Siamo alla XIV edizione della notte dedicata all’architettura, alle arti e al design della marchigiana Marzocca di Senigallia, quest’anno dal titolo ROVINE&RIPARI
Una maratona di talk della durata di 12 ore, dalle 18 alle 6 del mattino, con tuffi nel mare al tramonto o all’alba, un servizio di ristorazione — curato da Pandefrà e Varnelli — su spiaggia con panini, piadine, amari, acqua, vino ma soprattutto un grande alleato, il caffè…Tutto questo è possibile grazie a Demanio Marittimo, manifestazione che esiste da ben 14 anni e che si è tenuta a Marzocca di Senigallia, nelle Marche, sul litorale al Km-278. Proprio di fronte alla spiaggia si trova uno dei ristoranti più blasonati d’Italia: il due stelle Michelin Madonnina del Pescatore dello chef Moreno Cedroni, che ha appena compiuto 40 anni di attività, e della moglie Mariella Organi, che si prende cura degli ospiti. Un luogo magico dove farsi trasportare, grazie a un menù soprattutto a base di pesce, in luoghi lontani ma anche per riscoprire le proprie radici, sulle tracce del più grande esploratore del passato, Marco Polo.
Appena arrivati a Marzocca di Senigallia ci accoglie il busto dedicato a Ubaldo Fiorenzi, che alla fine degli anni Trenta decise di trasformare questo paesino in un luogo di villeggiatura, spostando la ferrovia a monte e progettando i primi villini affacciati sul mare. Li fece costruire con una particolare tecnica che inventò lui stesso: impastava il cemento con i piccoli ciottoli del litorale e colava il composto in casseforme di legno.
Questa storia sottolinea come anche Marzocca abbia un legame con l’architettura di lunga data. Non è quindi un caso che proprio qui Cristiana Colli e Pippo Ciorra abbiano ideato questo format particolare che cuce insieme conversazioni su arte, architettura, design, culture, storie e geografie.
I 15 incontri sono suddivisi su due palchi, dal nome “Rovine” e “Ripari”, che accolgono in totale 52 relatori. Gli invitati sono architetti, artisti, storici dell’arte e dell’architettura, direttori di musei, curatori, filosofi, critici letterari, ricercatori. Il titolo stesso, ROVINE&RIPARI, vuole spronare il pubblico a interrogarsi su questioni di spessore, guardando al passato non con sguardo nostalgico ma con l’atteggiamento di chi è pronto sia a salvare ciò che è stato già costruito sia a rimboccarsi le maniche per trovare nuove soluzioni di convivenza.
Il primo palco si riferisce a «una produzione accelerata di rovine, prodotte da guerre e catastrofi, ma anche dalla velocità con cui il tempo trascorre per la cultura occidentale, trasformando qualsiasi reperto in archeologia». Il secondo palco allude alla necessità di «trovare forme diverse di riparo/protezione per comunità e individui sempre più fragili e di collegare il concetto di riparo con quello di riparazione, intesa come antidoto all’iperconsumo, risarcimento, mitigazione delle diseguaglianze».
Così afferma Cristiano Colli: «La corte sul mare con gli schermi davanti all’Adriatico – idealmente ai Balcani e alle culture del Kosovo, raccontato nelle sue metamorfosi – ha accolto una comunità sempre più ampia e sempre più attenta. Grandi questioni come l’eredità del patrimonio, l’ecosistema, la postura curatoriale, la dimensione tecnologica che invade vite intelligenze e comportamenti, il progetto come costruzione estesa, hanno innervato il flusso intorno a parole impegnative e dense. Rovina e riparo sono diventate nella notte di Demanio paradigmi del futuro, speranze, l’alba di nuove consapevolezze e responsabilità».
La serata si apre con l’omaggio al Maestro del Territorio, quest’anno Guido Guidi: al fotografo verrà infatti dedicata un’importante retrospettiva al MAXXI alla fine del 2024.
Uno degli interventi più interessanti si è focalizzato sull’eredità di Guglielmo Marconi, con Andrea Borgnino di Rai Play Sound e Cosimo Accoto, filosofo della Tecnologia, come relatori.
Per il centocinquantesimo compleanno di Marconi, Borgnino fa un excursus sui momenti topici nella storia della radio: nel 1929 il lancio da parte di Marinetti della Radio Futurista; a luglio 1943 l’uso da parte degli americani sbarcati in Sicilia di Radio Bari per aiutare i partigiani a comunicare in codice, soprattutto con il Programma “Italia combatte” sui cittadini italiani contro i nazifascisti; il ricordo di Giorgio Pressburger che creò una versione radiofonica del quadro Giochi di bambini di Brueghel, grazie al supporto delle voci di 40 bambini. Borghino ricorda poi la prima volta che una radio pirata non venne usata per trasmettere musica: Danilo Dolci decise con la “Radio dei poveri cristi” di raggiungere tutte le case degli italiani. Il figlio di sei anni venne incaricato di suonare con il flauto il corrispondente, in codice Morse, della parola SOS. Siamo all’indomani del terremoto del Belice e “si sta compiendo un delitto assurdo…facendo spegner l’intera popolazione della Sicilia occidentale. Le baracche non reggono…Lo Stato italiano ha sprecato miliardi in ricoveri affastellati ma tutto poteva essere ricostruito. Le mani capaci ci sono, ci sono gli uomini che vogliono lavorare”.
L’intervento Storie dal sottosuolo. Pompei commitment mette a confronto le esperienze di Andrea Viliani, Direttore del Museo delle Civiltà di Roma e di Davide Quadrio, Direttore del MAO di Torino. Viliani parla di un ecosistema fragile, di una Pompei che, tuttavia, con la stessa potenza immaginativa di Atlantide, riesce ad aprire il varco a un futuro “progettabile grazie alle intuizioni”. Il concetto di “commitment” viene letto come l’impegno e la responsabilità di prendersi “cura del passato”, ricalcando le parole di Salvatore Settis in conversazione con Chiara Costa, Head of Programs di Fondazione Prada, e lo spirito della mostra Recycling Beauty. Se luoghi unici come Pompei possono addirittura inaugurare esempi di “smell archeology” – le polveri piroclastiche potrebbero aver salvaguardato le particelle organolettiche contenute nei reperti – dandoci un saggio dei profumi del passato, il bene culturale deve essere esperito come qualcosa di vivo e “rizomatico”. I beni culturali con il loro bagaglio di indizi, tecniche di produzione, influenze culturali, odori possono darci gli strumenti per affrontare l’avvenire in maniera più consapevole e coraggiosa. Davide Quadrio, alla direzione del Museo dell’Arte Orientale, vede la collezione di circa 2.000 oggetti come un “gateway” — un portale verso altri mondi — e cerca di destrutturate l’idea di reperto archeologico effimero e statico. Lavora sulle stratificazioni e sulle storie che ogni oggetto racchiude, quale portato del tempo e del luogo di creazione, sprona la riattivazione di questi livelli nascosti grazie al coinvolgimento di artisti contemporanei. Come ha anche fatto Andrea Viliani, problematizzando il modo di esporre oggetti, lascito identitario di culture lontane, non concepiti per essere “esibiti in vetrina”, o sollevando questioni sulla decolonizzazione di uno sguardo rapace, sulla restituzione alle comunità dei manufatti legati a culti secolari e alle proprie radici.
In ultimo, è stato possibile riflettere sul portato di Manifesta nella città di Pristina, grazie alla presenza del suo sindaco-architetto Perparim Rama che vede nell’arte uno strumento di affermazione internazionale e di scambio diplomatico. Lo stato del Kosovo è neonato — è stato istituito 16 anni fa —, il 70% popolazione è molto giovane (sotto i 35 anni) e punta a costruire nuove narrazioni. Nonostante ciò, il ruolo del patrimonio nell’affermare che il popolo kosoviano esiste da molto prima rispetto alla costituzione ufficiale dello stato è fondamentale. A 10 km dalla capitale è stato scoperto un sito archeologico antico: la città di Ulpiana con la sua grande basilica è stata fondata nel II secolo d.C., durante l’impero di Traiano, poi rinnovata nel VI secolo sotto Giustiniano e fu uno dei centri principali nella storica regione della Dardania.
Sul tema sono stati invitati a parlare gli artisti Sislej Xhafa, Artan Hajrullahu e Blerta Hashani insieme al critico Alex Fisher. Tra le iniziative artistiche fondamentali per Pristina si contano Hangar e Autostrada Biennale, curati da Leutrim Fishekqiu e Vatra Abrashi. Hangar è un centro per l’arte contemporanea che presenta molte attività pensate per la comunità e si è installato nell’area di 2 ex campi militari. Il team da 4 persone è cresciuto fino a raggiungere 17 unità.
Così chiosa infine Pippo Ciorra: «Come ogni anno Demanio si è chiuso al sorgere del sole. La sensazione, stanchezza a parte, è duplice. Da un lato la malinconia per un’architettura appena nata e già pronta a scomparire, inghiottita dalle regole del riciclo. Dall’altra l’orgoglio per aver costruito un altro frammento di un discorso sullo spazio e sulle idee che invece dura e durerà anni. Un discorso che ha l’ambizione rara di ragionare sulle cose e farle allo stesso tempo, come quando si scrive la storia, in questo caso molto piccola, mentre la si fa».
Sono stati gli studenti della SAAD, Scuola di Architettura e Design dell’Università di Camerino – che conclude a Demanio Marittimo le celebrazioni per il suo trentennale – a concepire e realizzare la struttura che ha ospitato l’evento. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato OLTRE di Fatijon Ademaj, Michele Forti, Qendron Mema, Gloria Seri, Elisa Valori. Il progetto risulta armonico e minimale — una struttura temporanea ad hoc, che può donare ristoro il giorno successivo all’evento, prima dello smantellamento, con le sue vele bianche —, eppure ha una grande pecca: le panche senza schienale per una nottata all’insegna delle arti, se hanno il merito di non farti addormentare, non aiutano neanche la concentrazione e mettono a dura prova la schiena.
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