Armando “vulcano” Testa

A colloquio con Gemma De Angelis Testa, in occasione delle mostre di Ca’ Pesaro Venezia e alla Galleria Continua a San Gimignano che celebrano il genio di Testa, artista e pubblicitario che ha segnato la storia del nostro paese.

La mostra di Ca’ Pesaro a Venezia mostra un lato di Armando Testa particolarmente significativo, ma forse meno noto al grande pubblico, che tende ad associare la sua figura essenzialmente al geniale pubblicitario. Da quali riflessioni siete partiti per spiegare il suo lavoro che spazia in ambiti espressivi molto ampi?

Il modo in cui Armando Testa riusciva a cogliere la realtà circostante e le sue tendenze, molto spesso anche ad anticiparle e a prevederle, rende la sua produzione artistica attuale e capace di dialogare con la nostra contemporaneità. Era quindi importante offrire al pubblico una visione quanto più ampia possibile della sua opera, e l’articolazione degli spazi di Ca’ Pesaro ci ha permesso di dare ampio respiro ad ogni tecnica in cui Armando si è cimentato, dalla produzione cartellonistica alla pittura e al disegno, passando per la scultura, la fotografia, il mezzo televisivo e il design.

Con Tim Marlow ed Elisabetta Barisoni ci siamo trovati subito d’accordo nel costruire il percorso espositivo partendo dalla pubblicità per accompagnare il visitatore alla scoperta e riscoperta dell’universo creativo di Armando. Abbiamo così deciso di esporre dei manifesti che tenessero conto sia dell’evoluzione grafica sia di alcuni temi ricorrenti, come ad esempio la commistione animale/macchina e animale/oggetto, la fusione tra astrazione e rappresentazione o la presenza di un surrealismo giocoso. Poi abbiamo proseguito con i caroselli e le sculture di Pippo, di Gessetto e del Punt e Mes, con le sue declinazioni pittoriche. La seconda parte della mostra si focalizza sulla produzione artistica meno nota come le fotografie sulle dita, le sperimentazioni sul cibo e sugli animali, i tributi a Mondrian, i disegni, le tele e la serie sulla Croce. Tutto questo per mostrare quanto la parte pittorica e artistica fosse significativa nel suo processo creativo.

E il focus sulle dita alla Galleria Continua?

La mostra a San Gimignano deve essere immaginata come una digressione artistica, una sorta di corollario a tema della mostra veneziana. Con Galleria Continua, che rappresenta Armando Testa da alcuni anni, abbiamo pensato a questa mostra tematica in concomitanza con quella di Venezia con l’intento di testimoniare l’immenso genio creativo di Armando. La sua produzione artistica è costellata da alcuni soggetti ricorrenti, e uno di questi è proprio il dito, che, dopo la sua scomparsa, non era mai stato affrontato in forma monografica. Inoltre, ad Armando piaceva studiare infinite variazioni su uno stesso tema, e spesso diceva che per sentire il massimo di libertà nel disegno, doveva avere un tema.

Da cosa nasce questa sua predilezione per tale parte del corpo?

Probabilmente dai suoi inizi in tipografia, all’epoca la composizione avveniva a mano, e poi il fatto che riteneva che il dito possedesse una bellezza formale al di sopra dell’orecchio e in diretta competizione con l’occhio. Nel 1987, in un’intervista realizzata da Antonella Barina per L’Europeo, aveva dichiarato che era una sfida scegliere “un tema meno nobile, meno artistico, ed eleggerlo a propria musa”. La sua strategia era quella “di prendere un oggetto dei più comuni e fargli succedere qualcosa, stravolgerlo in modo da toglierlo dalla sfera degli automatismi e ridargli vitalità”.

Armando Testa, vista della mostra, 2024, Ca’ Pesaro Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Venezia, foto Matteo De Fina
Raccontare storie è sempre stato uno dei compiti degli artisti per secoli, nel caso commissioni di natura religiosa, politica e, dall’Ottocento, commerciali. Lei ha avuto la fortuna di vivere a fianco a Testa per molto tempo. Era un uomo di storie e di racconti non ordinari anche nella vita quotidiana?

Armando aveva un’enorme allegria, curiosità e amore per la vita. Aveva la facoltà di osservare le piccole cose di tutti i giorni con un occhio singolare. Era simpatico e di un’ironia graffiante, al di fuori dei luoghi comuni. Le persone lo incuriosivano tremendamente e parlava con tutti e ovunque – sui treni, con i tassisti o con i camerieri dei ristoranti – riempiendo gli interlocutori di domande. E riusciva a trarre storie avvincenti anche dalle persone semplici. Aveva il gusto per la provocazione ed era conteso nei cosiddetti salotti buoni, però se si stufava o se avvertiva discorsi scontati, poteva creare scompiglio. Era un rischio che i padroni di casa sapevano di correre…

Ci può raccontare qualche episodio?

In occasione di una serata che verteva sulle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo particolarmente lunga, Armando, annoiato dopo tanta discussione, intervenne dicendo: “Ma poi, alla fine, cos’altro ha scritto questo Jacopo Ortis?”. Quando lui faceva queste battute c’era chi lo adorava e gli dava corda, mentre altri intuivano la provocazione capendo che era giunto il momento di cambiare argomento. Parte della borghesia, però, rimaneva disorientata. O, ancora, invitato a una cena placé, intuì quasi subito dal tono formale delle conversazioni che non sarebbe stata una serata brillante. Poiché si stava annoiando mortalmente, a un certo punto attirò l’attenzione con una provocazione, tanto inopinata quanto sorprendente, dicendo: “Io ieri sera volevo dedicarmi all’onanismo”. Silenzio imbarazzante. Dopo un attimo di sgomento la padrona di casa, colta l’ironia delle sue parole, ruppe spiritosa il silenzio: “Come è finita, professore? Ha poi eseguito questa pratica solitaria?”. E Armando rispose: “A dire il vero mi sono distratto e non ci ho più pensato!”. Inutile dire che la serata prese un’altra piega.

Armando Testa, Ritratto con Matita, foto Gemma De Angelis Testa.
La produzione pubblicitaria di Testa si è caratterizzata da una spiccata e istrionica pluralità linguistica, che gli ha consentito di spaziare dall’astrazione al surreale, dal pop ad aspetti più concettuali. Che ruolo ha avuto la scelta, programmatica, di non avere uno stile personale nel suo lavoro prettamente artistico?

Questa scelta riflette la sua innata e inarrestabile curiosità, che lo ha spinto ad esplorare continuamente i mezzi espressivi sia nella sua produzione pubblicitaria che in quella artistica. Come aveva dichiarato lui stesso, “uno stile ben distinguibile è una comodità creativa. Io ho scelto l’altra strada, sempre pronto a sposare le idee più recenti nel campo della visualizzazione”. Nella sua ricerca visiva questa libertà era essenziale, essendo lui mosso dall’ansia “di conoscere sempre quanto c’è di nuovo, da una curiosità non vincolata da barriere, ma libera di svolazzare in tutti i campi; che poi è il primo scalino della creatività.”

Quanto è stata importante la parola, sia nella forma scritta che come concetto o titolo dell’opera?

Il rapporto tra immagine e parola può nella sua produzione trasformarsi in un ironico gioco visivo testuale, come nel caso delle cartoline in cui l’uovo al tegamino diventa il paesaggio dell’Isola di Breakfast, o delle serigrafie sugli animali come Marabù dell’Alto Kenya, in cui un dito dall’unghia laccata di rosso diventa un uccello africano. O talvolta coincidere nell’opera stessa, come nel caso di Punt e Mes, dove parola e immagine si fondono regalandoci un’opera dallo straordinario potere visivo. In un suo saggio Stefano Bartezzaghi ha spiegato come per Testa siano centrali “le analogie morfologiche tra le forme del mondo, i doppi sensi linguistici e gli accostamenti incongrui”. Il suo è così un gioco “nel campo della parola, in quello della figura o, molto spesso, su entrambi.”

È un approccio che ha intimamente molto a che fare con l’arte concettuale…

Rispetto ai suoi colleghi, che visitavano i supermercati per esigenze lavorative, Armando frequentava le gallerie d’arte e i musei. Era uno scatto in più che gli consentiva di comunicare proprio con tutti e di proporre al suo pubblico esperienze visive che la gente avrebbe potuto vedere solo nelle gallerie d’arte. Insegnava al pubblico, tramite la grafica pubblicitaria, quello che l’arte, generatrice di fantasie, voleva esprimere.

Lei è una collezionista molto attiva, anche pubblicamente. Com’è stato collezionare opere con un vulcano in casa?

Il Vulcano però non amava collezionare. Sosteneva che le opere si dovessero vedere nei musei o nelle gallerie, e che le pareti di casa dovessero restare bianche come le pagine di un album da disegno. Immagino che la sua creatività avesse bisogno di questi spazi immacolati per svilupparsi in libertà. Insieme acquistammo pochissime opere, ad esempio il Senza titolo di Gino De Dominicis che ho donato a Venezia, ma si è trattato di casi eccezionali, frutto di un innamoramento da parte di entrambi. Aver vissuto molti anni accanto a mio marito Armando mi ha infatti permesso di sviluppare notevolmente il mio pensiero artistico.

Com’è cresciuta questa sua passione?

La mia storia personale come collezionista inizia nel 1993 con il Castello di Rivoli, quando scelsi le prime opere con l’intenzione di destinarle in comodato d’uso al museo. Tra queste, lavori di Tony Cragg, Ettore Spalletti, Julian Schnabel, Pier Paolo Calzolari, Francesco Clemente, Gabriel Orozco e Anselm Kiefer. Considero le opere d’arte come uno spazio di condivisione, poiché invitano a riflettere e rendono partecipe chi le guarda delle loro storie. Da qui ha preso forma il mio amore per l’arte, che è cresciuto di pari passo con il mio desiderio di contribuire a sostenerla.

Armando Testa, Lord Finger, vista della mostra, 2024, Galleria Continua, San Gimignano, foto Duccio Benvenuti
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Daniele Capra
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