza opere monumentali o fuori scala – e in infilata troviamo Jenny Holzer e le sue panchine di marmo rosso Survival (1989) vendute durante la preview a una istituzione museale, le vele installate da Jannis Kounellis in occasione della Biennale di Venezia del 1993, le bandiere bianche per un ideale mondo di pace di Mario Ceroli, installazione monumentale del 1968 portata a Basilea da Cardi che, con un certo coraggio, a Ceroli ha dedicato anche nella sua sede milanese una mostra muscolare per omaggiare uno dei Maestri italiani da sempre rifuggente a categorie e correnti…

Gallery Wendi Norris, Leonora Carrington, Courtesy of Art Basel

Ad Art Basel si vende o non si vende?

Chiaro che si deve vendere, e chiaramente anche da queste parti si fanno i conti con la ripresa post-covid che passa anche per un andamento forse più lento di altre edizioni e per un riposizionamento che ovviamente molto si ripercuote sull’offerta, come rimarcato anche dal CEO delle fiere Noah Horowitz. Morale? Anche a Basilea – a parte qualche timido affaccio di video o fotografia – tutto il mondo va sulla pittura, la pittura ambiente, la pittura installativa e la pittura milionaria dei grandi Maestri: De Chirico, Picasso, Fontana, Kandinsky, tra migliaia di altri pittori.

Il sentimento, insomma, non è tanto quella della sfida ma della sopravvivenza a livelli sopra la media.

A Liste, porta d’ingresso ad Art Basel per le gallerie più giovani, si accede intravedendo il mondo di Unlimited dalle scale mobili, un lampo che scompare nella struttura a cerchio che compone la seconda fiera di Basilea e allo stesso tempo una delle più blasonate “fiere collaterali” del mondo.

E infatti qui si trovano moltissime gallerie che, in altri luoghi, fanno parte delle main fairs: VIN VIN, Clima, Madragoa, Ciaccia Levi, Laveronica e anche Gian Marco Casini, con il bel progetto di Hamza Badran, artista palestinese che riflette sulla nascita del sionismo in Svizzera, o meglio, sul suo essere un “movimento” degno di celebrazione nel Paese elvetico. E lo fa proprio dalle rive del Reno a Basilea, “performando” nella stessa stanza dell’hotel Les Trois Rois dove Theodor Herzl – celebrato teorico di origine ashkenazita – soggiornò nel 1901 lasciandosi pervadere, come recita l’iscrizione che ancora oggi è presente nella struttura, da “Fascino, Ispirazione e Pace”. Un progetto essenziale, che usa il sarcasmo per denunciare la situazione politica più taciuta e più infangata dell’ultimo secolo.

Ma c’è un altro stand che cattura l’attenzione: è della galleria Kogo, che viene da Tartu, nell’entroterra dell’Estonia. L’artista, Elīna Vītola, lettone, offre uno spazio che è curioso a 360 gradi; isola lo stand con zip giganti, a unire i lembi di due tele di dimensioni ambientali: in questo cubo la gallerista, il cui piano di lavoro è la seduta di una barca a remi, veste una tuta progettata dall’artista per essere a sua volta una tela che può essere installata in un quadro-cassetta in tutte le maniere che il collezionista desidera. Il titolo dell’operazione? Common Issues in Painting and Everyday Life, ovvero questioni in comune tra la vita quotidiana e la pittura.

Elīna, con le sue cerniere terra-cielo, mette il dito nella piaga nel problema che attanaglia tanto le fiere quanto le mostre, che da anni è alvo di dibattiti in lungo e in largo nel mondo, tra chi vuole un’arte che sia aulicamente riflessione e concetto, e chi cerca da colori e forme anche emozioni, stupore e divertimento. Sarà che a Liste si nasconde la chiave di volta?

View from Kogo Gallery's stand at Liste Art Fair, Basel 2024, ph. Choreo

Dulcis in fundo, visto che alle fiere si va anche per ascoltare gli ultimi gossip, ecco che si accettano scommesse sul destino di Basilea: stando alle voci – smentite sul nascere dagli addetti ai lavori della fiera – la manifestazione in Svizzera è prossima ad un suo ridimensionamento per riposizionare lo scacchiere dell’arte mondiale nuovamente a Parigi – rinforzatasi enormemente dopo la Brexit, esattamente a poco più di un secolo dopo la presa egemonica di New York e degli Stati Uniti nella produzione del mercato dell’arte globale…Chi vivrà vedrà!

LINK
Matteo Bergamini
Torna in alto