L’umanità fragile e dorata di Yu Hong, in mostra a Venezia

The Asian Art Initiative del Guggenheim Museum di New York porta alla Chiesetta della Misericordia Another One Bites the Dust, indagine sulla condizione umana dell’artista Yu Hong

La struggente indagine sulla condizione umana di Yu Hong, in mostra alla Chiesetta della Misericordia fino al 24 novembre, è il risultato di una eredità complessa; si rivela tra forme in cui si intrecciano lo stile del realismo socialista con cui l’artista si è formata, per poi attingere a piene mani dalle storie della pittura mondiale e dai lignaggi dell’arte antica, moderna e contemporanea: dai fondi oro bizantini e gotici, dalle prospettive e armonie degli affreschi rinascimentali, dall’esplosione delle forme dei corpi del manierismo fino citazioni più attuali, per presentare una descrizione visiva della vita contemporanea, Yu Hong (Xi’An, 1966) non dovrebbe avere bisogno di presentazioni, così come l’istituzione che supporta il progetto e la galleria che sostiene l’iniziativa. Però, facciamole. Si tratta di parte del programma fuori sede dell’Asian Art Initiative del Guggenheim Museum di New York, supportato dall’Asian Art Circle del museo, con la curatela di Alexandra Munroe, Senior Curator at Large, Global Arts, Solomon R. Guggenheim Museum and Foundation, realizzata con il sostegno di Lisson Gallery.

La Chiesetta della Misericordia appare particolarmente generosa nell’accogliere i lavori di Yu Hong; per dimensioni, colori, atmosfere e senso del tempo, che ben si adatta allo stile e al tema delle opere: l’esperienza dell’umanità, nascita, morte, opulenza e miseria, desiderio, sessualità. E soprattutto i corpi, donne e giovani in particolare, corpi sconvolti e contorti, talvolta offesi, protagonisti, loro malgrado e quasi sempre senza un volto, di narrazioni riccamente dipinte, sospesi in anacronistici polittici fondi oro, come figure di anonimi santi e martiri della contemporaneità.

Installation view of YU HONG’s "Another One Bites the Dust," 2024, at Chiesetta della Misericordia for the 60th Venice Biennale. Photo by George Darrell. Courtesy the artist and Lisson Gallery, London/Shanghai.

A discapito di un titolo pop e accattivante, mediamente scanzonato, che richiama la hit anni Ottanta dei Queen, la riflessione che Another One Bites the Dust porta con sé è tutt’altro che leggerezza ed è solo in apparenza di facile e immediata lettura, così ricca di stratificazioni e di citazioni. La prima è proprio lo slittamento di significato nel titolo; originariamente tratta dalla Bibbia di Re Giacomo, l’espressione “mordere la polvere” è usata anche da Lu Xun, autore cinese della prima età moderna, nei cui scritti ricorre l’idea della realtà politica come la tragica ricorrenza di esperienze passate. In Cina, come altrove, la vita è una lotta nella polvere, consapevolmente o con la forza, fino al ritorno alla polvere.

La musica però c’entra, ed ha un valore immenso; è nel paesaggio sonoro immersivo del compositore Nico Muhly che a cicli di mezz’ora, accompagna il pubblico alla partecipazione di questa messa laica in onore della fragile umanità. Da non commettere l’errore di uscire dalla mostra senza averla ascoltata.

L’atmosfera satura di solenne commozione porta a guardare la grande tela The Ship of fool, posta come controfacciata, con un occhio già velato. Un titolo che evoca e omaggia il dipinto La Nave dei Folli di Hieronymus Bosch, un’immagine che parla, ancora una volta, del dramma del nostro tempo.  Ma alla deriva non ci sono i folli intenti a sprecare la vita tra i vizi, come nel dipinto fiammingo, non c’è rappresentazione morale, non c’è il peccato; ci sono gli innocenti per antonomasia, i bambini in cerca di salvezza, da un mondo impazzito, inospitale – dove compare un’altra citazione artistica, una parte del Mare di ghiaccio del romantico Frederich – immersi in un’atmosfera infuocata, al tramonto della civiltà. È forse anche La Zattera della Medusa di Théodore Géricault che, vale la pena ricordare, era ispirato da un tragico episodio di cronaca della metà dell’Ottocento e rappresentava la morte di 140 persone al largo delle coste della Mauritania, abbandonate cinicamente dall’élite aristocratica al proprio destino, su una zattera in balia dell’oceano. Tristi, atroci ricorrenze della storia.

Installation view of YU HONG’s Another One Bites the Dust, 2024, at Chiesetta della Misericordia for the 60th Venice Biennale. Photo by George Darrell. Courtesy the artist and Lisson Gallery, London_Shanghai.

Se non nell’intenzione dell’artista, pur profondamente sensibile all’attualità e impegnata nella narrazione di scene surreali di rovina ecologica, migrazione di massa, disperazione umana e animale, in quella barca popolata di piccoli antieroi alla deriva, prende forse forma la denuncia del vero fallimento del nostro tempo.

È una Crociata di bambini, quella raccontata da Brecht in un disperato, quanto solidale, esodo di ragazzini rimasti soli; è l’allucinazione sottotesto di Vonnegut nel mattatoio della guerra; è l’Elegia per i bambini perduti, opera metatestuale inventata da Valeria Luiselli, al centro del suo magnifico romanzo Archivio dei bambini perduti (sul serio, leggetelo) che descrive un terribile viaggio fatto da soli bambini, in un prossimo futuro, in una parte del mondo non individuabile con precisione. Impossibile, intendo, non leggerci storie di migrazioni, di fuga dalla guerra, di tragedie ormai quotidiane. Un compendio di storia e di orrore, passata, presente e inevitabilmente futura che prima o poi, oltre a creare delle bellissime mostre, dovrà insegnarci qualcosa.

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Chiara Vedovetto
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