Un’approfondita indagine del concetto di debito come radice della società umana
La portiera di una macchina della guardia di finanza, un portasigarette di metallo con una stampa scolorita, una decina di brandine per accogliere i bisognosi. Un armadietto di un vecchio spogliatoio pieno di fumetti di Topolino degli anni Novanta, un servizio di bicchieri di cristallo, quella che una volta era stata una cucina. Un frigo rotto, un cestino pieno di pagine strappate dai vecchi quaderni delle elementari. Tutto è coperto di polvere, al punto che passando da uno spazio all’altro, senza distinzione, si fa fatica a respirare. Tutto ha avuto una sua funzione, anche solo per poco. Tutto ha una storia: ogni singolo oggetto è appartenuto a qualcuno ed è stato buttato, aggiungendosi all’enorme pila di rifiuti che tutti insieme produciamo anche mentre sto scrivendo.
Entrare al Monte di Pietà di Christoph Büchel negli spazi di Ca’ Corner della Regina, – sede veneziana di Fondazione Prada e monte dei pegni dal 1834 al 1969 – è come sgattaiolare di nascosto in un palazzo abbandonato e, con la stessa curiosità di chi rompe le regole, esplorarne ogni angolo, ogni oggetto – forse anche con la volontà di trovare l’errore, il momento esatto in cui la rappresentazione si tradisce, e si manifesta per quello che è: finzione. Ma quella rivelazione non arriva mai, perché quel che vediamo, seppur messo in scena, è reale: è come se quel palazzo abbandonato non appartenesse ad uno sconosciuto, ma a noi stessi. È come se quegli oggetti raccontassero la nostra stessa storia, quella di tutti noi. La storia del sistema capitalista in cui viviamo che, in un futuro prossimo, finirà per fagocitare sé stesso e crollare, lasciando solo macerie di oggetti inutili e desideri indotti di cui ormai riconosciamo tutta l’insensatezza. Si tratta di uno sguardo sul futuro attraverso i rifiuti del passato; un’indagine sul concetto di debito intrinseco nella società contemporanea. Un debito economico, ecologico, sociale, culturale ed etico che abbiamo ereditato alla nascita, e che ci prepariamo a lasciare alle prossime generazioni.
Senza soluzione di continuità navighiamo questo spazio onirico, abbandonato, sospeso tra passato e presente, decadente e opulente come un Compro Oro, passando da un ambiente all’altro: una mensa dei poveri, la cappella di una chiesa, la stanza di un albergo, un pub veneziano dove ritrovarsi a guardare la partita del Venezia FC, un ufficio con gli schermi sintonizzati su una live-cam sulla striscia di Gaza, un night club, un parrucchiere, un ristorante con una lunga tavolata apparecchiata con 13 sedute come per l’ultima cena con il cibo lasciato a marcire. Più si va avanti, più ogni aspetto delle nostre attività quotidiane sembra perdere di senso di fronte all’evidenza di un sistema malato, corrotto e perverso, che noi stessi abbiamo creato e che continuiamo a portare avanti, allucinati dall’apparenza, dall’accumulo e dallo status symbol. Con Monte di Pietà Christoph Büchel mette l’osservatore di fronte all’unico vero baratto di cui l’umanità si è fatta carico: quello dell’equilibrio con la natura e della vita stessa in cambio di macchine, ristoranti e fast food, schermi, sigarette, fast fashion e un’infinità di altri oggetti di cui non abbiamo bisogno.
Alla fine del viaggio, la rappresentazione si è fatta così trasparente, così priva di cornice, che il fuori è come dentro, e viceversa. Non si può davvero uscire da Monte di Pietà. Tornati alla “realtà” si schiude un mondo polveroso, consumato da sé stesso, sfigurato dall’over-tourism. Una dopo l’altra si susseguono attività commerciali e ristoranti posticci, scenografie fittizie che si estendono per chilometri, fagocitando l’intera città. Messa alle strette, la “realtà” si svela per quella che è: nient’altro che rappresentazione.




