Tropical Studio #2: Gabriel Jaguaribe Giucci, il paesaggio è politico

Entrevista original abaixo

Incontro Gabriel Jaguaribe Giucci (1987) in un curioso studio ricavato negli ambienti di una piccola casa in zona Cambucí, zona residenziale nel centro di San Paolo. Alle pareti e sul pavimento le tracce degli ultimi anni di lavoro passati qui. L’artista da tempo lavora con la Galleria Leme, realtà attiva a San Paolo dal 2004, situata in un iconico edificio progettato dall’architetto Paulo Mendes da Rocha in zona Butantã, dove ha recentemente realizzato la sua ultima personale, intitolata “Palmeira Arcaica”; una composizione di dipinti che raccontano di luoghi, nella fattispecie spiagge, antecedenti il “paesaggio”: una visione tropicale che cerca di situarsi prima della nascita dell’immaginario dei tropici, in una pittura apparentemente semplice, ma piena di stratificazioni simboliche e implicazioni storiche e politiche…

Hai un cognome italiano, ma anziché carioca pensavo fossi baiano!

In verità la mia famiglia paterna dall’Italia si spostò in Uruguay, mentre la parte materna é dello stato di Ceará, da dove viene il mio cognome, Jaguaribe. Fu mio padre a trasferirsi a Rio de Janeiro. Forse è per questa discendenza che sento una forte relazione con i pittori del passato, tra cui alcuni italiani; amo le pitture di paesaggio del Quattrocento e la tradizione europea ha una voce importante nella mia pratica, ma io la utilizzo per le questioni relative al Brasile: direi che uso un canone europeo applicato alla tropicalità, per costruire una visione della nazione-Brasile.

Hai già risposto a una domanda che avevo in mente: pensiamo sempre alla questione del paesaggio europeo, a Turner, agli Impressionisti...ma chiaramente esiste anche un canone tropicale, sei d'accordo?

Penso che ci sia una grande tradizione paesaggistica brasiliana, ma per quanto mi riguarda la scuola, le fonti di riferimento, sono europee. E non ho nulla contro questi esempi, perché sono meravigliosi: Constable, Turner, Corot. Guardo a tutti loro, ma la mia esperienza – l’ho notato nei viaggi in cui ho attraversato la Bahia, o Rio de Janeiro – si distacca molto dal paesaggismo europeo per conto di quella vitalità che è l’elemento tropicale stesso, l’esuberanza totale della natura. Anche il sud dell’Italia ha un elemento tropicale, in un certo senso…

Concordo, in una forma concentrata e miniaturizzata...

In miniatura, certo, mentre qui questa abbondanza è esagerata. A Rio, la natura aggressiva che mescola la forza del mare e la roccia, la foresta atlantica e l’architettura della metropoli, l’ha resa quella “città meravigliosa” che, non a caso, è il suo soprannome.

Gabriel Jaguaribe Giucci, Palmeira Arcaica, courtesy Galleria Leme
Hai dichiarato che è stata una residenza negli Stati Uniti a cambiare il tuo modo di lavorare. Come, dove e quando è successo?

É vero, oggi sto esplorando il tema del paesaggio, ma fino a qualche tempo fa parlavo molto di politica: mio nonno è stato studioso della materia, mio zio ha lavorato nel governo, il mio ambiente familiare è un po’ politicizzato e ho sempre sentito che dovevo contribuire in qualche modo alla causa. Solo che, a un certo punto, mi sono stancato di fare ritratti “politici”, di parlare di “tensioni”: Ero molto logorato quattro anni fa, nel mezzo della pandemia e vivendo nel centro di San Paolo: non c’era respiro per niente. Per fortuna ricevetti l’invito a partecipare a questa residenza negli Hamptons, area a poca distanza da New York: lì, per due mesi, ho avuto un nuovo contatto con la serenità, la pace, la sicurezza, la calma che non avevo a San Paolo; il panorama, nella mia mente, è cambiato dal giorno alla notte. Hanno preso il sopravvento lo shock visivo, quello sentimentale e quello spirituale…

E in quel momento ti sei allontanato dalla politica?

In poco tempo ho abbandonato un po’ la questione politica e ho iniziato a dedicarmi alla questione del paesaggio locale. Quando sono tornato in Brasile ho applicato il filtro degli Hamptons ad altri luoghi: prima avevo una visione di Rio molto legata all’elemento della disuguaglianza sociale, della violenza, della polizia, del caos, e anche dei miei privilegi. Dopo essere tornato da quella residenza, ho cominciato a vedere Rio come la città incredibile che è: mi sono serviti 30 anni per vedere la mia città sotto questa luce. Così ho iniziato a fare una serie di paesaggi dedicati alle isole Cagarras [arcipelago parco naturale al largo della spiaggia di Ipanema, ndr]. Poi ho ampliato il repertorio ad altri punti…

Come sei arrivato alla costa della Bahia?

Volevo entrare in un ambito più nazionale: Bahia è stato il primo luogo dove c’è stato l’incontro tra la flotta portoghese e i popoli originari. Quindi, in realtà, non ho smesso di occuparmi di politica [ride, ndr]. Il paesaggio brasiliano ha ancora l’elemento sociale di questo incontro, di questa scoperta, che in realtà è stata più una acquisizione che altro. Il fine ultimo della mia pittura è di capire un po’ la storia del Brasile attraverso questi paesaggi.

Gabriel Jaguaribe Giucci, Palmeira Arcaica, courtesy Galleria Leme
Però, oltre alla dimensione politica, c'è un'aria quasi metafisica: nei tuoi paesaggi non c'è presenza umana...

Quelli dipinti a Rio de Janeiro sono stati idealizzati: ho alzato il piano della fotocamera, escludendo la fascia di sabbia con le persone, includendo solo acqua e isole, come se fosse un viaggio marittimo. È un tentativo, anche, di riprodurre quelle che dovevano essere le immagini del Rio antico, prima della sua urbanizzazione: è una idea che appartiene all’immaginario dei carioca, un desiderio irrealizzabile. Sulle spiagge di Bahia, invece, non vi è stato bisogno di nessun espediente: nessuna presenza umana. Se a Rio, in città, ho lavorato sull’utopia, nella Bahia sono stato fedele alla realtà.

Immagino che anche in questo caso ti sarai sentito un po' come negli Hamptons...

Mi sono sentito un naufrago, un esiliato portoghese bandito dalla corona e condannato dall’Impero a vivere nella colonia. C’è stato, quindi, anche un elemento storico nel quale mi sono identificato e, appunto, non ho falsificato nulla in queste immagini: se chiudi gli occhi e li riapri, se fai un gioco di associazioni mentali, sembrano i paesaggi incontaminati riportati nelle incisioni degli Atlanti del XVI o XVII secolo. È stata una delle prime volte in cui ho percepito la visceralità dell’essenza del Brasile, riuscendo a immaginare il momento in cui ci fu il primo sbarco. Nella mia volontà non c’era la necessità di riconnettersi con il mondo primitivo, paleolitico, ma “vedere” come se fossi stato uno dei primi europei arrivati qui, un attimo prima del 1500…

Nuovamente ritornano le tue origini...

Ovviamente: sono brasiliano, ma ho una discendenza europea. Nel tentare di filtrare le esperienze storiche mi sono posizionato in questo luogo senza pensare all’aspetto colonizzatore, ma immaginando semplicemente di essere abbandonato nella solitudine, nella mancanza di identità, in un luogo che è un po’ mio, ma allo stesso tempo non lo è, al quale mi sento di appartenente e, contemporaneamente, non appartengo completamente. C’era una certa bipolarità tra la mia idea, tra la mia identità europea e quella brasiliana, e si sono fuse in questo luogo.

Torniamo un po' indietro nel tempo: che percorso di studi hai alle spalle?

Ho studiato Disegno Industriale alla PUC, a Rio, poi ho frequentato una facoltà di Belle Arti Federale che era abbastanza disorganizzata, e successivamente ho vinto una borsa di studio per la Parsons, a New York, ma non ero soddisfatto: non si parlava di arte visiva, quindi ho lasciato, con il risentimento della  mia famiglia. A New York, però, ho studiato nei musei: andavo al Metropolitan a vedere Da Vinci, Goya, Rembrandt, Velazquez, e ho capito che avrei voluto seguire quella strada. A quell’epoca non uscivo, passavo realmente le mie giornate davanti ai ritratti del Met, concentrandomi sulle antiche immagini del potere, della politica; penso sia stato per questo che ho iniziato a fare ritratti quando sono tornato a Rio, nel 2009, concentrandomi – alcuni anni dopo – sulle vicende della corruzione del Lava Jato, della Petrobras, ritraendo tutta quella situazione decadente, includendo la Farra dos guardanapos carioca, il lavoro precario, il governo Bolsonaro…sono stati circa 8 anni di ricerca politica. È stato dopo la mostra alla Leme [Churrasco, nel 2021, ndr] che ho ricevuto l’invito per gli Hamptons. Ora, dopo 3 anni di “vedute”, voglio rientrare in una questione nazionale ma includendo anche i paesaggi, ovviamente.

Courtesy of Gabriel Jaguaribe Giucci
Come si può ritrarre una “questione nazionale”?

La Bahia con la sua carica emozionale, storica e, appunto, come luogo d’incontro, è stato il punto di partenza per raccontare, in forma sottintesa, tutte le conseguenze di ciò che è successo a partire da lì: massacri, genocidi, sfruttamento, schiavitù. Il paesaggio apparentemente idilliaco ora lascerà spazio ai temi che sto pensando per il prossimo futuro: la fondazione delle città, da Salvador a Rio, l’interazione tra i popoli indigeni e le prime colonie, come accadde a Cananéia [sul litorale sud dello stato di San Paolo, ndr]. Quel che mi interessa sviluppare, ora, è una traiettoria di costruzione dell’utopia nazionale, che è iniziata lì, unendo finzione, realtà e racconti epici. Sapevi che il Brasile, nei primissimi anni della scoperta, fu ribattezzato “Terra dei Pappagalli” perché dalla prima spedizione tornano in Europa con scimmie e pappagalli, gli animali più eccentrici del mondo, parlanti, che catturarono l’attenzione dei portoghesi e degli europei in generale, nonché dei loro cartografi ufficiali, che da subito disegnarono la Terra Papagalli? La mia intenzione, ora, è creare mappe enormi che mantengano aree di paesaggio e che lascino intravedere un’idea imperfetta della mia Terra dei Pappagalli, prendendo referenze storiche, naturalistiche e inventandone altre.

Il paesaggio, dunque, come rivelazione delle immagini e dell'immaginario della storia?

È un gioco tra fittizio e reale, dove posso includere l’elemento brasiliano senza essere considerato dominante, coloniale, imperiale. Contemporaneamente non voglio lasciare fuori questi elementi, perché la storia non si annulla, ma diciamo che sarà la percezione del luogo ad imporsi fortemente, offrendo una triangolazione tra paesaggio, mappa e popolazione. Credo questo sia l’unico modo per creare un’esperienza brasiliana autentica, offrendo diverse varianti ma senza perdere il filo conduttore, esplorando ogni situazione nella propria essenzialità.

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Tropical Studio #2. Gabriel Jaguaribe Giucci, a paisagem é política

por Matteo Bergamini

Encontro Gabriel Jaguaribe Giucci (1987) no seu ateliê, um curioso ambiente derivado de uma pequena casa na região de Cambuci, área residencial no centro de São Paulo. Nas paredes e no chão estão as marcas dos últimos anos de trabalho passados aqui e pouco mais, pois a maioria das obras estão guardadas na Galeria Leme, instituição ativa em São Paulo desde 2004, localizada em um icônico edifício projetado pelo arquiteto Paulo Mendes da Rocha, em Butantã. Exatamente aqui o artista tem realizado, recentemente, a sua última exposição individual cujo título, “Palmeira Arcaica”, definia uma composição de quadros a retratar tons e lugares, especialmente praias, investigadas tentando utilizar um olhar “anterior à paisagem”: uma visão tropical que busca situar-se antes do surgimento do imaginário dos trópicos, em uma pintura aparentemente simples, porém repleta de camadas simbólicas e implicações históricas e políticas…

Você tem um sobrenome italiano, mas eu pensava que você fosse baiano em vez de carioca!

Bem, na verdade, a minha família paterna se mudou da Itália para o Uruguai, enquanto a parte materna é do estado do Ceará; dali vem o meu sobrenome, Jaguaribe. Foi meu pai quem, afinal, se transferiu para o Rio de Janeiro. Talvez seja por essa ascendência que sinto uma forte relação com os pintores do passado, incluindo alguns italianos; adoro as pinturas de paisagem do século XV e a tradição da pintura europeia tem uma voz importante na minha prática, embora eu a utilize para questões relacionadas ao Brasil: eu diria que uso um cânone europeu aplicado à tropicalidade, para construir uma visão da nação-Brasil.

Você já respondeu a uma pergunta que eu tinha guardada: sempre pensamos na questão da paisagem europeia, em Turner, nos Impressionistas… mas obviamente existe também um cânone tropical, concorda?

Acredito que exista uma grande tradição paisagística brasileira, porém, no meu caso, a escola, as fontes de referência, são europeias. Inclusive, não tenho nada contra esses exemplos, porque são maravilhosos: Constable, Turner, Corot. Eu olho para todos eles, mas a minha experiência – percebi isso nas viagens pela Bahia ou pelo Rio de Janeiro – é muito diferente do paisagismo europeu por causa da vitalidade que é o próprio elemento tropical, a exuberância total da natureza. Até o sul da Itália tem um elemento tropical, de certa forma…

Concordo, de forma concentrada e miniaturizada…

Em miniatura, sim, enquanto aqui essa abundância é exagerada. No Rio, a natureza agressiva que mistura a força do mar e das rochas, a mata atlântica e a metrópole, tornou-a aquela “cidade maravilhosa” que, não por acaso, é o seu apelido.

Você disse que foi uma residência nos Estados Unidos que mudou sua maneira de trabalhar. Como, onde e quando isso aconteceu?

É verdade, hoje estou explorando o tema da paisagem, mas até recentemente eu falava muito sobre a política: meu avô era estudioso dessa matéria, meu tio trabalhou no governo, meu ambiente familiar é um tanto politizado e sempre senti que precisava contribuir de alguma forma a essa causa. Apenas que, em certo momento, cansei de fazer retratos “políticos” e de falar sobre “tensões”; estava muito desgastado quatro anos atrás, no meio da pandemia e vivendo no centro de São Paulo: não havia respiro para nada. Felizmente, recebi o convite para participar desta residência nos Hamptons, nos arredores de Nova Iorque: lá, por dois meses, tive um novo contato com a serenidade, a paz, a segurança, a calma que não tinha em São Paulo; a paisagem, em minha mente, mudou do dia para a noite. Tomaram conta de mim e da minha prática um certo choque visual e, também, emocional e espiritual…

 

E você se afastou da política nesse momento?

Em pouco tempo, deixei um pouco a questão política e comecei a me dedicar à questão da paisagem local. Quando voltei ao Brasil, apliquei o filtro dos Hamptons a outros lugares: antes eu tinha uma visão do Rio muito focada nos elementos da desigualdade social, da violência, da polícia, do caos e também dos meus privilégios. Depois de retornar dessa residência, comecei a ver o Rio como a cidade incrível que é: levei 30 anos para vê-la sob essa luz. Então, comecei a fazer uma série de paisagens dedicadas às ilhas Cagarras [arquipélago – parque natural ao largo da praia de Ipanema, ndr]. Depois expandi o repertório para outros pontos…

Como você chegou na Bahia?

Eu queria entrar em um âmbito mais nacional: a Bahia foi o primeiro lugar onde ocorreu o encontro entre a frota portuguesa e os povos nativos. Então, na verdade, não parei de me ocupar com a política [risas, ndr]. A paisagem brasileira ainda tem o elemento social desse encontro entre povos, dessa descoberta, que na verdade foi mais uma aquisição do que qualquer outra coisa. O objetivo final da minha pintura é entender um pouco a história do Brasil através dessas paisagens.

Mas além da dimensão política, existe uma atmosfera quase metafísica: nas suas paisagens não há presença humana…

Os quadros pintados no Rio de Janeiro foram idealizados: levantei a câmera, excluindo a faixa de areia com pessoas, incluindo apenas água e ilhas, como se fosse uma viagem marítima. É, inclusive, uma tentativa de reproduzir o que deveriam ser as imagens do Rio antigo, antes de sua urbanização: é uma ideia que pertence ao imaginário dos cariocas, um desejo irrealizável. Nas praias da Bahia, muito pelo contrario, não foi necessário nenhum artifício: ali não havia presença humana nenhuma mesmo. Se no Rio, na cidade, eu trabalhei com a utopia, na Bahia fui fiel à realidade.

Imagino que nesse caso você se sentiu um pouco como nos Hamptons…

Percebi-me como um náufrago, como um exilado português banido pela coroa e condenado pelo império a viver na colônia. Houve, também, um jogo histórico com o qual me identifiquei e por isso não falsifiquei nada nessas imagens: se você fechar os olhos e abri-los novamente, se você fizer uma construção de associações mentais, eis que essas imagens se parecem com as paisagens intocadas relatadas nas gravuras dos Atlantes dos séculos XVI ou XVII. Foi uma das primeiras vezes em que percebi a visceralidade da essência do Brasil, conseguindo imaginar o momento em que houve o primeiro desembarque. A minha intenção não era necessariamente reconectar a atualidade com o mundo primitivo, paleolítico, mas “ver” como se eu fosse um dos primeiros europeus a chegar aqui, um instante antes de 1500…

Novamente retornam as suas origens…

Claro: sou brasileiro, mas tenho descendência europeia. Tentando filtrar as experiências históricas, me posicionei neste lugar sem pensar no aspecto colonizador, imaginando simplesmente em ser abandonado na solidão, na falta de identidade, em um lugar que é um pouco meu, mas contemporaneamente não o é, ao qual sinto de pertencer e, simultaneamente, não pertenço completamente. Havia uma certa bipolaridade entre a minha ideia e as minhas identidades europeia e brasileira: elas se fundiram neste lugar.

Voltamos um pouco no tempo: qual foi o seu percurso acadêmico?

Estudei Design Industrial na PUC, no Rio; logo entrei em uma faculdade federal de Belas Artes que era bastante desorganizada e, afinal, ganhei uma bolsa de estudos para a Parsons, em Nova Iorque, mas não estava satisfeito: não se falava de arte visual, então acabei para deixá-la, com o ressentimento da minha família. Em Nova Iorque, de qualquer forma, estudei nos museus: ia ao Metropolitan para ver Da Vinci, Goya, Rembrandt, Velázquez, percebendo que queria seguir esse caminho. Naquela época eu não saía, passava realmente os meus dias diante dos retratos no Met, focando nas antigas imagens do poder, da política; acho que foi por isso que comecei a fazer retratos quando voltei ao Rio, em 2009, concentrando-me – alguns anos depois – nos eventos de corrupção da Lava Jato, da Petrobras, retratando toda aquela situação decadente, incluindo a Farra dos Guardanapos carioca, o trabalho precário, o governo Bolsonaro… foram cerca de 8 anos de pesquisa política. Foi após a exposição na Leme “Churrasco”, em 2021, que recebi o convite para os Hamptons. Agora, depois de 3 anos de “vistas”, quero voltar a uma questão nacional, incluindo também as paisagens, claro.

Como pode ser retratada uma “questão nacional”?

A Bahia, com sua carga emocional, histórica e berço de encontro de povos, foi o ponto de partida para contar, de forma subentendida, todas as consequências do que aconteceu desde então: massacres, genocídios, exploração, escravidão. A paisagem aparentemente idílica agora dará espaço aos temas que estou pensando para o próximo futuro: a fundação das cidades, de Salvador ao Rio, a interação entre povos indígenas e as primeiras colônias, como ocorreu em Cananéia [no litoral sul de São Paulo, ndr]. O que me interessa desenvolver agora é uma trajetória de construção de utopia nacional, que antigamente começou lá na Bahia, unindo ficção, realidade e narrativas épicas. Você sabia que o Brasil, nos primeiros anos da descoberta, foi rebatizado como “Terra dos Papagaios” porque da primeira expedição retornaram à Europa com macacos e papagaios, os animais mais excêntricos do mundo, falantes, que capturaram a atenção dos portugueses e dos europeus em geral, bem como de seus cartógrafos oficiais, que imediatamente desenharam a Terra Papagalli? Minha intenção agora é criar mapas enormes que mantenham áreas de paisagem e que sugiram uma ideia imperfeita da minha Terra dos Papagaios, usando referências históricas, naturalísticas e inventando outras.

Então, a paisagem como revelação das imagens e do imaginário da história?

É uma troca entre fictício e real, onde poder incluir o elemento brasileiro sem ser considerado dominante, colonial, imperial. Ao mesmo tempo, não quero deixar de fora esses elementos, porque a história não desaparece: digamos que será a percepção do lugar que se imporá fortemente, oferecendo uma triangulação entre paisagem, mapa e população. Acredito que este seja o único modo de criar uma experiência brasileira autêntica, oferecendo diferentes variações, mas sem perder o fio condutor, explorando cada situação na sua essencialidade.

Matteo Bergamini
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