SUPER FRESH: ARENA FOR A TREE 

Bharto, Scaramuzza e ananke.yes, tre musicisti per la scultura anfiteatro dell’artista Klaus Littmann sull’Isola di San Pietro di Castello

Lo so, ci eravamo già salutati e dati appuntamento a settembre, ma lo scorso 19 luglio ho assistito a un evento che non potevo non raccontarvi.

Tutti noi conosciamo Venezia. Principalmente la esploriamo passeggiando per le calli e le fondamente; in pochi hanno la possibilità di vederla dal punto di vista dell’acqua. In una sua intervista, Yuri Ancarani, autore del film Atlantide, descriveva Venezia in questo modo: “Credo sia una di quelle città che tutti abbiamo la sensazione di conoscere, e che alla fine non conosce nessuno. È un luogo inaccessibile per tanti aspetti”.
Questa è la stessa sensazione che provo anche io, che la vivo ogni giorno. Muovendoti al suo interno, hai sempre la percezione che quello che vedi sia solo una piccola parte di ciò che in realtà sono Venezia e la sua laguna. Qui, l’essere umano si sente limitato, ha dei confini precisi che pesci, gabbiani e gli altri animali, invece, non hanno. L’acqua è l’ostacolo più insidioso da affrontare perché è lì che noi individui riusciamo a muoverci liberamente e con rapidità solo con un’imbarcazione. Anche a Venezia per farlo è necessario un barchino, proprio come nel film Atlantide, e per mia grande fortuna conosco qualcuno che ne possiede uno.

Appuntamento alle 18:30. Sono in attesa, seduto su un piccolo molo di legno alla fine di una lunga calle, vicino al Museo Ca’ Rezzonico, il museo del Settecento di Venezia. Lì, dove i capolavori di Tiepolo arricchiscono le sale, Alessio, un mio caro amico, mi viene a prendere con Minerva, il suo barchino. Salgo a bordo e poi via per il Canal Grande, oscillando a ogni onda che taxi e vaporetti lasciano sulla nostra strada. Il sole è ancora alto e tutto è così splendente da sembrare una fotografia.
Maglia e pantaloni sono già bagnati; gli schizzi ci colpiscono in continuazione. Il vento soffia e, sulla pelle, quell’acqua si asciuga rapidamente lasciando dei piccoli aloni di sale. Prima dei Giardini di Sant’Elena, l’unico parco della città, prendiamo un canale che taglia Venezia in due e ci porta dritti fino all’Isola di San Pietro di Castello, o come la chiamano i veneziani, San Piero de Casteo, una delle isole più antiche di Venezia, ma anche una delle più autentiche. Il sole inizia ad abbassarsi e, dopo un lungo sfilare di ponti di legno e barche ormeggiate, il canale si apre nella laguna. È lì che vediamo ARENA FOR A TREE (Arena per un albero), l’intervento artistico di Klaus Littmann. Incastonata sullo sfondo dello storico Arsenale Nord, l’installazione temporanea si erge come un’arca con un unico protagonista al suo centro: un albero. Da lontano, la struttura sembra una capsula contenente un seme germogliante. Da vicino, è allo stesso tempo scultura, architettura e podio. La struttura è composta da doghe di legno curve che si elevano per sette metri, creando una tribuna perfetta di tre file di posti a sedere. Solo cinquanta persone alla volta, non una di più. Littmann vuole creare un’esperienza intima a chi entra lì dentro. Al centro è stato piantato il cipresso calvo (Taxodium distichum) con le radici immerse in una vasca d’acqua. Nonostante il suo habitat attuale si estenda principalmente su vaste aree dell’America centrale e meridionale, lo spettro imminente del riscaldamento globale suggerisce la possibilità che si radichi anche in Europa.

Arena for a Tree, San Pietro di Castello, 2024

Il cipresso calvo ha una capacità eccezionale di pompare fino a 800 litri di acqua alluvionale al giorno, di raffreddare l’atmosfera circostante, di resistere a venti e uragani e alle estreme temperature, rendendolo particolarmente resistente alle sfide del cambiamento climatico e a quelle affrontate da Venezia in particolare. Una scultura naturale che diventa il messaggio da lanciare a un’intera comunità.

Leghiamo la barca agli anelli di metallo posizionati sulle sponde adiacenti all’installazione, lasciamo Minerva ed entriamo nella struttura. Oltrepassiamo la vasca centrale, camminando su grandi pietre di fiume e prendiamo posto all’interno dell’auditorium. Il sole è calato, l’atmosfera intorno si fa sempre più dorata. Immaginate di essere su una piattaforma in mezzo alla laguna, lontani dalla Venezia che tutti noi conosciamo, soli con altri trenta sconosciuti, respirando quella tensione tipica pre-concerto. Un concerto esatto, perché lì dentro, quella sera, si esibiscono tre musicisti e cantautori: Bharto, Scaramuzza e ananke.yes.

In questa occasione, i tre artisti e il pubblico sono seduti sulle gradinate di quel teatro galleggiante. Non c’è nessun palco e tutti i nostri sguardi sono rivolti al centro di quel magnifico spazio, occupato dalla pianta. In un’atmosfera intima e raccolta, le voci e le chitarre degli artisti risuonano, una dopo l’altra, all’interno di quel guscio, inneggiando a un senso di condivisione e profana sacralità. Un omaggio di musica e parole per celebrare la natura e la creatività dell’essere umano, che forse, poi, non sono due cose così lontane.

A colpirmi è soprattutto l’esibizione di Scaramuzza e Bharto, le cui voci e chitarre si alternano perfettamente in un “grido silente”, per citare uno dei brani dello stesso Scaramuzza. Le parole di questo cantautore ci penetrano delicatamente e qualche brivido percorre la pelle. L’albero si muove e ondeggia, mosso dal vento, o (forse) da quella melodia. Sono testi sinceri e veri, immagini che parlano del vissuto di tutti noi, di persone semplici. Dentro quei brani si nascondono relazioni, storie e personaggi che Scaramuzza ha incontrato nella sua vita e nei suoi viaggi. A brani passati, vengono presentati alcuni pezzi inediti di un album che è ancora in lavorazione. L’aria si rinfresca e, a fianco a me, una signora si commuove, facendomi capire che quella di Scaramuzza è una musica capace di parlare a generazioni diverse.

Arena for a Tree, San Pietro di Castello, 2024

“Abito lo spigolo, rimango all’angolo, affezionato ai lividi, incatenato ai limiti, con buchi di filo spinato. Con buchi di filo spinato.
E sanguino ancora sopra prati che voglion fiorire, disinfetto ferite col sale, questo mare dovrà pur finire. Questo mare dovrà pur finire.
”

Un testo così vicino a noi che non si capisce se a parlare sia il giovane cantautore o l’albero. Un canto che sembra un monito di quello che sta accadendo alla natura.

Con questi versi termina questo mio racconto, una perfetta conclusione che descrive la scena a cui, noi pochi fortunati, abbiamo avuto il piacere di assistere.

Ringrazio ancora l’European Cultural Centre Italy per l’invito e per aver organizzato questa splendida serata.

SUPER FRESH torna a settembre, questa volta per davvero.

LINK
Alessio Vigni
Torna in alto