A Trento, arte (contemporanea) e sciamanesimo con opere di Beuys, Abramović, Camoni, Spoerri e molti altri

Palazzo delle Albere a Trento ospita Sciamani. Comunicare con l’invisibile, un viaggio tra i linguaggi e gli oggetti delle culture che ancora oggi praticano lo sciamanesimo

Stregoni, allucinati, custodi di cultura millenaria, ponte tra i mondi. Pazzi, visionari, millantatori. E artisti. In un ben congegnato dialogo multidisciplinare la mostra ospitata (anche) al Palazzo delle Albere a Trento, l’antica fortezza-villa rinascimentale nei cui pressi è sorto il MUSE, racconta la figura degli sciamani, concentrando la ricerca antropologica nell’area asiatica, con indagini provenienti dalle culture mongole, siberiane e cinesi che ancora oggi praticano lo sciamanismo.

Nella sezione storica si ritrovano più di cento reperti originali, tra cui costumi rituali, maschere, copricapi, bastoni, strumenti musicali, per la divinazione, per la cura, per comunicare con il mondo degli spiriti. Un patrimonio che ruota attorno alla Collezione di Arte Sciamanica della Fondazione Sergio Poggianella. Con uno sguardo anche al tempo profondo, per rivelare quanto la trasmissione e la comunicazione tra il mondo degli uomini e i mondi degli spiriti, quanto la necessità di rappresentare il sacro e l’invisibile abbiano radici nella natura stessa dell’essere umano. Sono quindi presenti in mostra dei reperti archeologici datati al Paleolitico superiore europeo (parliamo di un tempo tra 40.000 anni fa e i 10.000 anni fa!) che rappresentano figure umane con maschere animali. Uno scorcio suggestivo nella dimensione sacrale degli antenati, molto spesso associata, a torto o a ragione, al tema dello sciamanismo.

E che, vale la pena ricordarlo, riporta anche un dato di estrema importanza: la nascita della rappresentazione, dell’arte per usare un termine forse anacronistico, sia stato scaturito dal senso del mistero e dalla ricerca di un senso estetico. Chiamiamola anche, forse impropriamente, bellezza.

Exhibition view, ph. Matteo De Stefano

Sciamani è un progetto originale che unisce quindi archeologia, antropologia, scienze cognitive e arte contemporanea, nato dalla collaborazione di musei trentini, ciascuno incaricato della curatela di una sezione: MUSE – il Museo delle Scienze di Trento, il METS – il Museo etnografico trentino San Michele e il Mart, il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, da cui nasce la sezione al secondo piano in cui si concentra un’interessante selezione di opere. 40 lavori di 26 artisti lungo un arco temporale di 70 anni (tra questi Ramon Coelho, Jimmie Durham, Bracha Ettinger, Hamish Fulton, Allan Graham, Louis Henderson, Karrabing Film Collective, Attilio Maranzano, Anna Perach, Ben Russell, María Sojob, Alexandra Sukhareva, Alisi Telengut, Franco Vaccari) in percorso espositivo che percorre una rotta sul tema ambientalista, dove a emergono il rapporto con la natura in senso fisico, spirituale, ancestrale, in cui il dialogo con lo sciamanismo è dichiarato o evidente: nel recupero di materiali o gesti rituali, tra le ispirazioni e contaminazioni tra prassi culturali, fino a parallelismi proposti dal curatore Mart Gabriele Lorenzoni e dall’antropologo Massimiliano Nicola Mollona. 

Apre quindi l’esposizione la Difesa della natura di Joseph Beuys, artista sciamano per antonomasia, fornendo la chiave di lettura per tutto il percorso: un suggerimento una convivenza rispettosa e consapevole nella quale gli esseri umani non vivono al di fuori o in antitesi ai mondi animali, naturali o spirituali ma ne sono parte. Analogamente storico e presente anche Alighiero Boetti con Shaman/Showman che (non a caso) si scaglia contro chi è artista e si proclama shaman per notorietà. Tra gli artisti in mostra non poteva mancare la sempreverde Marina Abramović, con la celebre Balkan Baroque(Leone d’Oro alla Biennale del 1997), in cui protagonista è il gesto rituale del raschiamento di 1500 ossa bovine, in una sorta di rito di purificazione che, al tempo, era la pulizia etnica in corso nella ex Jugoslavia, ma può essere usata per qualsiasi guerra, in qualsiasi parte del mondo ed acquistare un significato universale. Oggi, come ieri.

Preziose le testine totemiche di David Aaron Angeli, artista di origine cilena cresciuto in trentino, di Chiara Camoni, anima sensibile, pervasa delle atmosfere silvestri e ancestrali, che plasmando argilla, componendo con fiori secchi e pietre naturali, crea storie che parlano di luoghi e di cura della natura (non ultimo, in mostra fino al 21 luglio al Pirelli Hangar Bicocca). L’indagine con il sacro è in bianco e nero nella “lezione” di Suzanne Lacy in Anatomy Lesson #1: Chickens Coming Home to Roost (for Rose Mountain and Pauline) del 1976 in cui Lacy esplora la relazione tra identità e corpo biologico di genere attraverso il linguaggio, le narrazioni popolari e la scienza medica.

Exhibition view, ph. Matteo De Stefano

Arte, alchimia, antropologia si intrecciano nelle opere dell’artista-terapeuta Claudio Costa, mentre Angelo Filomeno ricama una Shaman Necklace (sea fans and skull), 2015 evocando atmosfere arcaiche e tribali. È un confronto tra l’umano e l’animale quello di Daniel Spoerri, dove un teschio tibetano e una maschera rituale polinesiana sono associate ai disegni a comparativi della fisionomia umana.

È un film che segue diversi rituali articolati intorno ai temi del corpo, del linguaggio, della morte, del sogno quello realizzato da Mali Weil Rituals | The Mountain of Advanced Dreams. Le immagini sciamaniche della tradizione coreana le protagoniste delle opere di Si On, in un dialogo tra archetipi e inquietudini contemporanee.

Un successo meritato, che è valso la proroga della mostra fino al 6 ottobre 2024.

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Chiara Vedovetto
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